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La “decrescita” non va esclusa a priori

ecosocialismoPCDa qualche anno il modello di sviluppo dell’Occidente capitalista ha raggiunto i suoi limiti: il livello di sovrapproduzione e di consumismo esasperati da un lato e l’emegere di nuovi soggetti a livello geoplitico dall’altro, stanno dimostrando che ci troviamo nel contesto di un declino del modello economico occidentale.

Le regole del capitalismo nel suo stadio egemonico impongono a questi di espandersi su altri mercati: prima con gli eserciti coloniali, poi con le multinazionali strumenti del neo-colonialismo economico, ora di nuovo con gli eserciti. E’ l’unico modo per accaparrasi le materie prime di cui l’Occidente è povero ma di cui necessita assolutamente per poter mantenere il suo attuale standard di vita e di consumo. Dalla guerra per il petrolio in Irak, alla guerra per il petrolio in Libia, passando dalla lotta ai pescatori (definiti “pirati”) della Somalia depredati della fauna ittica, l’Occidente in declino sta fomentando una politica guerrafondaia pur di non cedere i propri privilegi.

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La legittimazione democratica dei comunisti

Ernesto Galli della Loggia – citato nell’articolo “Le tante anomalie politiche dell’Italia di oggi (e di ieri)” firmato da Giuseppe Laperchia (CdT, 16 ottobre 2010) – scrive, riferendosi alla vicina penisola: è “patologico che in una democrazia il partito d’opposizione fosse un partito di fatto fuori dalla legittimazione democratica come era il PCI”. E’ un’affermazione grave e falsa!

Il Partito Comunista Italiano (PCI) di Gramsci e Togliatti fu infatti più che un’avanguardia, una realtà di massa e di popolo (démos), implicata in modo organico non solo nella lotta partigiana contro la dittatura, ma pure nell’elaborazione della Costituzione democratica (che ancora oggi è alquanto avanzata nel raffronto internazionale).

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Le dichiarazioni di Bignasca sulla Libia sono irresponsabili!

castro-khadafiChiedere che la Svizzera dichiari guerra alla Repubblica Araba di Libia Popolare, come proposto dal leghista Boris Bignasca, è una provocazione stupida e anche profondamente irresponsabile, in quanto serve solo a rendere ulteriormente incandescente l’attuale clima dovuto alla crisi diplomatica in corso con il paese africano. Questo clima potrebbe favorire gravi situazioni di razzismo e di violenza, che un politico serio dovrebbe adoperarsi per evitare.

I toni usati dal granconsigliere ticinese, che è pure un ufficiale dell’esercito, sono poi a dir poco vergognosI: “L’ora delle decisioni irrevocabili” lo diceva Mussolini per scatenare le sue guerre coloniali e di sopraffazione, di cui proprio la Libia è stata vittima! Ma la Svizzera per fortuna non è fascista e nella sua cultura non ha il gene dell’invasore militarista: la diplomazia elvetica saprà risolvere il problema con Tripoli con vie pacifiche, ricercando i comuni interessi nel rispetto della sovranità nazionale. Va infatti compreso come le istituzioni libiche si siano sentite offese con l’arresto di un proprio rappresentante, il figlio del fondatore della Repubblica, personaggio molto apprezzato nei paesi emergenti.

I comunisti ticinesi chiedono il dialogo fra i popoli e il rispetto per sistemi politici e sociali diversi. Siamo inoltre certi che la diplomazia elvetica guidata da Micheline Calmy-Rey abbia le capacità per ottenere dei risultati, sapendo difendere la dignità della Svizzera ma comprendendo anche le ragioni di uno Stato, quello retto da Gheddafi, non solo con una cultura molto diversa dalla nostra, ma che ha vissuto per anni invasioni, embarghi e bombardamenti proprio dai paesi occidentali.

Quale sviluppo socialista per il Nepal?

Nel Nepal del 1994 la già frazionata realtà dei comunisti subì una nuova scissione, guidata questa volta da Pushpa Kamal Dahal, conosciuto da tutti come il compagno Prachanda, il quale diede vita al Partito Comunista (PCN) Maoista, una formazione che seppe dialetticamente adattare il marxismo al contesto rurale del paese. Nel 1996 il nuovo Partito dichiarò l’insurrezione contadina costringendo il re – ed è storia recente – a cedere le redini del paese e a proclamare le libere elezioni, vinte poi proprio dai maoisti che seppero sconfiggere non solo la monarchia, ma pure a indebolire sia i socialdemocratici (Partito del Congresso) sia i comunisti moderati (Partito Comunista Unitario Marxista-Leninista UML). La ragionevolezza con cui i maoisti hanno governato nelle regioni da anni sotto controllo rivoluzionario hanno investito il PCN del grande consenso di massa di cui oggi gode Prachanda, che certamente è quanto di più lontano dall’esperienza cambogiana di Pol Pot, come invece tentano di far credere certi media imperialisti.

Questione economica
Ma quale sarà la trasformazione sociale in Nepal con la proclamazione della Repubblica e la vittoria dei seguaci di Mao? Le risposte che il leader rivoluzionario fornisce nelle varie dichiarazioni pubbliche hanno lasciato molti osservatori perplessi: i suoi non sono infatti soltanto discorsi scevri da retorica vetero-maoista, ma lasciano per certi versi quasi un sentore di “revisionismo” socialdemocratico. Il programma economico di Prachanda è infatti “un sistema misto Stato-privati”, in cui però, si affretta a spiegare, “ogni forma di investimento e d’impresa sarà finalizzata al bene comune”, non al profitto dei privati. All’accusa di aver deviato su un programma riformista Prachanda ribatte convinto: “le socialdemocrazie del XX secolo hanno finito per essere una versione soft del capitalismo, e non è questo che noi vogliamo. Noi stiamo facendo un esperimento pionieristico, non stiamo rimasticando le vecchie ideologie del XX secolo”.

Questione ideologica
Coloro che hanno tentato di “svecchiare” il comunismo in Occidente sono riusciti in realtà solo a disarmarne l’analisi politica liquidando man mano gli stessi partiti operai. La coscienza di classe e la formazione politica dei militanti lasciano però guardare con più tranquillità alla situazione nepalese: Prachanda parla infatti sempre di Lenin, Mao e persino di Stalin come di rivoluzionari su cui basare la ricerca dialettica della propria identità. “Ma sappiamo bene – continua – che questi riferimenti appartengono al passato, mentre oggi servono nuove analisi che interpretino la realtà planetaria del XXI secolo”. Implementare il marxismo e il leninismo adattandoli alla realtà contingente dello stato di cose presenti è il minimo comune denominatore filosofico di tutti i maoisti, sostiene giustamente il leader nepalese, ma come applicare concretamente la tattica e la strategia nella lotta, questo non può che cambiare da paese a paese.

Questione politico-isitituzionale
Il modello di società a cui mirano i maoisti nepalesi sul corto periodo è una repubblica federale e presidenziale. Quello che potrebbe sembrare una proposta non propriamente comunista sarebbe per i suoi fautori invece proprio “una parola d’ordine rivoluzionaria transitoria che aiuta a spingere in avanti la lotta di classe in una speciale condizione di equilibrio di potere”. Una società transitoria in cui per ora sembra che il Partito Comunista non assumerà a livello costituzionale il ruolo di “avanguardia” e dunque il pluri-partitismo sarà garantito. Prachanda intende però superare il parlamentarismo borghese e pur parlando espressamente di un nuovo modello di socialismo diverso da quello sperimentato nel ‘900, precisa che l’idea è di intrecciare la democrazia liberale con altre forme democratiche, tratte proprio dall’esperienza dei paesi del “socialismo reale”, con ogni probabilità quegli aspetti di partecipazione dal basso che esistevano, nonostante varie contraddizioni, nell’Est Europeo.

Conclusione
E’ senza dubbio un maoismo molto concreto quello che risulta dalle informazioni che arrivano dal Nepal: Qualcuno tenta di scorgere in Prachanda una riedizione un po’ più audace del concetto di “democrazia progressiva” elaborato dal PCI del dopoguerra. Certamente il metodo pragmatico è simile a quello di Togliatti, che però con il maoismo non aveva niente a che fare: Prachanda, più che togliattiano va visto come un conoscitore del pensiero dialettico di Mao, aggiornato però alle istanze di movimento del momento attuale e nelle condizioni del paese asiatico, fautore di quello che nel gergo maoista è uno “Stato di Nuova Democrazia”.

Depresso, paranoico e miracolato…

“Liberazione? E’ un giornale di regime!” La forte espressione è stata usata da Fulvio Grimaldi in una recente conferenza organizzata a Bellinzona dal Partito Comunista e dall’Associazione Svizzera-Cuba. Non a torto, si direbbe, se pensiamo che proprio dal quotidiano di Rifondazione comunista fu licenziato Grimaldi a cause delle sue posizioni coerentemente anti-imperialiste su Cuba, sull’Iraq e sulla Yugoslavia. E non a torto, osservando la linea editoriale deleteria che da ormai diverso tempo imperversa sulle pagine di quel giornale: per citare un solo esempio gli articoli contro Cuba e contro il Venezuela, che hanno suscitato una marea di proteste dalla base del partito.
Se Rifondazione, attraverso il suo giornale, opera un processo di liquidazionismo storico e di revisionismo ideologico ormai ad uno stadio avanzatissimo, la base non sembra disposta a farsi indottrinare dal nuovo corso in salsa neo-bertinottiana: è il caso di Roberto Iacovacci che giustamente si scandalizza del contenuto di un articolo firmato Franco Berardi dedicato a Lenin che avrebbe dovuto spiegare come e perché si sia verificata la Rivoluzione d’Ottobre.
Essa si sarebbe verificata non di certo per le dure condizioni di vita del popolo russo, nè tantomeno per la disastrosa guerra che impoveriva ulteriormente quelle genti – srive Iacovacci – il problema pare fosse tutto nello stato depressivo del povero Lenin, che elevò il “culto paranoico del partito” a “incarnazione del logico destino della Storia”. Poveri contadini delle steppe, soldati mandati al massacro, servi della gleba in catene: pensavano di lottare per il socialismo e per la propria liberazione e non si rendevano conto che quelle idee promulgate da Vladimir Ilic correvano così veloci perché “hanno voluto interpretare l’ossessione volontaristica del maschio di fronte alla depressione”. Le virgolette indicano evidentemente quello che Liberazione, quotidiano che si reputa comunista, ha pubblicato. Iacovacci continua insistendo giustamente sul fatto che il giornale di Rifondazione ormai non esita a continuare la pubblicazione di articoli palesemente anticomunisti. Ma per leggerne preferiamo abbonarci a un giornale di destra, almeno loro sono professionisti nel denigrare la nostra storia!

In difesa dell’Ottobre

Il TG di Rai2 diventa organo di propaganda (peraltro di bassissimo livello deontologico e giornallistico) della destra più becera con evidenti elementi clericali tentando di riscrivere la storia della Rivoluzione d’Ottobre, definita “colpo di Stato” e – addirittura – causa del nazifascismo. E’ stato il compagno Fosco Gianini, deputato comunista italiano, a rispondere doverosamente a questo infame attacco in questi giorni di commemorazione dello straordinario evento che cambiò radicalmente la storia dell’umanità e del movimento operaio.

Comunismo e nazismo sulla bilancia

Nazi_divietoL’idea del Partito del Lavoro (PdL) di modificare la propria denominazione per riprendersi il nome originario di Partito Comunista ha suscitato l’ira dell’UDC che, sparando a zero come suo solito, ha sostenuto che nazismo e comunismo siano due facce della stessa medaglia. Ciò non è però vero come intendo dimostrare.
Anzitutto in Marx, in Lenin, ecc. troviamo analisi e metodi ancora oggi preziosi per analizzare le contraddizioni della società; non altrettanto si può dire del “Mein Kampf” di Hitler. A ciò aggiungiamo che il nazismo è una forma di capitalismo: il comunismo per contro è un sistema sociale ed economico completamente nuovo.
Le battaglie per i diritti dei lavoratori, per l’uguaglianza sociale, per la parità, per il diritto allo studio e alla sanità gratuiti, ecc. sono presenti sia nel socialismo teorico, sia in quello “reale”. La discriminazione razziale legalizzata non c’era in URSS, quanto piuttosto nei paesi fascisti e, fino agli anni ’60, pure nei democratici USA!
Il termine “comunista” indica inoltre coloro che hanno lottato non per il proprio egoismo, ma per degli ideali di giustizia e solidarietà, coloro che volevano fare “come in Russia”: hanno scritto la Costituzione in Italia, hanno ricoperto eroici ruoli nella difesa della libertà in tanti paesi, sono partiti, come non pochi giovani ticinesi, in Spagna a combattere il franchismo. Anche i comunisti svizzeri possono dire di avere contribuito, per oltre 60 anni, alla democrazia del nostro paese: non altrettanto possono fare i nazisti. Del nazismo rifiutiamo tutto: la cultura militarista e il culto della guerra, la teoria della razza, dello spazio vitale, del darwinismo sociale, la discriminazione come base fondamentale della società. E’ evidente insomma come il fatto di voler mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo sia solo una mossa propagandista che non favorisce certo il dibattito civile.

Il Venezuela mette fifa…

ChavezHo letto l’articolo “Sul più bello Chavez… va all’estero” firmato da Paolo Manzo sull’edizione del GdP del 27 giugno e desidero commentarlo brevemente. Dall’articolo traspare un odio latente verso il presidente democraticamente eletto del Venezuela che rende il pensiero del giornalista ben poco obiettivo. Un odio corroborato, sembra, dal fatto che Chavez stia intrattenendo rapporti con paesi che portano avanti una politica anti-imperialista come l’Iran islamica, la Bielorussia statalista e la Russia di Putin che non accetta il dictat euro-atlantico. Onore a quelle nazioni che danno ancora peso a parole come indipendenza e sovranità, mi viene da dire!
Paolo Manzo continua condannando le televisioni “di regime”, unicamente per il fatto che sostengono il governo bolivariano che sta dando istruzione e sanità gratuita a tutti quei diseredati che prima erano abbandonati ai margini delle strade. Si cita poi l’esempio di una TV privata a cui non è stato rinnovata la concessione, ma ammettiamo che una TV privata ticinese lanciasse proclami all’insurrezione armata contro il nostro Consiglio di Stato, il GdP la difenderebbe? Perché questo è successo in Venezuela nel caso concreto.
Inoltre il vostro giornalista (che forse dovrebbe rileggersi i messaggi di fraternità cristiana che il vostro quotidiano dovrebbe diffondere) parla di masse di studenti in ribellione. Nella mia qualità di coordinatore del sindacato studentesco ticinese, mi occupo pure delle relazioni internazionali e vi garantisco che qualche “figlio di papà” proveniente da famiglie agiate che protesta perché ora nelle università venezuelane ci vanno anche i poveracci, non sono rappresentativi dei giovani di quel paese.