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Tutela dei lavoratori o marketing politico?

verdi_legaSono diversi i limiti dell’iniziativa popolare “Salviamo il lavoro in Ticino” promossa dai Verdi che hanno spinto noi comunisti e molti sindacalisti a non sottoscriverla. Anzitutto il fatto che la stessa incarica il governo di fissare la percentuale (presumibilmente il 65% stando ad alcuni testi legislativi) del salario mediano nazionale che verrebbe utilizzata per determinare il salario minimo cantonale di ciascun settore. Questo metterà i lavoratori alla mercé di quella stessa compagine governativa che ha tagliato, pochi mesi fa, i salari dei dipendenti pubblici. In secondo luogo vi è il rischio concreto che si venga a creare un effetto di “ancoraggio” negativo: la parte padronale, di fronte a salari minimi tanto bassi potrebbe diminuire le attuali paghe, finendo così per danneggiare gran parte dei salariati e aggravando addirittura l’effetto dumping. Non mi stupisce, quindi, che Franco Ambrosetti, presidente della Camera di commercio, abbia firmato l’iniziativa.

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La lista nera dei bassi salari

bassisalariLe imprese che vengono colte in flagrante “con paghe totalmente inaccettabili moralmente, devono essere denunciate pubblicamente e inserite in una black list di dominio pubblico”. Lo dice il presidente dei Giovani Liberali Radicali, Giovanni Poloni, proponendo una lista nera dei padroni che ai lavoratori versano “salari cinesi” (termine, quest’ultimo, usato anche da ambienti sindacali).

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I giovani hanno la libertà di …farsi male!

cascoI lavori considerati pericolosi dal Dipartimento Federale dell’Economia (DFE), ossia quelli che comportano rischi di incendio, esplosione, malattie, cadute mortali, mobbing e molestie sessuali o contatto con agenti chimici tossici, potranno presto diventare accessibili anche ai ragazzi di 14 anni e non più solamente a partire dai 16 anni, come è il caso attualmente. E’ questa la proposta che avanza la Segreteria di Stato per l’Economia (SECO) alla Commissione Federale del Lavoro. Questo perché, secondo Pascal Richoz della SECO, “sempre più ragazzi smettono di studiare prima dei 16 anni” e conseguentemente arrivano più presto sul mercato del lavoro.

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In politichese “spostare” significa “smantellare”: manovre losche sulle Officine FFS

Quando un presidente di un partito importante e di governo come il PLRT parla, non esprime mai suggerimenti innocenti a titolo personale: al contrario le sue parole sono macigni che pesano politicamente. Rocco Cattaneo ha affermato nei giorni scorsi che le Officine FFS di Bellinzona andrebbero spostate altrove. Lo stesso consiglio, qualche giorno dopo, viene lanciato anche dal presidente della Camera di Commercio Franco Ambrosetti. Ma davvero padronato e partiti borghesi ci prendono per fessi? La volontà mai sopita della destra economica e dei manager delle FFS di smantellare il sito industriale bellinzonese torna insomma a farsi sentire dopo la pausa forzata imposta dalla vittoriosa mobilitazione operaia e dell’intera società civile del 2008. Si preparano insomma a tornare all’attacco, questa volta con adeguati trucchi linguistici: non si “chiude” più, si “sposta” solamente, peccato che questo significa quasi sicuramente impedire proprio la realizzazione del centro di competenze sulla logistica per cui è stata anche depositata un’iniziativa popolare con 15’000 firme durante lo sciopero e che è ancora oggi – guarda caso – in fase di studio.

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La “decrescita” non va esclusa a priori

ecosocialismoPCDa qualche anno il modello di sviluppo dell’Occidente capitalista ha raggiunto i suoi limiti: il livello di sovrapproduzione e di consumismo esasperati da un lato e l’emegere di nuovi soggetti a livello geoplitico dall’altro, stanno dimostrando che ci troviamo nel contesto di un declino del modello economico occidentale.

Le regole del capitalismo nel suo stadio egemonico impongono a questi di espandersi su altri mercati: prima con gli eserciti coloniali, poi con le multinazionali strumenti del neo-colonialismo economico, ora di nuovo con gli eserciti. E’ l’unico modo per accaparrasi le materie prime di cui l’Occidente è povero ma di cui necessita assolutamente per poter mantenere il suo attuale standard di vita e di consumo. Dalla guerra per il petrolio in Irak, alla guerra per il petrolio in Libia, passando dalla lotta ai pescatori (definiti “pirati”) della Somalia depredati della fauna ittica, l’Occidente in declino sta fomentando una politica guerrafondaia pur di non cedere i propri privilegi.

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Una risposta a Donatello Poggi (Lega): la sinistra vuole essere popolare, non populista!

Non c’è dubbio, caro Poggi, la sinistra ha fatto anch’essa degli errori, come tutte le correnti politiche. C’è gente, come i comunisti, che lavora per migliorarla perché crede ancora nei valori di solidarietà, di giustizia, di amicizia fra i popoli e in ultima analisi nell’ideale socialista; e c’è gente invece che cambia casacca in base a chi porta più voti seguendo di pancia la faciloneria del momento, cavalcando le paure della gente, offrendo loro la solita demagogia patriottarda. La sinistra a volte ha scordato di rivendicare, spesso si limita a stare sulla difensiva. La sinistra – che ha un patrimonio culturale umanista – a volte cade nel buonismo, ma francamente lo trovo sempre meglio del becero e volgare sbraitare di certi individui che fomentano la guerra fra poveri e cercano capri espiatori per dividere i popoli e i lavoratori.

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Sciopero alla TEKEL: la Turchia operaia si alza!

tekeOltre diecimila lavoratori turchi si trovano nella loro quarta settimana di sciopero. Una protesta fra le più importanti per il paese eurasiatico. Sono i dipendenti della Tekel, l’ex-monopolio di Stato per il tabacco, che protestano non solo per evitare di essere licenziati ma anche per ottenere aumenti salariali. L’azienda, che è restata in mani pubbliche fino al 2008 sopravvivendo a stento all’ondata di privatizzazioni che ha colpito la Turchia negli ultimi anni, è ora stata presa di mira dal premier Erdogan. Il mercato del tabacco era già stato liberalizzato e la Tekel, pur restando sotto il controllo del governo, operava già in un regime di concorrenza pur godendo ancora di elementi monopolistici, ora però il governo vuole sbarazzarsene per la fine di gennaio mandando a casa tutti gli operai e chiudendo i siti industriali.

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Muro di Berlino: oggi servirebbe maggiore equilibrio!

max_cdtQuesto anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.

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Conflitto sociale o concertazione?

fascidellavoroPer i sindacati è necessario «armonizzare la propria azione con le direttive del governo che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della nazione». Insomma va finalmente compreso «il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla  necessità di  stringere sempre più cordiali rapporti tra  i singoli datori di lavoro e i lavoratori». Ciò, in pratica, significa che «nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Sembrano frasi così attuali, così “normali”, così  “equilibrate”, così “di buona volontà” che potrebbero essere state dette da uno qualsiasi dei nostri Consiglieri di Stato, da un dirigente sindacale a modo o da un rappresentante del padronato “illuminato”, aperto al dialogo. Anzi, spingiamoci oltre: sono parole compatibili con il sistema svizzero della concertazione, della “pace del lavoro”, dell’eterno compromesso. E invece non è così: le frasi che avete letto, infatti, sono datate 23 dicembre 1923 e, con la loro codificazione nella “Carta del Lavoro” del 1927, rappresentano nientemeno che l’ossatura del sistema economico del regime fascista in Italia! Questa profonda similitudine fra il modo di concepire la contraddizione capitale-lavoro nell’Italia dittatoriale e fascista del Ventennio e nella Svizzera liberal-democratica contemporanea dovrebbe far riflettere molto tutti noi, soprattutto gli apologeti del nostro sistema politico consociativo. Alla base del corporativismo fascista c’è l’abolizione di fatto del concetto di “classe”, il voler credere che fra classi sociali antagoniste (come quella dei lavoratori e quella dei padroni) possano esserci punti di contatto e interessi condivisi. Ma quale può essere l’interesse comune fra un operaio delle Officine che rischiava il posto o un buralista delle ex-PTT buttato in strada a 50 anni, e i rispettivi manager o azionisti? Gli uni lottano per arrivare alla fine del mese svolgendo un lavoro onesto, gli altri si interessano solo dei propri dividendi e del raggiungimento del massimo profitto a scapito, se necessario, anche dell’essere umano.

Il conflitto è insomma un elemento imprescindibile nella società liberale, dove le differenze sociali sono alla base del sistema economico stesso. In una società divisa in classi, infatti, se i lavoratori vogliono conquistare dei diritti devono lottare, creando dei rapporti di forza verso il padronato, cioè sviluppare un sindacalismo combattivo che concepisca il conflitto sociale come motore del progresso!  E’ la storia che ce lo insegna: se non c’era l’occupazione, oggi le Officine di Bellinzona sarebbero state un ricordo, e forse i primi a rendersene conto sono stati coloro che sono stati spazzati via dalla privatizzazione delle ex-regie federali.

Il sindacalismo in una società democratica (e non fascista) non deve essere di accompagnamento alle logiche padronali neo-liberali e non deve occuparsi soltanto degli effetti senza verificare le cause dei problemi riscontrati dai lavoratori. E la causa di tutti gli effetti risiede a monte, in un sistema economico profondamente iniquo e perverso dove quando 1’443’000 persone negli ultimi 3 mesi perdono il loro posto di lavoro nell’UE, nel medesimo tempo le borse rimontano e fanno guadagnare gli azionisti. La causa si chiama liberalismo e questa crisi dobbiamo saperla usare per costruire dal basso dei nuovi rapporti economici e sociali sostenibili, aumentando i diritti ai salariati e nazionalizzando i settori economici strategici: insomma, per dirla con l’amico Chavez, un “socialismo del XXI secolo”.

Alle Officine si deve ancora resistere!

Un articolo di Sidney Rotalinti e Massimiliano Ay

Lotta sindacale e offensiva padronale
La vertenza delle Officine di Bellinzona ha travalicato i confini di una “normale” vicenda sindacale, perché sono state toccate le radici di un intero popolo cresciuto intorno alla Gottardbahn. Quanto successo nell’ultimo mese è il risultato di due fattori: una reazione unita dei lavoratori messi di fronte ai tagli e una coscienza di lotta da parte dei leader operai. Anni fa questi ultimi avevano fondato il comitato “Giù le mani dalle officine” e recentemente hanno lasciato il sindacato SEV. Nel distacco esistente fra il sindacato di categoria e militanti operai, UNIA ha colto un’opportunità di azione assumendo un ruolo di primo piano nel contrastare l’offensiva padronale che vorrebbe portare la manutenzione delle locomotive a Yverdon e privatizzare quella dei vagoni. Tale idea nasce nei progetti della taskforce Turnaround (che in inglese vuol dire anche “voltafaccia”). I guai incominciano nel gennaio 2007 quando Andreas Meyer arriva dalla direzione della Deutsche Bahn per prendere in mano la direzione delle FFS. Gli operai e i tecnici di Bellinzona vengono affiancati da “consulenti” pagati dai 2000 ai 7000 franchi al giorno (!). Questi consulenti non servono a far funzionare meglio l’azienda, perché le Officine sono già produttive. I consulenti servono semmai a smembrare le officine. La reazione degli operai è poderosa. Anche perché stavolta – di fatto – il “padrone del vapore” non è un cinico faccendiere privato, ma le FFS. Ma allora, a cosa serve la Svizzera, se un’intera regione viene buttata a mare in nome di interessi contrari al benessere collettivo?

Una cattiva politica dei trasporti
La reazione popolare è possente anche perché – durante lo sciopero – arrivano i dati contabili dell’altro grande trasportatore, la Basel Lötschberg Simplon. La trasversale del Löetschberg è appoggiata da Deutsche Bahn (da cui proviene Meyer) e dalle lobby bernesi che avevano sostenuto Adolf Ogi nell’idea – folle – di realizzare due trasversali alpine a 30 chilometri di distanza l’una dall’altra. La BLS ha addirittura incrementato dell’11% i propri transiti sull’asse del Gottardo: dunque il lavoro c’è, ma lo prendono gli altri! Gli “scienziati” di Turnaround stanno mettendo arbitrariamente sui conti delle Officine di Bellinzona gli errori che hanno fatto quando si sono buttati nella privatizzazione dei traffici europei. I politici svizzeri – con poche eccezioni – hanno trascurato il Gottardo: nel 1984 il Consiglio federale risponde al deputato Sergio Salvioni sostenendo che non vi è alcuna fretta di creare una trasversale alpina sul Gottardo. Intanto la lobby bernese varava i primi crediti per il Lötschberg. Questa assoluta mancanza di una vera politica dei trasporti ha avuto consequenze catastrofiche: l’asse del Gottardo risulta attualmente scoordinato da tutta la progettualità europea in materia di ferrovie.

La società civile e gli operai
Dopo un mese di sciopero il piano di ristrutturazione è stato ritirato. Da un lato è una vittoria, dall’altro occorre ricordare che la battaglia non è affatto finita: adesso si va al tavolo delle trattative. Nella preparazione di questa lotta i sindacati hanno mostrato capacità organizzativa, ma devono adesso avere la saggezza che la situazione richiede: bando alle strumentalizzazioni e alle egemonie! Per quanto importanti le sole capacità sindacali non potranno vincere questo braccio di ferro epocale: durante le trattative si dovrà infatti stare attenti a mantenere ben saldo il formidabile sostegno della società civile. Il confronto duro non è ancora cominciato e i primi segnali sono preoccupanti. Moritz Leuenberger impone un mediatore (Steinegger) in modo unilaterale. Durante l’ultima assemblea (18 aprile) gli operai hanno compreso che la controparte “fa ancora finta di non aver capito” e, attraverso la stampa, rilancia subdolamente la necessità della Turnaround. Le trattative saranno lunghe: due mesi dice Leuenberger. Come se ciò non bastasse Steinegger (figura discutibile poiché coinvolto in vari consigli di amministrazione “critici”) ritarda l’inizio delle discussioni a fine maggio. Due mesi a partire da fine maggio? Arriviamo a luglio-agosto, un momento dell’anno delicato, ideale per le più spietate razionalizzazioni. E’ quindi fondamentale operare per rendere duraturo l’abbraccio fra gli operai e la società civile. In quest’ottica è stata costituita l’Associazione “Officine 2008”. Fra i fondatori il sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni e l’arciprete Pierangelo Regazzi, propugnatore della dottrina sociale della Chiesa, convinti del fatto che occorre sostenere il progetto di un “polo tecnologico” voluto dalle oltre 15 mila firme dell’iniziativa popolare. Una cosa è certa: la prima battaglia è vinta, ma gli avversari non si sono arresi. Anzi!