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I giovani hanno la libertà di …farsi male!

cascoI lavori considerati pericolosi dal Dipartimento Federale dell’Economia (DFE), ossia quelli che comportano rischi di incendio, esplosione, malattie, cadute mortali, mobbing e molestie sessuali o contatto con agenti chimici tossici, potranno presto diventare accessibili anche ai ragazzi di 14 anni e non più solamente a partire dai 16 anni, come è il caso attualmente. E’ questa la proposta che avanza la Segreteria di Stato per l’Economia (SECO) alla Commissione Federale del Lavoro. Questo perché, secondo Pascal Richoz della SECO, “sempre più ragazzi smettono di studiare prima dei 16 anni” e conseguentemente arrivano più presto sul mercato del lavoro.

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Crisi del sistema economico occidentale e salario indiretto

economia2Daniel Lampart dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) in data 9 settembre 2008 dichiara a “La Repubblica” che il tasso di disoccupazione in Svizzera è stato sempre più basso rispetto agli altri paesi europei. E aggiunge: “nel 2007 a fronte di una crescita del PIL del 3,3% l’aumento dei salari è stato dello 0,9%. Nei tre anni precedenti la crescita costante dell’economia è stata accompagnata da una crescita di poco superiore allo zero dei salari”. Al di là del semplice constatare questa realtà si dovrebbero mettere in atto misure per chiedere almeno (e diciamo: almeno!) che l’aumento dei salari fosse il triplo di quello effettivamente registrato, ovvero il 2,7% rispetto alla crescita del PIL del 3,3%. Ma se da un lato si resta colpiti dall’atteggiamento passivo del sindacalismo tradizionale, non possiamo credere che i vertici dell’USS siano mossi da semplice compiacenza con i datori di lavoro contro i lavoratori. Si può ritenere che, probabilmente, nella volontà, non solo svizzera, di contenere i salari ci fosse la consapevolezza che la recessione e la crisi irreversibile del sistema economico occidentale fossero alle porte. Solo in questo modo e cioè contenendo i salari e impedendo una spirale inflazionistica che avrebbe peggiorato la futura recessione (quella che stiamo vivendo attualmente) si potevano garantire sul lungo periodo condizioni non peggiori per i lavoratori.

Va detto anche, però, che non è la quantità di franchi che determina il valore di uno stipendio, ma sono le possibilità economiche che quella cifra garantisce, ovvero come i cittadini possano investire e utilizzare quei soldi per garantirsi il tenore di vita precedente o migliorarlo. Poiché la possibilità di acquistare beni e servizi determinata dal salario è comunque strettamente legata alla ricchezza reale prodotta da un paese, è evidente che in un quadro di declino della produzione e recessione europea, che coinvolge anche la Svizzera, siamo tutti destinati ad essere più poveri. Proprio per cercare di salvare il più possibile i cittadini da situazioni disperate di marginalizzazione, è utile valorizzare al massimo il salario indiretto. Infatti costa meno allo Stato garantire – anche gratuitamente – alcuni servizi (trasporti pubblici, educazione, sanità, casa) piuttosto che dover gestire una situazione sociale nella quale, come in città come Los Angeles o San Francisco oggi, percentuali rilevanti della classe media finiscono a vivere in tendopoli nelle periferie. In questo quadro la richiesta avanzata lo scorso anno dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) per ottenere trasporti pubblici gratuiti è assolutamente in linea con la costruzione di un salario indiretto più forte. Gli stessi tagli ai bilanci della scuola pubblica sono profondamente miopi e, a ragione, studenti e docenti di tutto il continente si stanno mobilitando, dalla Grecia all’Italia, arrivando – come il 15 ottobre scorso – a Bellinzona.
La vera e grave responsabilità del sistema economico, politico e sindacale svizzero è l’essersi adeguato alla logica imposta dai governi del G8 e dalle organizzazioni economiche internazionali che hanno del tutto erroneamente immaginato di poter ancora controllare le materie prime del pianeta (alimentari ed energetiche, che i paesi in via di sviluppo preferiscono vendere alle potenze emergenti come Cina e India piuttosto che a noi Occidentali) e i flussi di mercato attraverso operazioni speculative internazionali. Bisogna avere il coraggio di ammettere che se il ’29 è stata una crisi congiunturale del sistema capitalistico euro-statunitense, questa è una crisi strutturale non facilmente reversibile. In un mondo in cui la responsabilità è un valore, i responsabili di scelte avventate e sbagliate dovrebbero avere la decenza di ritirarsi a vita privata, perché qui si sta giocando con il futuro di milioni di lavoratori e di cittadini.

Lezione di religione obbligatoria a scuola?

Max su TicinonewsIl Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso parte alla consultazione promossa dal DECS sulla lezione di religione a scuola sulla base di due iniziative parlamentari del 2002. Iniziative che vennero proposte dai deputati Dedini e Sadis, i quali proponevano la modifica dell’offerta didattica (e per di più in forma obbligatoria), senza consultare gli studenti che avrebbero dovuto affrontare la nuova materia. Una pratica irrispettosa degli studenti!

In generale il SISA considera la diserzione dalle attuali lezioni facoltative di religione confessionale qualcosa di positivo, in quanto sinonimo di incremento del pensiero razionale. Il SISA ritiene anacronistica e ingiustificata la presenza delle Chiese a scuola per questo chiede lo stralcio pure e netto dell’art. 23 della Legge della scuola che istituisce l’insegnamento religioso.

Le iniziative del 2002 intendono per contro sostituire l’attuale disciplina facoltativa con un corso obbligatorio e dal contenuto impreciso: non solo si parla di una presunta “universalità” del fenomeno religioso ma addirittura si vuole concedere dei privilegi al Cristianesimo, cosa che non ci pare accettabile. Il fenomeno storico-culturale costituito dalle religioni e pure quello costituito dalle correnti di pensiero areligioso (come ad esempio le differenti ideologie politiche) va affrontato nell’ambito dell’insegnamento generale e interdisciplinare già esistente, se necessario sottolineando maggiormente l’aspetto etico, ma non necessita di una trattazione specifica e separata né tanto meno obbligatoria.

Harmos? Un modo per distruggere la scuola pubblica ticinese!

Max su TicinonewsIl concordato Harmos relativo alla scuola dell’obbligo atto alla sua armonizzazione a livello nazionale è ormai una realtà. In febbraio la stampa e le autorità decantavano la vittoria ticinese per quanto riguarda la durata della scolarità elementare e media. Oggi ancora si decantano vittorie per quanto riguarda la progressiva concretizzazione del concordato. Eppure noi non possiamo che stigmatizzare la “politica del salame” adottata dalle autorità scolastiche, occultando il progetto globale che si vuole imporre alla scuola. Fra una deroga e l’altra o fra una discussione sull’italiano come materia opzionale o no, non si è mai parlato di contenuti della formazione, degli standard di formazione e degli standard di qualità, che sono in realtà gli aspetti più importanti (e pericolosi) del concordato.
Il pubblico ha avuto l’impressione che il nocciolo della questione sia quello relativo alla durata della scolarità obbligatoria, ma i reali contenuti di Harmos sono altri e non sono stati toccati: quasi nessuno oltre al SISA ha detto che gli “standard” e il “portfolio delle competenze” vogliono introdurre elementi di competizione fra istituti. Nessuno dice che là dove introdotti gli “standard” hanno creato un aumento della selezione. Nessuno dice che i “portfolio” servono per consolidare scuole e corsi privati.
Ancora pochi giorni fa ci hanno beati con le ultime conquiste ticinesi in fatto di Harmos, esse non possono però soddisfare docenti e studenti realmente addentro al sistema formativo:
1) A livello nazionale e non solo ticinese, pontificare su quelle conquiste comporta che si contribuisca a far dimenticare la vera posta in gioco con HarmoS e cioè l’introduzione nella scuola pubblica di elementi mercantili.
2) A livello ticinese, pontificare su quelle conquiste comporta che ci si allontani dall’osservare lo stato di grave deperimento della scuola ticinese. E in questo senso non pensiamo tanto ai risultati PISA, pensiamo alla stanchezza, al burn out, alla politica salariale, pensiamo al 15% di quindicenni che escono dalle medie pronti per proseguire la strada dell’analfabetismo.
3) S’impone un osservatorio cantonale che sappia definire gli standard di qualità che vanno assolutamente perseguiti: diminuzione del numero di allievi per classe, potenziamento servizi di sostegno, politica degli anni sabbatici e della formazione, ecc.

Licenziare un apprendista? Un’opera di bene!

Sul “Mattino della domenica” del 6 maggio 2007 è uscito un interessante articolo sul problema degli apprendisti lasciati a casa dai loro “datori di lavoro”, quelli che a me piace ancora chiamare “padroni” perché coloro che davvero “danno lavoro” sono i lavoratori, così almeno insegna un certo Marx!
Il giornalista, Lorenzo Quadri, intervista il rappresentante dell’Associazione Disoccupati e il sottoscritto a nome del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), l’unico sindacato che espressamente vuole tutelare gli apprendisti. Prima di cedere la parola al Cantone e al padronato, sente pure il parere di Saverio Lurati del sindacato UNIA e di Nando Ceruso del sindacato cattolico OCST.
Quest’ultimo, da cui ci si aspetterebbe una posizione alquanto moderata, non lesina invece le critiche a padroni che di fatto si disimpegnano dal formare i giovani. E cosa mai riuscirà ad affermare il leader del sindacato più combattivo del pianeta, UNIA, la cui sezione ticinese è forse quella più a sinistra della Svizzera? Ascoltiamo le ultime parole famose di un sindacalista degno di questo nome. Dice il compagno Lurati: “In effetti il fenomeno (della rescissione dei contratti di tirocinio, ndr) c’è sempre stato. Bisogna dire che non sempre è negativo; non lo è nella misura in cui permette di correggere una scelta professionale sbagliata dell’apprendista (…)”.
Io non riesco a concepire, in tutta onestà, come si possano dire frasi di questo genere. Ogni volta resto allibito dal livello in cui cade questo “sindacato” che ho visto nascere a Basilea quasi tre anni fa. Lo scorso anno blocca uno sciopero a Reconveiller autorizzando il licenziamento politico degli operai più attivi; oggi, fra tutte gli altri errori (siano essi di moderazione o di stupido estremismo fine a sé stesso), riesce addirittura a edulcorare un licenziamento in quanto sopperirebbe alle mancanze dell’orientamento professionale.
Nessuna parola sul fatto che non esiste una reale protezione giuridica, che il diritto del lavoro in Svizzera è uno dei più liberali d’Europa (nel senso che i padroni fanno quello che vogliono!), che la figura dell’apprendista si trova in un limbo giuridico tanto che non si sa se vanno considerati lavoratori e quindi beneficiari ad esempio del diritto di sciopero oppure studenti. Nessuna critica nemmeno al fatto che gli ispettori di tirocinio sono latitanti e che l’unica frase che riescono a pronunciare di fronte a un conflitto in azienda è: “ne prendo atto!”. No, per UNIA sembra essere tutto a posto: “è sempre stato così!” (e allora a cosa serve il sindacato?). Addirittura si arriva a teorizzare che il licenziamento possa avere effetti positivi: della serie “aiutiamo i padroni a giustificarsi meglio”!
Vi garantisco che il SISA non la pensa così e a questo punto costruire l’alternativa sindacale a UNIA è – poche ciance! – un dovere, lo dico come ex-delegato di UNIA al suo congresso costitutivo!

W il 1° Maggio – Anche gli studenti in piazza!

Ogni classe sociale ha le sue feste preferite. I nobili istituirono le loro feste, in cui proclamavano il loro diritto di spogliare i contadini. I borghesi hanno le loro, in cui giustificano il diritto di sfruttare gli operai. Anche i preti hanno le loro feste, ed esaltano in esse gli ordinamenti esistenti, per cui i lavoratori muoiono nella miseria e gli altri guazzano nel lusso. Anche gli ultimi, i senza voce, devono avere la loro festa e in essa devono proclamare lavoro, istruzione, solidarietà, eguaglianza.

Perché il 1° Maggio?
La nascita del 1° Maggio, come Giornata internazionale dei Lavoratori, è legata alla lotta per l’introduzione per legge della giornata lavorativa di otto ore. Siamo nella seconda metà dell’800. Allora il padronato imponeva, anche ai bambini, di lavorare per un misero salario fino a 16 ore al giorno pena il licenziamento. Oggi in ancora molti paesi del mondo questa è una realtà, ma anche in Svizzera la lotta per ottenere migliori condizioni di lavoro è stata durissima e lunga, e oggi vediamo – a causa anche della passività della popolazione che si lascia indottrinare sul fatto che da noi tutti stanno bene – questi diritti sparire poco alla volta, anche perché da parte dei vari governi non esiste più la paura che anche altrove si possa fare “come in Russia”! Proprio per rivendicare le otto ore, si organizzò il 1° Maggio del 1886 a Chicago una grande manifestazione. La repressione governativa e padronale fu brutale e selvaggia. Intervennero la polizia e l’esercito. Sulla folla dei manifestanti si abbatté una pioggia di proiettili e venne fatta esplodere una bomba in mezzo al corteo. Morti e feriti si contarono a decine. Centinaia furono gli arrestati. Fra questi gli organizzatori e i leader del movimento, processati sommariamente e condannati all’impiccagione. Molti decenni più tardi sarà Ernesto “Che” Guevara a dire: “la democrazia liberale è la forma di governo della borghesia quando non ha paura; il fascismo quando invece ha paura!”.
Nel 1889 l’Internazionale istituì la Giornata internazionale dei lavoratori, in ricordo dell’eccidio degli operai di Chicago. Cosicché il 1° Maggio del 1890 si tennero grandi manifestazioni nelle più importanti città degli USA e dell’Europa sfidando in parecchie circostanze le cariche e gli arresti della polizia, serrate padronali e licenziamenti. Per la prima volta nella storia, nello stesso momento, in tutti i Paesi dell’occidente, la classe operaia organizzata manifestava per la propria emancipazione.

Cosa c’entrano gli studenti?
In Ticino quasi cinque anni fa è nato un progetto molto particolare: un gruppo di studenti perlopiù liceali che decise di difendersi dai continui attacchi non solo alla scuola, al diritto allo studio; ma pure dai continui peggioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro dei giovani anche in un paese ricco come il nostro. Nasceva dal basso, senza soldi e senza appoggi politici un Sindacato di nuovo tipo, militante, che univa apprendisti, studenti universitari, studenti liceali, e giovani che già lavoravano: il SISA. Un progetto che infastidiva i sindacati ufficiali che avevano dimenticato i giovani e che faceva paura al governo che ancora oggi si ostina a far finta che non esistiamo dipingendoci come fanatici. Il SISA è il movimento organizzato giovanile che più di tutti ha segnato le lotte degli ultimi anni con scioperi, manifestazioni, assemblee e pure qualche azione selvaggia. Il SISA ha voluto unire le lotte dei giovani al lavoro, con quelle dei giovani agli studi senza creare divisioni e questo perché gli studenti oggi sono già lavoratori: quanti sono coloro che per mantenersi agli studi devono avere un lavoro serale o nel fine settimana? Le statistiche sono chiare e di anno in anno peggiorano. E in generale gli studenti sono comunque i lavoratori di domani: è importante quindi che essi siano inseriti in un contesto di solidarietà e di compresione delle difficoltà e delle rivendicazioni di chi già oggi conosce il lavoro salariato e magari anche precario, interinale, su chiamata, senza futuro, a rischio licenziamento senza giusta causa. Eh già, perché il diritto del lavoro in Svizzera è uno dei peggiori d’Europa e l’Ufficio Internazionale del Lavoro ha già condannato il nostro governo per atteggiamenti anti-sindacali… messi in questo sullo stesso piano con dittature di paesi del terzo mondo! Gli studenti hanno quindi il dovere di combattere a fianco di apprendisti, lavoratori, disoccupati, precari, ecc. per l’emancipazione sociale e per una reale democrazia non formale ma partecipativa.

E concretamente, quest’anno?

Essere al 1° maggio di Lugano nello spezzone del SISA significa anche concretamente ribadire la propria insoddisfazione verso l’enneisma prova dell’arroganza governativa che ha tentato di imporre una riforma liceale selettiva e basata sull’ideologia neo-liberista che vede la scuola non come comunità culturale ma come fabbrica di futura manodopera possibilmente docile e apatica.

Incontro con l’ex-leader di Potere Operaio Oreste Scalzone

Max e OresteDomenica 4 marzo a Milano presso la libreria Calusca City Light in via Conchetta 18 si è svolto un importante dibattito a più voci con esponenti dei sindacati Unicobas, Cobas, SISA e USI. Dopo un’introduzione di Davide Rossi, responsabile esteri del sindacato Unicobas, sulla situazione internazionale, ragionando sull’entrata nel mercato mondiale della Cina e dell’India, sulla crisi dello Stato come concetto di “stato di diritto” alternativo al disastro del “non stato” della mercificazione liberista, al problema della trasformazione della società occidentale in un soggetto che consuma prodotti socialmente inutili, è intervenuto Oreste Scalzone, dirigente di Potere Operaio negli anni ’70 e per lunghi anni esule in Francia.
Scalzone ha ricordato la stagione in cui molti militanti italiani cercavano nella Svizzera solidarietà e assistenza, trovata grazie a molti compagni ticinesi. L’ex esponente della sinistra extra parlamentare italiana, che ha tracciato un ampio quadro della realtà attuale e del problema della definizione e del rispetto fra le diverse correnti di pensiero nella sinistra, mi ha successivamente ceduto la parola nella mia funzione di coordinatore del Sindacato studentesco SISA. Ho avuto così modo di tracciare una veloce panoramica della difficile situazione elvetica in quanto a diritti e lotte sindacali e ho auspicato una collaborazione con la Federazione Sindacale Mondiale. Fra me e Scalzone le analisi non solo storiche sul movimento operaio sono diverse. Io sono un membro del PdL (comunista), Oreste proviene da un’esperienza operaista. Fra noi due può però esistere una convergenza su temi attuali e concreti, come la possibilità di convergenze tra aree
diverse verso il riconoscimento dell’importanza del ruolo del sindacalismo. Scalzone, inoltre, accogliendo in questo una totale approvazione da parte mia ha brevemente fatto cenno a quello che lui ha definito il “masochismo dei trotzkisti”, ovvero la volontà perversa di farsi del male da soli, danneggiando però così tutto il movimento progressista.

Gli apprendisti sì, gli studenti no!

Articolo di Massimiliano Ay e Leonardo Schmid, candidati al Granconsiglio per il Partito del Lavoro / Giovani Progressisti

Il sindacato UNIA ha lanciato un’iniziativa per offrire agli apprendisti l’abbonamento “Arcobaleno” gratuito. Questo perché il Cantone per risparmiare sta concentrando per professioni i vari centri di formazione per apprendisti. Ecco quindi che ad esempio un apprendista montatore elettricista di Locarno si trova costretto a frequentare la scuola professionale a Biasca, perché lì si è deciso di riunire tutti coloro che seguono quel dato tirocinio.
Abbiamo preso atto di questa proposta di UNIA e ci chiediamo se non sia una mossa pre-elettorale di qualche segretario sindacale del PS o del MPS. Già, perché il Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) unitamente ai Giovani Progressisti e al Partito del Lavoro già nel 2005 (ben lontani dalle elezioni) aveva denunciato il fatto che con il progetto del DECS di concentrare le scuole professionali si creavano situazioni difficili circa la mobilità dei giovani, e il deputato del PdL Fausto Gerri Beretta Piccoli aveva pure presentato un’interrogazione in Granconsiglio. Allora, però, da UNIA e dai partiti ad essa legati, solo un assordante silenzio: si vede che allora non c’era bisogno del voto degli apprendisti maggiorenni!
L’iniziativa di UNIA va certo sostenuta, ci mancherebbe, è pur sempre un miglioramento per gli apprendisti, però la cosa va analizzata bene: si tratta di una proposta moderata. La moderazione della proposta di UNIA sta non solo nel non voler lottare per mantenere le professioni nelle diverse sedi, ma pure nel fatto che UNIA riconosce solo agli apprendisti il problema degli spostamenti. Il Sindacato degli Apprendisti SISA, invece, dal canto suo chiede da diverso tempo – attraverso una petizione (presente sul sito http://www.sisa-info.ch) – di rendere gratuiti tutti i mezzi pubblici per i giovani in formazione in generale, che siano studenti privi di reddito o che siano apprendisti sottopagati! Non è una proposta estremista: a Ginevra si voterà se offrire a tutti i cittadini i mezzi pubblici a gratis, in fin dei conti li si finanzia già con le imposte!
Il SISA, così come i Giovani Progressisti e il PdL, lotta affinché tutti possano accedere al tirocinio della professione desiderata. Da quando nella formazione professionale è avvenuta la riforma (era il 2005) il numero, ad esempio, degli apprendisti falegnami nel Mendrisiotto è drasticamente sceso: sarà un caso che ora devono andare a scuola fino a Biasca?

Rivalutare il Movimento Studentesco Unitario ticinese

Lettera aperta del 5 febbraio 2005 ai militanti del Movimento Studentesco Unitario, organizzazione mantello degli studenti ticinesi.

Care compagne, cari compagni,
con questa mia non intendo ritrattare le mie posizioni espresse a suo tempo, dissociandomi dal Movimento Studentesco Unitario. Al contrario intendo – su gentile richiesta di alcuni compagni – argomentarle meglio, fornendovi se lo vorrete delle possibili basi analitiche su cui impostare lo sviluppo del MSU. In alcune parti approfitterò dell’esperienza raccolta dal SISA in questo suo primo anno di vita, per certi versi esemplare. Difendere la nostra storia. Desidero qui rispondere al messaggio di Amedeo sul forum del MSU in cui mi dà del ridicolo per aver ribattuto con insistenza agli attacchi di Phantom alias Matt. Difendere il Movimento di cui ho fatto parte e che nelle vacanze estive io e altri compagni, all’interno del SISA, abbiamo progettato e fortemente voluto, non mi sembra una cosa ridicola, semmai è ridicolo il fatto che tale Movimento non abbia mai studiato una strategia chiara per difendere il proprio vissuto e il proprio essere dagli attacchi revisionisti. Ricerca dell’unità. Concordo invece con la sostanza dell’intervento di Deivz sullo stesso forum, nel senso che il MSU ha cercato in modo sincero di essere “unitario”. Tanto unitario, tanto aperto, da permettere che le e-mail interne potessero essere lette anche al di fuori del movimento… ma per me questo non significa “unità”, significa soltanto “irresponsabilità”! E nessuno mi chieda di controllare i toni! L’MSU ha fatto una autocritica forte in alcuni aspetti che forse sono secondari, a mio modo di vedere. E ciò non ha portato a molto, perché le critiche non venivano da una base onesta, pronta a criticare per impegnarsi in prima persona, ma da saputelli che pretendono un movimento studentesco a loro immagine senza sporcarsi le mani con la politica! Una situazione simile è accaduta al SISA nei primi mesi di attività: abbiamo perso un sacco di tempo su questioni formaliste per venire incontro alle critiche dei compagni o anarchici o spontaneisti. Ebbene, anche cambiando, le critiche distruttive e settarie, sempre le stesse, non si sono affatto arrestate e non abbiamo avuto un miglioramento effettivo del nostro lavoro, al contrario! Così facendo, ascoltando certe critiche che andavano invece ignorate abbiamo perso molti compagni che non condividevano lo spirito anarcoide e destrutturato che avevamo imboccato! Le critiche vanno ascoltate solo se fatte da compagni che vogliono sinceramente il bene (la vittoria!) del Movimento (con la M maiuscola), se sono basate onestamente su fatti reali (e non su interpretazioni parziali e “tirate per i capelli “della realtà), e se costruttive. Se non tutte queste condizioni sono poste, allora le critiche vanno semplicemente rifiutate e rimandate al mittente senza rifletterci troppo. Smettendola insomma di fare del falso moralismo pseudo-democratico! Tutti sanno le mie riserve – per i motivi di cui sopra – nel tentare a tutti i costi di coinvolgere certa gente. Tali mie riserve non erano dettate dal fatto che sono settario, il motivo è tutt’altro: ho lavorato a lungo con i cosiddetti “moderati” e so distinguere chi lo è realmente e onestamente da chi si definisce tale solo per comodità mentre ha il solo intento di lavorare contro, di boicottare l’azione comune, di mettere i bastoni fra le ruote, o semplicemente di non fare niente e di diffondere indifferenza. Le mie riserve di allora, oggi, si sono quasi del tutto verificate. Cos’è l’unità? “Unitario”, attenzione, non significa però “unico”! E soprattutto non significa cedere alla dittatura della maggioranza: …e quindi se la maggioranza degli studenti è moderata, allora il MSU deve essere moderato? Col cavolo! L’MSU deve riunire chi ha un obiettivo comune, non deve riunire il mondo intero. L’MSU deve smetterla di sentirsi legato alle assemblee di sede, sono i Comitati a doverle rispettare, non un movimento indipendente cantonale che NON è (forse lo sarà in futuro, ma non è questo il discorso, adesso) l’organo di coordinamento dei Comitati. L’unità è una cosa seria e la formula forse più completa nell’attuale panorama giovanile l’ha saputa dare il SISA, sia al suo interno (con i gruppi d’interesse autonomi), sia – in settembre – insistendo per costituire il MSU come organizzazione mantello, come confederazione, in cui ognuno potesse mantenere intatte le proprie identità in una strada comune verso una comune meta. L’MSU ha riunito le organizzazioni che volevano dare una risposta forte al Preventivo 2005 e c’è riuscito (non totalmente, ma almeno in una parte soddisfacente), ora l’MSU dovrebbe capire quale prossimo obiettivo raggiungere e quindi in base a quello cercare chi è concorde nel procedere insieme. Un obiettivo da perseguire. L’obiettivo comune non è collaborare coi docenti di italiano nel far redigere componimenti sulla scuola ideale agli allievi! Questo è semmai un mezzo; ma anche qui non può essere l’unico mezzo di un movimento antagonista che lotta per una scuola concepita in maniera strutturalmente diversa. Ci vuole anche un lavoro teorico di ricerca e analisi alle spalle, che non può venire da studenti che – non per colpa loro! – di tutto questo non ne hanno mai sentito parlare (un Dipartimento che ovviamente non ha interesse a promuoverlo, dei docenti che non lo trattano, dei movimenti studenteschi che o se ne fregano o non hanno i mezzi per farlo). La nostra base è piena di potenzialità, ne sono convinto. Tanto è vero che abbiamo dato vita per la prima volta in Ticino al sindacalismo di base fondando il SISA prima, e oggi progettando il nuovo Sindacato inteprofessionale SIP (www.sindacati.ch). Ma se è piena di potenzilità, la nostra base (e a volte pure certi rappresentanti studenteschi) rimane comunque in questa fase storica e in questo contesto sociale anche del tutto politicamente analfabeta (e qui non c’entra nulla il far parte o meno di un partito! Mi raccomando non confondiamo!): per questo la nostra sfida è quella di essere un’avanguardia studentesca che sappia parlare alla base cercando di coinvolgerla passo per passo sicuramente nelle decisioni, ma pure nella costruzione teorica prima e pratica poi di un’alternativa sociale ed educativa. Io non credo nello spontaneismo, ho una concezione avanguardista del fenomeno. Sta a noi fare in maniera tale che l’avanguardismo non porti alla burocratizzazione (termine peraltro abusato da certi compagni). Parlavo prima di “lavoro teorico”: il SISA lo fa per i suoi militanti organizzando ad esempio convegni sulla pedagogia alternativa e su altre questioni, ad esempio la nostra visita alla Scuola di Barbiana, l’incontro con gli ex-allievi di Lorenzo Milani, l’incontro sulla pedagogia dell’aderenza, corsi di formazione politica di base e sindacale, la partecipazioni a assemblee sindacali su problemi del lavoro (non solo scuola quindi!) nei vari paesi europei, e promuovendo le relazioni internazionali ad alto livello (ad esempio con la madre di Carlo Giuliani, Haidi; con Ramon Cardona segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale; con l’ambasciatrice di Cuba; con il segretario nazionale dell’Unione dei Comitati di Base italiani, con l’euro-deputato e ex-magistrato di Mani Pulite Giuseppe Di Lello, con l’ex-giudice Antonio Di Pietro, con esperti di Mobbing, con medici del lavoro sul tema amianto, ecc. Il problema dell’organizzazione interna. La storia ce lo insegna: il Collettivo Studentesco Ticinese (indipendente dai comitati di sede) è durato dal 1998 al 2001 ininterrottamente (o quasi), non aveva una struttura organizzata, ma aveva dei leaders che ne garantivano la continuità. Non appena nel 2003 esso ha voluto legarsi alle assemblee e ai comitati di sede, è morto nel giro di un anno, obbligando ad esempio il SISA a decidere la scissione e a reinvestire un mucchio di energie. Proprio su questo aspetto vale la pena spendere alcune parole. Parlo sull’esperienza del SISA, ma sono consigli che stanno in piedi anche per altre organizzazioni. Il SISA ha oggi preferito continuare a darsi una struttura organizzata (nonostante le accuse di burocratismo che ci sono piovute addosso) per evitare di dover rifare il medesimo lavoro di rifondazione anno dopo anno del vecchio Collettivo Studentesco e per non dover dipendere troppo da singoli compagni. Qualcuno penserà – superficialmente – che il SISA è il Max, ma vi assicuro che se il Max se ne va di colpo, gli altri militanti potranno continuare il lavoro senza troppi intoppi: abbiamo degli organi con competenze definite, abbiamo una discreta trasparenza interna e abbiamo una sede da cui tutto parte. Tutto è ancora da migliorare, ma una base ce la siamo data. Quello dell’organizzazione interna è una questione peraltro già sollevata da Leonardo (GMPS) in passato e messa da parte… si avrà il coraggio di riprenderla? MSU come Coordinamento dei Comitati Studenteschi di sede? Se poi i Comitati – aderenti al MSU o meno – vogliono dotarsi di un organo di coordinamento in più, riservato ai soli comitati (che per esperienza definisco “organi istituzionali affidabili solo sul cortissimo periodo”) lo facciano. Anche il SISA, ad esempio, pur facendo parte del MSU è parte integrante di un Collettivo sindacale cantonale e di una Federazione sindacale continentale. Qui nasce insomma un’ipotesi diversa, in parte, da quanto proposto dai GMPS nelle loro pubblicazioni, (anche se la loro è una proposta interessante che va presa in attentissima considerazione). L’MSU lo si potrebbe vedere in questo senso (e come era nelle idee originarie all’interno del SISA e durante la primissima riunione del MSU) come una struttura che assomigli al Fronte Unico Sindacale (FUS) che riunisce VPOD, OCST, ecc. quando se ne sente il bisogno! Sono pensieri in parte confusi, me ne rendo conto, che nascondono un misto di rabbia e di delusione nel vedere la piega presa dal movimento. Ho preso la decisione di allontanarmi dal MSU in parte con toni polemici, lo faccio però sempre da compagno e vi ringrazio per avermi letto fin qui. Se è vero, come diceva il Che, che “gli studenti sono per natura dei rivoluzionari, perché ogni giorno si aprono a nuove cose”, vi saluto con fervore rivoluzionario.

Studenti lasciati soli nell’apprendimento, ovvero come la furia dei tagli produce idiozie pedagogiche.

Partecipando ad un corso sul “Time management” al politecnico di Zurigo ho avuto modo di incontrare una classe del liceo cantonale di Wetzikon. In questa scuola, vittima anch’essa dei forsennati tagli all’educazione voluti dal neoliberismo galoppante, dall’anno prossimo verranno ridotti di 3/4 la frequenza alle lezioni di alcune materie favorendo una concezione anti-umanista della scuola: gli allievi saranno senza insegnante, avranno unicamente una lista di compiti (to-do list) da svolgere (anche per e-mail) e la loro formazione terminerà lì!

E questo per risparmiare 180’000 franchi: quanta lungimiranza! La relatrice del corso che mi sono sorbito ha iniziato con il lodare questa esperienza, arrivando a definirla una “risposta creativa alle misure di risparmio”… se la creatività e la modernità significano abbandonare gli allievi a se stessi io voglio essere conservatore e tradizionalista.

La domanda sollevata dal Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) è chiara: “I rapporti umani, l’interscambio e il confronto al giorno d’oggi valgono solo 180.000 franchi?” I liceali di Wetzikon che ho incontrato non mi sembravano convinti di quello che gli aspettava… durante tutto il tempo giochicchiavano a SuperMario senza ascoltare le teorie assurde che volevano propinarci. E io li osservavo, divertito…