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Relazione politica al XXI Congresso del Partito Comunista del Ticino

Amiche e amici ospiti, compagni dei partiti esteri, del KKE esempio di mobilitazione; del PdCI attraverso cui saluto il compagno Oliviero Diliberto che ho recentemente incontrato al vostro Congresso di Rimini; compagni delle rappresentanze diplomatiche, dei partiti della sinistra ticinese e cari compagni dalla Mesolcina; compagna Tamara Magrini, rappresentante dell’Autorità comunale di Locarno;  compagno Cyrille Baumann del Partito del Lavoro di Berna e della Gioventù Comunista nazionale: grazie a tutti voi per onorarci della vostra presenza.

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La “decrescita” non va esclusa a priori

ecosocialismoPCDa qualche anno il modello di sviluppo dell’Occidente capitalista ha raggiunto i suoi limiti: il livello di sovrapproduzione e di consumismo esasperati da un lato e l’emegere di nuovi soggetti a livello geoplitico dall’altro, stanno dimostrando che ci troviamo nel contesto di un declino del modello economico occidentale.

Le regole del capitalismo nel suo stadio egemonico impongono a questi di espandersi su altri mercati: prima con gli eserciti coloniali, poi con le multinazionali strumenti del neo-colonialismo economico, ora di nuovo con gli eserciti. E’ l’unico modo per accaparrasi le materie prime di cui l’Occidente è povero ma di cui necessita assolutamente per poter mantenere il suo attuale standard di vita e di consumo. Dalla guerra per il petrolio in Irak, alla guerra per il petrolio in Libia, passando dalla lotta ai pescatori (definiti “pirati”) della Somalia depredati della fauna ittica, l’Occidente in declino sta fomentando una politica guerrafondaia pur di non cedere i propri privilegi.

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Muro di Berlino: oggi servirebbe maggiore equilibrio!

max_cdtQuesto anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.

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Militari svizzeri all’estero e fascistizzazione della società

Fucile d'Assalto SvizzeroLa decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati adottata con 9 sì, nessun contrario e 2 astenuti di autorizzare le autorità militari a obbligare i soldati svizzeri sia professionisti sia di milizia a compiere dei periodi di servizio all’estero è grave, tuttavia non stupisce se inserita nel contesto occidentale, di cui parleremo più avanti. Certo, lo sia sa, è solo il parere di una commissione, manca quindi ancora tutto l’iter procedurale parlamentare e, con l’opposizione della Sinistra, dei Nazionalisti e di qualche Borghese illuminato, l’ipotesi in discussione potrebbe ancora essere scongiurata. Tuttavia si tratta di una situazione già di per sé sintomatica del momento che l’Occidente sta attraversando: se si riuscirà a bloccare la riforma di legge adesso, qualora però non cambiassero le condizioni di sviluppo sociale, quanto uscirà dalla finestra dovrà (drammaticamente) per forze di cose rientrare dalla porta.
La decisione del gruppo di senatori va contro l’indicazione della relativa commissione del Consiglio Nazionale ma dà respiro sia al Consiglio Federale (che guarda a Bruxelles e Washington) ai vertici militari (chissà, forse, loro guardano invece a Tel Aviv vista l’amicizia fra l’esercito neutrale svizzero e l’esercito invasore sionista!). Già da tempo l’esercito svizzero, infatti, non ha più per unica missione la difesa dei confini nazionali e della neutralità (missione che in ogni caso presentava vari aspetti discutibili), ma si sta evolvendo, o meglio, sta degenerando in un tipo di esercito in stile NATO, ossia pronto ad essere utilizzato in maniera offensiva sia per gli interessi economici esteri (cioè euro-americani) sia della nostra borghesia che ha occhi solo per nuovi mercati e profitti.
Se ora il tutto è coperto dal “mantenimento della pace”, in realtà queste modifiche di legge hanno un respiro molto più ampio, benché nascosto, ossia ridefinire la politica securitaria dell’Europa. La Svizzera come sappiamo, anche se sulla carta rimane sovrana, recepisce in tutto e per tutto le decisioni peggiori prese a Bruxelles contro i popoli e contro i lavoratori. L’Europa è cosciente, anche se non lo ammette, della crisi strutturale in cui si trova, dovuta all’impossibilità del sistema consumistico neoliberista di competere con le nascenti economie asiatiche e di continuare in eterno lo sfruttamento neocoloniale delle materie prime dei paesi poveri. L’Europa è cosciente altresì dell’aumento delle disparità sociali persino nei paesi in cui solitamente il benessere era meglio distribuito. Per tutto questo i paesi a noi vicini stanno seguendo, ognuno col suo ritmo, una politica che unisce securitarismo portato all’eccesso con una corsa al culto del nazionalismo e del militarismo (i discorsi del Presidente Napolitano in Italia sono sintomatici nella loro aggressività patriottarda). Proprio nella vicina penisola, d’altronde, i fascisti di Alleanza Nazionale oggi al governo vogliono reintrodurre nientemeno che i campi estivi di salubrità fisica per i giovanissimi in cui “addestrarsi militarmente ma soprattutto moralmente, per l’amore della Patria, per il rispetto della gerarchia, per tutti quei sentimenti che vengono dalle Forze armate” (parole del ministro Ignazio La Russa, non di Benito Mussolini!). Sarkozy in Francia non è da meno con le politiche repressive contro ogni dissenso espresso fuori dall’iter meramente istituzionale (cioè controllato e moderato), e l’elenco potrebbe purtroppo continuare a lungo. La Svizzera si adeguerà sacrificando la sua cultura liberal-democratica e garantista, ma lo farà con moderazione, con equilibrio, con un metodo tutto svizzero per cui passo dopo passo non ci accorgeremo di vivere in un paese diverso da quello che conosciamo. Siamo ancora in tempo a cambiare la situazione? Sì scegliendo altre priorità di sviluppo economico e decidendo di salvaguardare gli aspetti sociali e solidali che ancora resistono.

Le lezioni che giungono dall’Iran

UN-FOOD-SUMMIT-FAODa tempo si assiste a una campagna mediatica e politica contro Mahmud Ahmadinejad, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Pur non ritenendo l’Iran un modello di società e non considerando la teocrazia una forma di governo compatibile coi valori a me più cari, non posso non tacere di fronte alle menzogne che Washington e i suoi lacchè europei stanno diffondendo all’opinione pubblica, demonizzando l’Iran, la sua Rivoluzione e il suo presidente; di fatto preparando psicologicamente le masse a una possibile nuova guerra, una nuova crociata. E come sempre sono i “democratici” europei e statunitensi a continuare la propria politica aggressiva (o come si sarebbe detto una volta: imperialista). Non era l’Iraq prima, e non è l’Iran e neanche la Corea Popolare oggi a minacciarci. Come fare quindi per giustificare una guerra? Creando un nemico e dipingerlo come un mostro di fronte a un popolo che riceve informazione omologata da un oligopolio di network.

Anti-semitismo o anti-sionismo?
Ahmadinejad sarebbe così un anti-semita, quasi un potenziale Hitler! Si dimentica però come il termine “semita” non sia un’esclusiva ebraica: esso infatti indica un complesso etnico che va dalla catena del Tauro all’altopiano iranico, alla costa atlantica del Nord Africa, al mar Rosso e all’Oceano indiano. Iraniani ed ebrei sono dunque iran_rabbinientrambi popoli semitici! Nessun telegiornale occidentale ha mostrato le immagini del leader persiano quasi abbracciato da un gruppo di rabbini recatisi dagli USA a Teheran per congratularsi per la politica anti-sionista (evidentemente non anti-semita) del suo governo.
Ahmadinejad sarebbe poi anche un guerrafondaio che vorrebbe distruggere lo Stato d’Israele. Eppure così non è: il dirigente musulmano ritiene di non dover riconoscere Israele nei suoi confini attuali, conseguenza dell’espansionismo di Tel Aviv. Il Capo dello Stato iraniano sottolinea poi che sarà il sionismo stesso a disintegrarsi, per le mille contraddizioni che ne compongono l’ideologia razzista. E non ha forse ragione, il presidente dell’Iran, di fronte alle accuse di chi ha fatto dei diritti umani un’arma unilaterale da usare contro i paesi che non accettano di piegarsi al diktat dello zio Sam, ad affermare: “Perché, se in un’altra parte del mondo, basta che qualcuno viene arrestato e i mass-media di alcuni paesi alzano un polverone e fanno campagna contro? Mentre ogni giorno vengono uccisi centinaia di persone in Palestina e non si vede nessuna sensibilità dalla parte di quegli stessi paesi”? Continua Ahmadinejad: “la nostra presa di posizione contro il regime sionista è a favore di tutti i popoli. (…) I crimini commessi in terra di Palestina sono un disonore per l’umanità. (…) Deve finire l’uccisione delle donne e dei bambini e il far crollare le case sulla testa della gente. (…) C’è qualcuno che è d’accordo con l’assedio perenne e l’isolamento economico della gente, con il non far arrivare i medicinali e il cibo ai civili tra i quali le donne e i bambini? C’è qualcuno che appoggia l’occupazione illegittima delle terre altrui? Qual è il regime che compie tutto questo? Qual è il regime che ha reso senza terra 5 milioni di palestinesi? Chi è che uccide donne e bambini palestinesi? Non è forse il regime sionista? Quale tra i vicini del regime sionista può sentirsi sicuro? Sono 60 anni che la nostra regione vive in un’atmosfera di minaccia”.

Contro la fame e la povertà nel mondo
Un’altra lezione di politica ai leader occidentali il presidente iraniano l’ha data nel recente vertice della FAO a Roma, pochi mesi prima dello scoppio della crisi economica. Ahmadinejad è partito da una constatazione: “mentre il 25% delle persone povere al mondo spende il 75% del proprio reddito in cibo, il bilanciamento tra produzione e consumo di prodotti alimentari sta diventando preoccupante”. Dopodiché ha sferrato un colpo durissimo al capitalismo: “l’estensione dei principi del mercato al principale bisogno umano per l’esistenza, il cibo, è allarmante. In poco tempo, il prezzo di alcuni prodotti agricoli è più che raddoppiato mentre il potere d’acquisto dei poveri è diminuito. Senza dubbio, la continuazione di questa situazione aumenterà la diffusione della povertà e dei morti che essa provoca, causerà dei veloci cambiamenti politico-sociali in molte regioni e sbilancerà l’equilibrio nel mondo, senza nessuna prospettiva di uscita da questa situazione”. Di chi è allora la responsabilità di quanto sta avvenendo? La risposta del leader iraniano è chiara: “una tale preoccupante situazione è il risultato naturale (naturale!!! Ndr) dello sviluppo economico mondiale e dei meccanismi propri del mercato (meccanismi propri del mercato!!! Ndr)”. E’ insomma il mercato stesso a portare la crisi, dunque politiche turbo-liberiste non possono che aggravarne il corso. E per fortuna che nessuno può accusare il capo del governo iraniano di comunismo!
“Oggi – continua Ahmadinejad,  dimostrando senso della realtà – i politici di alcune potenze mondiali sono costretti a svalutare i dollari per diminuire le conseguenza delle loro attività passate ma anche per imporre le loro volontà sul mercato mondiale. (…) Per coprire le continue spese per guerre ed occupazioni, compensati da forti e immorali consumi, e per rimpinguare le tasche del capitalismo mondiale e svuotare quelle delle altre nazioni, c’è stata una vasta iniezione di dollari senza garanzie e oggi tutto questo si è riflesso nella svalutazione del dollaro; un fenomeno che ha messo in pericolo tutte le relazioni economiche mondiali”.
Perché i capitalisti occidentali – si chiede il presidente iraniano – “da una parte impongono alle altre nazioni di abbassare le tariffe delle importazioni agricole in nome del libero scambio e dall’altra danno sovvenzioni ai loro agricoltori eliminando di fatto un gran numero di piccoli agricoltori negli altri paesi. Perché alcune potenze usano e intendono il cibo come un oggetto per fare profitti, usando finanziamenti illegali per mantenere milioni di persone schiacciate nella povertà? Perché alcune potenze – per acquisire il dominio del mondo – passano tutte le frontiere dell’umanità e dei valori morali? Perché certa gente si comporta così? La domanda che ci si pone è: qual è la soluzione? Con i meccanismi esistenti, si potrà controllare la loro infinita avidità e il loro appetito inarrestabile?”. La soluzione è quella di impedire il continuo affermarsi dell’egemonia di stampo imperialista e neo-colonialista e quella di una reale analisi di classe della situazione internazionale. Questo Ahmadinejad non lo dice fino in fondo, ma neanche me lo aspetto: per non essere marxista ha già detto tanto!
Tolti i riferimenti religiosi tipici per un esponente iraniano, che apre ogni suo discorso con un ringraziamento al Padreterno, il suo messaggio rimane comunque un monito che pochi della classe politica occidentale sarebbero in grado di sostenere. Dice infatti Ahmadinejad: “In questa situazione, l’importanza della diffusione (…) dei valori umani ed etici, e la scelta di dirigenti giusti e probi è maggiore di prima (…). La competizione per il potere e la ricchezza deve trasformarsi in quella per servire la gente e per l’amore”.
Interessanti anche le proposte avanzate dallo statista per risolvere la crisi alimentare: non solo costituire un organo indipendente eletto da tutti i paesi per regolare il mercato, ma destinare una parte delle spese militari (!) di tutti i paesi al miglioramento della produzione. Non solo più equità nella distribuzione e nella produzione, ma l’adesione delle grandi potenze alle convenzioni per preservare l’ambiente e combattere l’inquinamento atmosferico, così da prevenire la desertificazione. Altra richiesta di Ahmadinejad è che “le potenze oppressive siano obbligate ad orientarsi verso la pace e l’amicizia al posto delle guerre e delle occupazioni e devolvere le spese militari per migliorare la situazione dell’agricoltura nel mondo e aiutare le genti povere dei propri e degli altri paesi”. L’esponente del governo di Teheran chiede poi il divieto del traffico di energia e di “creare un sistema efficace per produrre e distribuire diversi tipi di energia”. E mentre i vertici dell’imperialismo rimanevano offesi e sconvolti dalla presenza dell’indesiderato capo di stato, lui si è rivolto a loro con: “La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi.”

Le reclute svizzere sono in pericolo… a causa dei loro superiori!

Fucile d’Assalto SvizzeroIl servizio di guardia che le reclute compiono presso le caserme o i depositi di munizioni dall’inizio dell’anno si svolgeranno con il colpo in canna. In passato il movimento di carica veniva effettuato unicamente in caso di un possibile effettivo utilizzo del fucile. Il motivo? Essere più efficienti in caso di assalto nemico! A me, proprio, questo modo di fare le cose a metà non piace: oltre al FAss carico, io armerei le guardie anche con granate, macete, bazooka e un panzer mimetizzato nel caso in cui un commando maoista decida di occupare la caserma. Questa ridicola corsa alla “seriosità” da parte di quello che si reputa il “nostro” esercito può diventare non solo costosa dal lato economico (vedi acquisto di materiale bellico ultima moda per far sbavare qualche esaltato) ma anche pericolosa. Ogni anno 300 civili in Svizzera muoiono a causa dai fucili d’ordinanza che ci si porta a casa come souvenir, adesso si vuole incrementare la loro utilizzabilità anche nei momenti di guardia: reclute di 18 anni che vestono una divisa solo per obbligo (o per pigrizia nel non cercare un’alternativa – oggi possibile – al servizio militare) e che – nel momento della guardia – cercano solo di non farsi sgamare dal tenente per dormire un po’. Il colpo in canna ecco che sarebbe anche pericoloso per i soldati stessi o per eventuali passanti. Purtroppo misure assurde quanto inutili come questa sono normali quando un’istituzione come l’esercito è in crisi di identità e la propria legittimità va costruita artificialmente dando un che di marziale a situazioni finora “tranquille” oppure creando dal nulla dei nemici collettivi. Per anni c’è stato il mostro sovietico che avrebbee voluto invadere la Svizzera, dopo il 1989 hanno inventato il nemico islamico, ecc. Fino a quando si andrà avanti così?

Da quando i mezzi giustificano i fini?

CIAMi rivolgo ai lettori di “Obiezione” con queste brevi riflessioni dopo aver letto l’ultimo numero del bollettino “Il mund civilist”, organo dell’Associazione Svizzera del Servizio Civile, l’associazione di categoria dei civilisti. Mentre scrivo non so ancora se rassegnerò le dimissioni dalla stessa, ma la tentazione è forte. Ho aderito all’associazione appena fondata, ho collaborato al giornale traducendo dei testi e l’anno scorso ho fatto pure parte della giuria per il concorso letterario. Mai avrei immaginato, però, di dover leggere sul suo organo ufficiale affermazioni tanto gravi e politicamente schierate. Sono obiettore non perché affetto da un pacifismo utopista, ma perché a fianco di ragioni personali caratteriali e di coscienza, non intendo collaborare con una struttura classista e filo-atlantica come l’esercito svizzero, che propaganda la violenza tanto per non rendere evidente la sua inutilità. Come posso quindi tollerare che l’associazione di cui sono parte si faccia portavoce, in ben tre articoli, del sostegno implicito ai metodo sporchi degli USA e dei suoi burattini, quinte colonne in vari paesi? Come si fa a non dire che il Kosovo è stato uno strumento per spaccare la forza geopolitica di un paese, la Serbia di Milosevic, che si ostinava – nel bene e nel male – a difendere la propria indipendenza dall’imperialismo? Come si fa a dire che è un bene la “resistenza” (organizzata dalla CIA) contro la Bielorussia non allineata, unico paese dell’ex-URSS dove la gente non sia nella povertà assoluta. Come si fa a sostenere la “rivoluzione di velluto” in Ukraina solo perché il popolo “arancione” è sceso in piazza “pacificamente” in favore di … Yushenko, che dalle ultime dichiarazioni a me pare sempre più un fascista? Ma in che mondo vive il caporedattore de “Il mund civilist”? Essere obiettore di coscienza non significa sostenere le azioni dell’imperialismo, mascherate di democrazia, solo perché “non-violente” o “pacifiche”. Per me usare anche solo i soldi di CIA e NATO per abbattere governi che vogliono impedire il monopolio della forza di Unione Europea e USA è comunque qualcosa di violento e anti-umanitario. Credo che essere pacifisti significhi essere anzitutto anti-imperialisti, perché la pace senza giustizia sociale e sotto un dominio straniero (cioè americano nel contesto attuale) è solo una formula vuota.