Archivi Blog

Quello che non si dice sullo Zimbabwe…

mugabe_fidelIl leader dell’opposizione dello Zimbabwe, Morgan Tsvangirai, “ha rivolto un appello ai capi di governo del mondo intero perché inviino una forza militare nel suo paese”. Così scriveva poco tempo fa il quotidiano britannico The Guardian. L’opposizione al governo dello Zimbabwe tanto lodata in Occidente (e persino da certa “sinistra”) si dimostra per quella che è: non soltanto liberista sul piano economico, ma anche guerrafondaia e “compradora” sul piano politico. Come potrebbe, infatti, una forza di opposizione sinceramente patriottica e legata davvero al benessere del proprio popolo chiedere ai paesi imperialisti di invadere la propria terra per esportarvi la “democrazia”?

Un presidente contro l’imperialismo
Personaggio controverso, il presidente Robert Mugabe è senza dubbio un’importante figura dell’attuale resistenza all’imperialismo. Egli ha portato la Rhodesia all’indipendenza nel 1984 e ha gettato le basi di un sistema cooperativistico (quasi kolkoziano). Mugabe ha guidato la lotta contro i latifondisti bianchi che sfruttavano le terre e ne ha espropriato le proprietà. E’ questo, evidentemente, il “grave” reato per i “democratici” occidentali colpiti nei loro interessi. Non gli è stato perdonato inoltre che egli abbia portato lo Zimbabwe fuori dal Commonwealth a fine 2004, definendo l’alleanza delle ex-colonie inglesi nientemeno che una “arena per il linciaggio”. Lo Zimbabwe ha rifiutato di continuare a subire le politiche liberiste che Londra e l’imperialismo continuavano (e continuano) a imporre al mondo: uscendo dal Commonwealth Mugabe ha potuto così dare disposizioni affinché parte della terra fosse tolta ai bianchi legati ai colonialisti e fosse ridistribuita al popolo.

Le contraddizioni dell’indipendenza
Non potendo permettersi, nelle condizioni di allora, di progettare una rivoluzione socialista, Mugabe ha preferito scendere a patti con i proprietari terrieri bianchi, ai quali ha vietato lo sfruttamento razziale e più direttamente schiavistico, ma ha autorizzato quello più tipicamente liberale e cioè salariale. Va detto che la legislazione lasciava enorme spazio a questi signorotti feudali (che in Occidente chiamano “vittime”) e una larga parte del territorio e delle sue attività produttive portavano utili solo ai proprietari terrieri e non già al nuovo Stato indipendente. Ed è probabilmente questo il limite di Mugabe: la troppa indulgenza con le vecchie classi dirigenti con il fine di “tenerle buone” crea le basi per un malcontento nelle fasce sociali più basse che dal nuovo governo si attendevano maggiori riforme.

In cerca di sovranità
L’economia del paese soffre di varie crisi, questo anche perché il suo rendimento resta troppo legato ai proprietari terrieri bianchi e facoltosi. Gli aiuti dell’Unione Sovietica ad un certo punto, poi, cessano. Alcuni settori popolari iniziano così a dare vita a forti proteste: mentre, in effetti, i latifondisti bianchi continuano ad essere ricchi, gli indigeni continuano a vivere in condizioni di povertà. I contadini africani iniziano così a sollevarsi contro i signorotti e ne “rubano” le terre gestite privatisticamente. Nella foga della protesta la massa ripropone alcune tradizioni tribali particolarmente violente ai nostri occhi e alcuni proprietari terrieri finiscono massacrati. Una situazione che lo stesso Mugabe ha avuto modo di criticare.

Razzismo?
Alcuni opinionisti occidentali definiscono questi fatti frutto di un razzismo contro i bianchi. Ma davvero è razzismo tutto questo? I bianchi perpetuano lo schiavismo dei neri e quando i neri si rivoltano contro i bianchi, gli africani diventano razzisti? Forse, ma dipende da che punto di vista lo si guarda e un comunista si schiera dalla parte di chi, oppresso nonostante si sia liberato dal colonialismo, dà inizio non a una lotta razziale, ma ad una lotta di classe. In realtà, al di là di quanto vogliono farci credere i media occidentali, la democrazia e i diritti umani qui non c’entrano niente, si tratta bensì di un gioco geopolitico per riconquistare il controllo su certe aree che si ribellano al pensiero unico, come appunto lo Zimbabwe di Mugabe, che continua ad essere un fastidioso ostacolo ai piani di dominio e di sfruttamento del terzo mondo.

Annunci