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Sciopero alla TEKEL: la Turchia operaia si alza!

tekeOltre diecimila lavoratori turchi si trovano nella loro quarta settimana di sciopero. Una protesta fra le più importanti per il paese eurasiatico. Sono i dipendenti della Tekel, l’ex-monopolio di Stato per il tabacco, che protestano non solo per evitare di essere licenziati ma anche per ottenere aumenti salariali. L’azienda, che è restata in mani pubbliche fino al 2008 sopravvivendo a stento all’ondata di privatizzazioni che ha colpito la Turchia negli ultimi anni, è ora stata presa di mira dal premier Erdogan. Il mercato del tabacco era già stato liberalizzato e la Tekel, pur restando sotto il controllo del governo, operava già in un regime di concorrenza pur godendo ancora di elementi monopolistici, ora però il governo vuole sbarazzarsene per la fine di gennaio mandando a casa tutti gli operai e chiudendo i siti industriali.

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Compagno Campetti, sulla Turchia vogliamo dire la verità?

Ho letto l’articolo di Loris Campetti su Area del 4 maggio. Conosco bene la realtà della Turchia, pertanto non posso condividere il contenuto del testo, tipico di una certa sinistra occidentale che legge la realtà turca con occhi euro-centrici. Secondo Campetti la società civile turca è “schiacciata tra l’incudine dell’islamismo e il martello del kemalismo”. Schiacciata? Io, da marxista, considero il kemalismo un’ideologia progressista, anti-imperialista e persino con vaghi cenni anti-capitalistici.
Il giornalista continua tirando l’allarme sulla possibilità che vi sia un quarto golpe militare nel Paese. Oltre al fatto che vi sono esponenti marxisti-leninisti che si lamentano del fatto che l’esercito sia latitante nel difendere la Repubblica da questo governo burattino del grande capitale e dell’imperialismo, trovo storicamente e politicamente errato mettere sullo stesso piano i tre putsch militari subiti dalla Turchia: il primo, quello del 1960, era infatti un golpe che tentò di bloccare le degenerazione filo-americana del Paese, un golpe che diede la libertà di sciopero ai sindacati. Un golpe che propose una nuova Costituzione dagli ampi diritti sociali. Il golpe del 1960 è denominato “Seconda Rivoluzione Nazionale” e i lavoratori lo ricordano come una speranza che sembrava volesse portare la Turchia nientemeno che “verso il Socialismo” (così, ad esempio, il deputato tedesco H. Keskin della Linke). Gli USA intervennero riformando profondamente l’esercito e assoggettandolo ad essi: fu così che si prepararono i colpi di stato fascisti del 1971 e del 1980.
I milioni di Turchi che sono scesi in piazza nei giorni scorsi non avevano per unico scopo, come sostengono i media occidentali, la difesa del laicismo, ma gridavano anche slogan contro l’adesione all’UE, contro l’imperialismo USA, contro questo governo che sta svendendo il Paese alle potenze estere. Per quanto riguarda la dichiarazione dell’esercito, Campetti dimentica di citare cosa dice la Sinistra turca: i socialdemocratici del CHP e del DSP l’hanno salutata, i post-maoisti dell’IP idem e persino i comunisti del TKP hanno ammesso che nell’esercito turco – nel quale però hanno ancora poca fiducia – esiste un gran numero di ufficiali “sinceramente patrioti”, cioè anti-imperialisti, desiderosi di tornare ai valori di emancipazione e di indipendenza nazionale del primo Mustafa Kemal Atatürk.

Per una Turchia unita, laica e indipendente!

Sono stati tre milioni secondo gli organizzatori i turchi che scesi in piazza nei giorni scorsi guidati dai partiti di opposizione, dai sindacati, dai movimenti nazionalisti e dall’ADD, la capillare associazione in difesa del pensiero kemalista. L’esercito ha inizialmente mantenuto un basso profilo, ma il sostegno dei generali era fin da subito evidente.
La popolazione non aveva per parola d’ordine, come sostengono riduttivamente i media svizzeri e occidentali, la sola difesa del laicismo di fronte al rischio che l’ex-integralista islamico Abdullah Gül, attuale ministro degli esteri, riciclatosi pochi anni fa come “islamista-moderato” e amico di George Bush, venisse eletto alla presidenza della Repubblica (possibilità poi scartata dalla Corte costituzionale). I manifestanti in realtà sono andati ben oltre: gridavano slogan contro l’adesione della Turchia all’Unione Europea, contro l’imperialismo USA, contro l’attuale governo di Erdogan e Gül che sta svendendo il Paese alle potenze estere.

Nel conflitto sociale è infine intervenuto pure l’esercito, difensore del laicismo e della Rivoluzione kemalista. Il Capo di Stato Maggiore ha fatto intendere che la presidenza di Gül non sarebbe gradita, anche perché il presidente della Repubblica sarebbe il comandante in capo delle forze armate. La Sinistra occidentale si scandalizza per questa “ingerenza” dei militari, ma in Turchia il popolo e la classe operaia hanno tirato un sospiro di sollievo, in sintonia con l’alta considerazione popolare di cui gode l’esercito, custode dei valori repubblicani del Paese. I socialdemocratici del CHP e del DSP hanno salutato l’intervento dei generali, i fedeli seguaci del “pensiero Mao Tse Tung” riuniti nell’IP hanno lodato l’atteggiamento risoluto dell’esercito contro i “traditori della Nazione” attualmente al governo e persino i comunisti del TKP hanno ammesso – con un comunicato stampa storico – che nell’esercito turco, nel quale però ripongono ancora poca fiducia, esiste un gran numero di ufficiali “sinceramente patrioti”, cioè anti-imperialisti, desiderosi di tornare ai valori di emancipazione e di indipendenza nazionale del primo Mustafa Kemal Atatürk.

Quella Turchia aperta al socialismo…

Il decesso di Suphi Karaman, uno dei generali che nel 1960, diede vita alla rivoluzione del 27 maggio.

rivoluzion196oturchiaE’ trascorso poco più di un anno dal giorno in cui i comunisti turchi subirono una grave perdita con il decesso dell’anziano vicepresidente del Partito dei Lavoratori Suphi Karaman. Karaman era uno dei generali dell’esercito che nel 1960, diede vita a quella che le masse lavoratrici tuche ricordano come la rivoluzione del 27 maggio: esso faceva parte infatti di un comitato di unione nazionale che prese il potere in Turchia con un colpo di stato contro il governo burattino degli Stati Uniti d’America, contestatissimo dalle organizzazioni operaie e dagli studenti.

La gioventù era l’avanguardia della lotta anti-governativa e in occasione di numerosi scioperi illegali e occupazioni si scontrò più volte sanguinosamente con la Polizia. L’esercito turco in quegli anni vedeva sempre di più il Paese allontanarsi dai principi della lotta di liberazione nazionale voluta da Mustafa Kemal Atatürk e in non poche occasioni intervenne nelle università a fianco degli studenti contro le cariche dalla Polizia, che fungeva chiaramente da forza lealista e politica. Karaman e i suoi colleghi destituirono il parlamento, misero fuori legge ogni partito politico e diedero vita alla riforma della costituzione della Repubblica che fu poi accolta da un referendum popolare nel 1963.

Il golpe del 27 maggio 1960 produsse una delle costituzioni repubblicane più all’avanguardia del tempo in cui non solo si realizzavano ampi spazi democratici, ma si favoriva il pluralismo delle organizzazioni sindacali, si garantiva il diritto di sciopero e un controllo statale dell’economia che assumeva sempre più un carattere sociale e collettivo. Furono molti gli analisti sia di destra che di sinistra a definire la magna carta turca come “aperta al socialismo”.

In generale la giunta militare, richiamandosi al patriottismo kemalista e all’unità nazionale, portava avanti una lotta contro l’americanismo e l’imperialismo, avvicinandosi ai paesi non allineati. Mancò comunque la forza e la volontà di abbandonare la NATO e gli USA non stettero a guardare organizzando capillarmente i propri agenti nel paese.

Una volta ritornata la democrazia borghese parlamentare, si procedette anzitutto con un’epurazione dall’esercito dagli elementi più progressisti, inserendo una selezione sociale nell’avanzamento e nell’istruzione dei quadri superiori in perfetto stile NATO. In seguito si diedero armi e soldi a movimenti estremisti con il compito di destabilizzare l’ordine interno: l’imperialimo favorì il risorgere di organizzazioni islamiste e formazioni nazionaliste etniche (curdi e armeni in principal modo), che indebolivano la struttura interna del luogo: scontri inter-etnici (fra curdi e siro-ortodossi in modo particolare), attentati, guerriglie contro l’esercito, distruzione dell’ideologia kemalista nell’educazione, reintroduzione dell’ora obbligatoria di religione, promuovimento dell’istruzione privata, ecc.

In poco tempo, anche grazie ai mezzi di informazione, si andò ricreandosi la situazione precedente: in particolare la costituzione “golpista” fu passo dopo passo modificata e reinterpretata cancellandone gli aspetti migliori. Il liberale e massone Demirel, eletto primo ministro, disse “con una Costituzione del genere è impossibile governare!”. La pressione imperialista si fece sentire anche fra la sinistra: alcuni intellettuali della socialdemocrazia kemalista venivano portati su posizioni liberaldemocratiche, mentre all’interno della sinistra antagonista unita iniziarono ad aprirsi breccie di settarismo e frantumazione.

Molti gruppi, in seguito – e quello più famoso è il deviazionismo di Ocalan nel 1974 – finanziati e riforniti da paesi imperialisti, diedero vita a scissioni scegliendo la lotta armata nascosti da un’ideologia apparentemente opposta: nacquerò così infinite sigle. Il Partito Turco dei Lavoratori (TIP), terza formazione maggiore nel parlamento, non seppe rinnovarsi e fu vittima sia del contesto politico del paese, sia dei vari e sinistri estremismi. Dagli anni ’70, di fatto, in Turchia sono i socialdemocratici a rappresentare tutta la sinistra.

Completamente antropoformizzata la società, messo fuorilegge la Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari DISK e riempita di agenti CIA la più moderata Confederazione sindacale Türk-Is, tolto quasi ogni elemento anti-imperialista kemalista dall’esercito e favorito la diffusione di movimenti terroristici in ambo gli schieramenti, si sono create le basi per il secondo colpo di Stato (1971) che preparerà il terzo (1980) che renderà la Turchia del tutto un feudo americano con quella tremenda ideologia forgiata dal fascista Kenan Evren che prese il nome “Sintesi turco-islamica”, la quale strumentalizzava l’islam reazionario a favore di un cieco nazionalismo di stampo quasi fascista: finita la dittatura lo stesso generale Evren si fece eleggere Presidente della Repubblica e come primo ministro fu scelto il curdo Turgut Özal che aveva studiato negli USA e che chiuse gli occhi sul nascente PKK (partito ultra-nazionalista nascosto da un pseudo-maoismo), favorì il neoliberismo economico e diede inizio alle privatizzazioni che misero il patrimonio nazionale nelle mani di Washington.

Ultimamente, a seguito del crescente neo-colonialismo economico imposto da USA ed Europa, e come conseguenza di numerose forme di arroganza degli stessi, l’opinione pubblica sembra stia risvegliandosi. Il parlamento ha bocciato l’uso di basi NATO per l’invasione dell’Iraq; l’esercito, in cui sta riprendendo piede una coscienza kemalista, non ha accolto l’idea di Bush e Blair di iniziare la guerra; e si è riconosciuta la pericolosità dei partiti curdo-irakeni, favorevoli all’attacco americano e alla base della frantumazione dell’unità nazionale irakena e della guerra civile.

Sono rari in Turchia gli esempi di antagonismo comunista: senza citare i partitucoli senza alcuna base in loco e senza contare il Partito Libertà e Progresso ÖDP (che univa agli inizi socialdemocratici di sinistra e trotzkisti e che oggi si sta scindendo in vari gruppuscoli), possiamo citare queste organizzazioni: il Partito Comunista TKP (ex-Partito del Potere Socialista SIP, erede di quello che fu il TKP clandestino legato a Mosca), il Partito Laburista EMEP (operaista-stalinista) che ottiene voti grazie all’allenza con i curdi filo-europeisti di DEHAP che a sua volta è privo di connotazione socialista, il Partito dei Lavoratori IP (maoista-kemalista), legato a Pechino e discretamente presente nella lotta sindacale e studentesca con una cellula giovanile anche in Svizzera (Neuchâtel) e una delle poche fonti di informazione alternative a quelle governative: dispone infatti di un mensile teorico “Teori”, di un settimanale di critica sociale di massa “Aydinlik”, e di un canale televisivo (Ulusal Kanal). Il suo presidente Dogu Perinçek è un noto militante che ha trascorso vari anni in prigione per attività sovversiva. Perinçek ha incontrato anche il leader del PKK Öcalan, il tempo necessario per rifiutare ogni possibile relazione con il separatismo curdo e sviluppando un discorso patriottico di unità nazionale contro l’ingerenza imperialista e la collaborazione con Cipro Nord, la Cina, la Russia e l’India nell’Alleanza Eurasiatica.

Unità nazionale contro l’imperialismo, questa la strada che devono prendere i popoli della Turchia.

Non posso non reagire al contenuto dell’articolo firmato da Hursit Kasikkirmaz e pubblicato in uno degli ultimi numeri de “L’inchiostro rosso” . Lo faccio da comunista e lo faccio anche da cittadino turco! Anzitutto mi sembra di capire che l’autore sia favorevole all’entrata della Turchia nell’unione (capitalista) europea in quanto “per riflesso, la popolazione potrebbe beneficiare degli standard europei nel campo della socialità e della democrazia”! Interessante: è una posizione molto difficile da riscontrare nella sinistra rivoluzionaria turca, questa! Infatti sia il Partito Comunista, sia il Partito dei Lavoratori sono assolutamente contrari a questa prospettiva! Non per niente gran parte dei movimenti studenteschi legati all’estrema sinistra, i sindacati rivoluzionari, uniti con i movimenti kemalisti e gli ufficiali progressisti dell’esercito hanno inscenato scioperi e proteste di piazza negli ultimi mesi per ribadire alto lo slogan della lotta antimperialista di liberazione nazionale: “l’indipedenza o la morte!”. La Turchia deve fare grandi passi verso la democrazia, ma lo farà da sola: non saranno gli imperialisti europei ad imporre nulla! In questo momento lo scontro sociale è altissimo nel Paese: una parte dell’opinione pubblica (e non necessariamente dei fanatici nazionalisti) ha addirittura chiesto agli ufficiali kemalisti dell’esercito il colpo di mano per eliminare questo governo islamista messo al potere dagli Stati Uniti! La democrazia borghese europea non piace, insomma! Lo standard sociale in Europa sta cadendo vittima del neoliberismo che ha distrutto l’economia turca: i comunisti in Turchia se ne guardano bene dal lodarlo! Anzi quel poco di stato sociale che ancora c’è in Turchia è proprio attaccato dalle lobby pro-Europee: Comunisti e kemalisti sono uniti per difendere proprio in questi giorni la sanità pubblica, ad esempio, oltre che l’università repubblicana. Kasikkirmaz continua poi parlando delle minoranze. Ebbene, se esse sono sette, come afferma nel suo testo, allora diventa difficoltoso accettare l’idea, che propone solo poche righe dopo, di rendere la Turchia una federazione di due (sole) nazioni (turca e curda): i curdi sono una minoranza di seria A e le altre sono di serie B? No! I comunisti di Turchia sono patrioti: l’unità del paese e della classe operaia è l’unico modo per salvarci dall’imperialismo e della borghesia nazionale che si è svenduta ad europei ed americani! La lotta di liberazione, condotta unitariamente da tutte le etnie viventi in Turchia sotto il comando di Kemal, fu appoggiata da Lenin e dalla III Internazionale e si basava su sei punti programmatici: uno di questi è il patriottismo (non nazionalismo!) inter-etnico e l’unità nazionale! E sempre i comunisti turchi si sono attenuti a ciò, consci che, ad esempio, il separatismo nazionalista curdo è uno strumento dell’imperialismo per indebolire il paese e la sinistra, come ormai è chiaro. Chiediamoci chi sono i principali alleati di Bush nel distruggere oggi l’unità nazionale irakena! Il Kurdistan nord-irakeno è uno Stato fantoccio gestito dagli imperialisti ed è quello che vogliono fare con le etnie in Turchia! Insomma: Dividi e impera. Per gli USA e i loro compari della UE la Turchia è un paese troppo imprevedibile: nel 1938 alla morte di Atatürk si nascondono le sue massime anti-capitaliste e si reinterpreta il suo pensiero fascistizzandolo, nel 1960 però l’esercito prende il potere e promulga una costituzione che viene definita “aperta al socialismo”. Da allora iniziano forti infiltrazioni finché l’esercito, una delle istituzioni più importanti, si allinea disciplinatamente alla dottrina NATO. Ma è da qualche anno, a partire dagli ultimi governi di centro-sinistra di Ecevit, l’amico di Salvador Allende, che le masse stanno riscoprendo la loro rivoluzione! Non per niente ai primi segnali preoccupanti (critiche a Israele, amicizia con Arafat, legami economici e politici con Cuba e la Cina) gli americani impongono al governo di nominare ministro il signor Dervis, agente USA nella Banca Mondiale; e non per niente piovono i fondi nella campagna elettorale degli islamisti “moderati” che privatizzano e desecolarizzano la società. I comunisti turchi dicono: il governo svende la nostra identità nazionale per denaro! Insomma in Turchia c’è un’opposizione popolare e un sentimento nazionale troppo forte per i gusti dell’Impero: ecco che giocando sulle minoranze si tenta di spaccare il paese, come in Irak appunto, come prima con la Yugoslavia, raggiungendo l’obiettivo di assoggetterlo definitivamente. E’ l’unità della classe operaia e contadina, senza differenza etnica, l’arma vincente della rivoluzione. E per noi , comunisti d’Occidente, ciò lascerà perplessi, nella nostra mentalità corrotta dalla borghesia pseudo-illuminata, ma badate: è in quei paesi che rimane almeno un po’ di fermento rivoluzionario. Evitiamo quindi le analisi da comunisti di salotto, come devo purtroppo leggere in troppi giornalucoli di “sinistra”.