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L’antifascismo non va banalizzato!

Il compagno Daniele Maffione, responsabile “antifascismo” per i Giovani Comunisti italiani (organizzazione legata al Partito della Rifondazione Comunista), con un suo recente articolo ha sollevato un polverone in certi ambienti del movimento comunista della penisola. L’articolo contiene, a dire il vero, alcuni elementi poco approfonditi, i quali possono effettivamente creare confusione. Ad esempio anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, siamo anti-europeisti e non per questo difendiamo teorie economiche fasciste, anche se è evidente il rischio di pensare – sbagliando! – che per uscire dalla globalizzazione imperialista si debba per forza effettuare una sterzata reazionaria e tornare agli stati nazionali. Il culto dello stato nazionale nella fase storica attuale in Occidente (che, non a caso, non è paragonabile all’Oriente) porterebbe solo a dare illusione alla classe operaia (o meglio: alla “aristocrazia operaia”) di una presunta sovranità riconquistata, imbrigliandola in realtà – in modo ancora più totale del solito – fra le mani della borghesia, che non esiterà – nel contesto ormai evidente del confronto interimperialista – di spingerla in una nuova guerra fra poveri. E la patria si gloria di altri “eroi”  (…sempre proletari naturalmente) alla memoria…

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Relazione politica al XXI Congresso del Partito Comunista del Ticino

Amiche e amici ospiti, compagni dei partiti esteri, del KKE esempio di mobilitazione; del PdCI attraverso cui saluto il compagno Oliviero Diliberto che ho recentemente incontrato al vostro Congresso di Rimini; compagni delle rappresentanze diplomatiche, dei partiti della sinistra ticinese e cari compagni dalla Mesolcina; compagna Tamara Magrini, rappresentante dell’Autorità comunale di Locarno;  compagno Cyrille Baumann del Partito del Lavoro di Berna e della Gioventù Comunista nazionale: grazie a tutti voi per onorarci della vostra presenza.

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La “decrescita” non va esclusa a priori

ecosocialismoPCDa qualche anno il modello di sviluppo dell’Occidente capitalista ha raggiunto i suoi limiti: il livello di sovrapproduzione e di consumismo esasperati da un lato e l’emegere di nuovi soggetti a livello geoplitico dall’altro, stanno dimostrando che ci troviamo nel contesto di un declino del modello economico occidentale.

Le regole del capitalismo nel suo stadio egemonico impongono a questi di espandersi su altri mercati: prima con gli eserciti coloniali, poi con le multinazionali strumenti del neo-colonialismo economico, ora di nuovo con gli eserciti. E’ l’unico modo per accaparrasi le materie prime di cui l’Occidente è povero ma di cui necessita assolutamente per poter mantenere il suo attuale standard di vita e di consumo. Dalla guerra per il petrolio in Irak, alla guerra per il petrolio in Libia, passando dalla lotta ai pescatori (definiti “pirati”) della Somalia depredati della fauna ittica, l’Occidente in declino sta fomentando una politica guerrafondaia pur di non cedere i propri privilegi.

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Una risposta a Donatello Poggi (Lega): la sinistra vuole essere popolare, non populista!

Non c’è dubbio, caro Poggi, la sinistra ha fatto anch’essa degli errori, come tutte le correnti politiche. C’è gente, come i comunisti, che lavora per migliorarla perché crede ancora nei valori di solidarietà, di giustizia, di amicizia fra i popoli e in ultima analisi nell’ideale socialista; e c’è gente invece che cambia casacca in base a chi porta più voti seguendo di pancia la faciloneria del momento, cavalcando le paure della gente, offrendo loro la solita demagogia patriottarda. La sinistra a volte ha scordato di rivendicare, spesso si limita a stare sulla difensiva. La sinistra – che ha un patrimonio culturale umanista – a volte cade nel buonismo, ma francamente lo trovo sempre meglio del becero e volgare sbraitare di certi individui che fomentano la guerra fra poveri e cercano capri espiatori per dividere i popoli e i lavoratori.

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Nobel: premiata l’estrema destra cinese!

Il premio Nobel non è quasi mai insignito a una persona per i suoi effettivi meriti di pace o letterari, esso rientra al contrario – come qualsiasi cosa pretesa neutrale – in un subdolo gioco politico ben orchestrato. Il nuovo nemico dell’Occidente è la Repubblica Popolare Cinese che si sta sviluppando enormemente sopraffacendo il dominio aggressivo euro-americano: occorre quindi demonizzarla, affinché i popoli occidentali detestino quello cinese. Liu Xiaobo, il poeta cinese, neo-premiato è una pedina di questo sporco gioco dell’ennesima “guerra di civiltà”.

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La RDP di Corea abbandona il comunismo?

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“Kim ha abbandonato il comunismo”. Su tutti i giornali e i media on-line occidentali il 28 settembre scorso si poteva leggere questa notizia: la nuova costituzione della Corea del Nord abbandona ogni riferimento al comunismo perché “raggiungerlo è difficile”, queste le parole di giustificazione pronunciate da un funzionario del governo di Pyongyang. Andiamo a vedere le fonti: LaRegione, l’Unità, Yahoo, Ticinonline, ecc. Lo dicono tutti, da destra a sinistra. Ma si tratta realmente di fonti diverse? No, perché tutte si basano su una fonte primaria unica, l’articolo di Jon Herskovitz e Christine Kim scritto per l’Agenzia di stampa Reuters, che fa parte di un oligopolio di agenzie di informazione. Tutti hanno ripreso la Reuters, a volte facendo un semplice copia-incolla delle frasi. Naturalmente questo si chiama “pluralismo di informazione”! La Reuters a sua volta si basa su testimonianze della Corea del Sud che sostengono che la notizia sia trapelata solo oggi. Niente di più falso: basterebbe fare un giro sul web per leggere il comunicato diramato dalla KCNA, l’agenzia stampa ufficiale nordcoreana che già in aprile ne parlava. In pratica ci raccontano le cose con quasi sei mesi di ritardo e forse dovremmo chiedercene il perché!

In realtà la Corea Popolare non ha rinunciato proprio a niente. Ad esempio anche il Partito Svizzero del Lavoro parla di socialismo e non di comunismo nei suoi statuti. Ogni marxista sa infatti che l’obiettivo di un comunista è la costruzione della società socialista e non direttamente comunista. Il comunismo è infatti uno stadio superiore dello sviluppo socialista, o meglio: sarà l’evolversi di una società socialista avanzata in cui deperirà il conflitto di classe e dunque l’apparato repressivo di una classe su un altro, cioè lo Stato.La nuova costituzione coreana ha semplicemente codificato la politica del Songun, e cioè la priorità della difesa di fronte all’aumento delle provocazioni degli USA e ha di nuovo sottolineato che l’ideologia dello Stato è il Juché teorizzato dal fondatore della Repubblica Kim Il Sung. La Corea continua a perseguire un “socialismo con caratteristiche coreane” e nei suoi documenti politici rimane un paese di ispirazione “socialista”, ribadisce il legame alla sua rivoluzione, le gigantografie di Marx e Lenin restano in bella mostra nella piazza Kim Il Sung di Pyongyang. Solo che al posto di creare un “uomo nuovo comunista” come si diceva nel vecchio testo, ora si parla di forgiare un “uomo nuovo legato al pensiero del Juché”. Il Juché è un adattamento dialettico del marxismo-leninismo alla realtà coreana, in alcune sue parti differisce dal materialismo marxista e per questo non si può definire un’evoluzione diretta del marxismo-leninismo come potrebbe essere visto il maoismo. Da sempre in Corea del Nord la rivoluzione socialista si è basata sullo Juché e non solo sul marxismo-leninismo che continua ad essere studiato nelle università. Il riferimento esplicito al comunismo è stato rimosso dalla Costituzione – ha spiegato Alejandro Cao de Benos, presidente della Korean Friendship Association – perché “non può essere realizzato da una nazione singola e sotto la pressione dell’imperialismo: la cosa più importante da raggiungere con pragmatismo è adesso il socialismo reale!”.

Dare la notizia adesso con tale risalto ha una ragione precisa: ci stiamo avvicinando al 20° anniversario del crollo del Muro di Berlino e far credere che un altro paese “rinuncia” al comunismo è utile per scoraggiare gli “Ost”-algici e per dare un senso di impotenza generale: “il comunismo è impossibile da applicare” giocando anche sulla confusione fra socialismo e comunismo.

Le dichiarazioni di Bignasca sulla Libia sono irresponsabili!

castro-khadafiChiedere che la Svizzera dichiari guerra alla Repubblica Araba di Libia Popolare, come proposto dal leghista Boris Bignasca, è una provocazione stupida e anche profondamente irresponsabile, in quanto serve solo a rendere ulteriormente incandescente l’attuale clima dovuto alla crisi diplomatica in corso con il paese africano. Questo clima potrebbe favorire gravi situazioni di razzismo e di violenza, che un politico serio dovrebbe adoperarsi per evitare.

I toni usati dal granconsigliere ticinese, che è pure un ufficiale dell’esercito, sono poi a dir poco vergognosI: “L’ora delle decisioni irrevocabili” lo diceva Mussolini per scatenare le sue guerre coloniali e di sopraffazione, di cui proprio la Libia è stata vittima! Ma la Svizzera per fortuna non è fascista e nella sua cultura non ha il gene dell’invasore militarista: la diplomazia elvetica saprà risolvere il problema con Tripoli con vie pacifiche, ricercando i comuni interessi nel rispetto della sovranità nazionale. Va infatti compreso come le istituzioni libiche si siano sentite offese con l’arresto di un proprio rappresentante, il figlio del fondatore della Repubblica, personaggio molto apprezzato nei paesi emergenti.

I comunisti ticinesi chiedono il dialogo fra i popoli e il rispetto per sistemi politici e sociali diversi. Siamo inoltre certi che la diplomazia elvetica guidata da Micheline Calmy-Rey abbia le capacità per ottenere dei risultati, sapendo difendere la dignità della Svizzera ma comprendendo anche le ragioni di uno Stato, quello retto da Gheddafi, non solo con una cultura molto diversa dalla nostra, ma che ha vissuto per anni invasioni, embarghi e bombardamenti proprio dai paesi occidentali.

Militari svizzeri all’estero e fascistizzazione della società

Fucile d'Assalto SvizzeroLa decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati adottata con 9 sì, nessun contrario e 2 astenuti di autorizzare le autorità militari a obbligare i soldati svizzeri sia professionisti sia di milizia a compiere dei periodi di servizio all’estero è grave, tuttavia non stupisce se inserita nel contesto occidentale, di cui parleremo più avanti. Certo, lo sia sa, è solo il parere di una commissione, manca quindi ancora tutto l’iter procedurale parlamentare e, con l’opposizione della Sinistra, dei Nazionalisti e di qualche Borghese illuminato, l’ipotesi in discussione potrebbe ancora essere scongiurata. Tuttavia si tratta di una situazione già di per sé sintomatica del momento che l’Occidente sta attraversando: se si riuscirà a bloccare la riforma di legge adesso, qualora però non cambiassero le condizioni di sviluppo sociale, quanto uscirà dalla finestra dovrà (drammaticamente) per forze di cose rientrare dalla porta.
La decisione del gruppo di senatori va contro l’indicazione della relativa commissione del Consiglio Nazionale ma dà respiro sia al Consiglio Federale (che guarda a Bruxelles e Washington) ai vertici militari (chissà, forse, loro guardano invece a Tel Aviv vista l’amicizia fra l’esercito neutrale svizzero e l’esercito invasore sionista!). Già da tempo l’esercito svizzero, infatti, non ha più per unica missione la difesa dei confini nazionali e della neutralità (missione che in ogni caso presentava vari aspetti discutibili), ma si sta evolvendo, o meglio, sta degenerando in un tipo di esercito in stile NATO, ossia pronto ad essere utilizzato in maniera offensiva sia per gli interessi economici esteri (cioè euro-americani) sia della nostra borghesia che ha occhi solo per nuovi mercati e profitti.
Se ora il tutto è coperto dal “mantenimento della pace”, in realtà queste modifiche di legge hanno un respiro molto più ampio, benché nascosto, ossia ridefinire la politica securitaria dell’Europa. La Svizzera come sappiamo, anche se sulla carta rimane sovrana, recepisce in tutto e per tutto le decisioni peggiori prese a Bruxelles contro i popoli e contro i lavoratori. L’Europa è cosciente, anche se non lo ammette, della crisi strutturale in cui si trova, dovuta all’impossibilità del sistema consumistico neoliberista di competere con le nascenti economie asiatiche e di continuare in eterno lo sfruttamento neocoloniale delle materie prime dei paesi poveri. L’Europa è cosciente altresì dell’aumento delle disparità sociali persino nei paesi in cui solitamente il benessere era meglio distribuito. Per tutto questo i paesi a noi vicini stanno seguendo, ognuno col suo ritmo, una politica che unisce securitarismo portato all’eccesso con una corsa al culto del nazionalismo e del militarismo (i discorsi del Presidente Napolitano in Italia sono sintomatici nella loro aggressività patriottarda). Proprio nella vicina penisola, d’altronde, i fascisti di Alleanza Nazionale oggi al governo vogliono reintrodurre nientemeno che i campi estivi di salubrità fisica per i giovanissimi in cui “addestrarsi militarmente ma soprattutto moralmente, per l’amore della Patria, per il rispetto della gerarchia, per tutti quei sentimenti che vengono dalle Forze armate” (parole del ministro Ignazio La Russa, non di Benito Mussolini!). Sarkozy in Francia non è da meno con le politiche repressive contro ogni dissenso espresso fuori dall’iter meramente istituzionale (cioè controllato e moderato), e l’elenco potrebbe purtroppo continuare a lungo. La Svizzera si adeguerà sacrificando la sua cultura liberal-democratica e garantista, ma lo farà con moderazione, con equilibrio, con un metodo tutto svizzero per cui passo dopo passo non ci accorgeremo di vivere in un paese diverso da quello che conosciamo. Siamo ancora in tempo a cambiare la situazione? Sì scegliendo altre priorità di sviluppo economico e decidendo di salvaguardare gli aspetti sociali e solidali che ancora resistono.

Quando “anti-capitalismo” fa rima con “socialdemocrazia”

Potrebbe essere ormai cosa fatta. La tanto vituperata lettera “C” di “comunista” potrebbe venir spazzata via dalle sigle dei due più importanti partiti francesi della sinistra che si vorrebbe combattiva. Mentre per il Partito Comunista Francese (PCF) la cosa non impressiona più di tanto, visto il processo di auto-liquidazione che segue ormai da anni (la cosiddetta “mutation”), lascia invece di stucco – ma solo di primo acchito – che un discorso simile appaia ora anche nella Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR), la sezione francese del Segretariato Unificato della IV Internazionale che, con quel tipico atteggiamento trotzkista, ha passato gli anni ad accusare il resto della sinistra di non essere sufficientemente pura e rivoluzionaria.

C’erano una volta i rivoluzionari

In realtà i vertici del trotzkismo francese non sono al loro primo tentativo: da anni personaggi simbolo della LCR come Krivine e Besancenot spingono affinché il partito modifichi la propria denominazione, abolendo il termine “comunista” e consolidando nei fatti l’aspetto piccolo-borghese che ne caratterizza l’ideologia gauchiste. I “riformatori” non sono però finora riusciti a raggiungere il quorum previsto dello statuto, obbligandoli ad accontentarsi di togliere ogni riferimento alla “dittatura del proletariato” dal programma politico, imitando così – con ben 30 anni di ritardo! – il gesto del PCF (antefatto, peraltro, di un progressivo suicidio ideologico che ha inaugurato il processo di autodistruzione di quell’immenso partito). La strategia attuale della LCR è quella di costituire un nuovo soggetto politico chiamato “Nuovo Partito Anticapitalista”. Marx spiega che, attraverso la lotta di classe, le società si evolvono modificando il loro modo di produzione. Volendo fare dell’ironia, “anti-capitalista” potrebbe quindi anche significare reazionario, nel senso che predilige il feudalesimo, predecessore del metodo di produzione capitalistico. Insomma, un po’ ambiguo come termine! In ogni caso, tornando seri, un partito anti-capitalista non è automaticamente un partito comunista in quanto si pone il superamento di un sistema socio-economico senza però stabilire l’obiettivo in base al quale forgiare la prassi (con buona pace di Lenin).

Gli accalappia-comunisti…

A differenza però del PCF, il cui scivolamento socialdemocratico è ormai in una fase avanzata, la LCR mantiene una retorica di estrema sinistra, così da convincere qualche compagno di base, deluso dalla direzione riformista del PCF, a raggiungere le proprie fila. Per favorire questa congiuntura, Besancenot ha riscoperto una strana passione per… Cuba. Evidentemente spera di far dimenticare ai comunisti che la LCR per decenni ha parlato di “regime castrista degenerato”. A tale aspetto si aggiunge il fatto che la LCR non ha mosso un dito per i comunisti che stanno subendo angherie di ogni sorta nei paesi dell’Est (Ungheria, Cechia, ecc.) e in passato, fu proprio la LCR a sostenere il cattolico-liberista Lech Walesa contro la Polonia socialista degli anni ’80, e fu proprio questo partito a difendere “i combattenti afgani della libertà” (i talebani!!!) armati dalla CIA per abbattere le forze laiche sostenute dall’Armata Rossa. Niente di strano: il ruolo del trotzkismo è sempre stato chiaro per chi conosce la storia del movimento operaio, della serie: quando l’estrema sinistra favorisce la destra…

La contraddizione europea

Lasciamo stare la storia e osserviamo la posizione assunta dalla LCR su un tema attuale come l’Unione Europea. Essa rifiuta nei fatti, come la maggioranza del PCF d’altronde, di svolgere un’analisi di classe della situazione e continua a lanciare la parola d’ordine di “un’altra Europa”, quando il carattere imperialista dell’UE difficilmente lascia margini per ragionare su uno sviluppo diverso, democratico e popolare, del progetto di integrazione europea. In questo la LCR rimane ferma al palo del dogma trotzkista dei cosiddetti “Stati Uniti d’Europa”, dimenticando che “sotto regime capitalista – affermava Lenin – gli Stati Uniti d’Europa sono impossibili o reazionari”. Nonostante la fraseologia rivoluzionaria, la LCR si atteggia dunque nei fatti quale ala sinistra del PS, ossia di quella che il filosofo marxista francese George Gastaud definisce la “social-eurocrazia”.

Quello che non si dice sullo Zimbabwe…

mugabe_fidelIl leader dell’opposizione dello Zimbabwe, Morgan Tsvangirai, “ha rivolto un appello ai capi di governo del mondo intero perché inviino una forza militare nel suo paese”. Così scriveva poco tempo fa il quotidiano britannico The Guardian. L’opposizione al governo dello Zimbabwe tanto lodata in Occidente (e persino da certa “sinistra”) si dimostra per quella che è: non soltanto liberista sul piano economico, ma anche guerrafondaia e “compradora” sul piano politico. Come potrebbe, infatti, una forza di opposizione sinceramente patriottica e legata davvero al benessere del proprio popolo chiedere ai paesi imperialisti di invadere la propria terra per esportarvi la “democrazia”?

Un presidente contro l’imperialismo
Personaggio controverso, il presidente Robert Mugabe è senza dubbio un’importante figura dell’attuale resistenza all’imperialismo. Egli ha portato la Rhodesia all’indipendenza nel 1984 e ha gettato le basi di un sistema cooperativistico (quasi kolkoziano). Mugabe ha guidato la lotta contro i latifondisti bianchi che sfruttavano le terre e ne ha espropriato le proprietà. E’ questo, evidentemente, il “grave” reato per i “democratici” occidentali colpiti nei loro interessi. Non gli è stato perdonato inoltre che egli abbia portato lo Zimbabwe fuori dal Commonwealth a fine 2004, definendo l’alleanza delle ex-colonie inglesi nientemeno che una “arena per il linciaggio”. Lo Zimbabwe ha rifiutato di continuare a subire le politiche liberiste che Londra e l’imperialismo continuavano (e continuano) a imporre al mondo: uscendo dal Commonwealth Mugabe ha potuto così dare disposizioni affinché parte della terra fosse tolta ai bianchi legati ai colonialisti e fosse ridistribuita al popolo.

Le contraddizioni dell’indipendenza
Non potendo permettersi, nelle condizioni di allora, di progettare una rivoluzione socialista, Mugabe ha preferito scendere a patti con i proprietari terrieri bianchi, ai quali ha vietato lo sfruttamento razziale e più direttamente schiavistico, ma ha autorizzato quello più tipicamente liberale e cioè salariale. Va detto che la legislazione lasciava enorme spazio a questi signorotti feudali (che in Occidente chiamano “vittime”) e una larga parte del territorio e delle sue attività produttive portavano utili solo ai proprietari terrieri e non già al nuovo Stato indipendente. Ed è probabilmente questo il limite di Mugabe: la troppa indulgenza con le vecchie classi dirigenti con il fine di “tenerle buone” crea le basi per un malcontento nelle fasce sociali più basse che dal nuovo governo si attendevano maggiori riforme.

In cerca di sovranità
L’economia del paese soffre di varie crisi, questo anche perché il suo rendimento resta troppo legato ai proprietari terrieri bianchi e facoltosi. Gli aiuti dell’Unione Sovietica ad un certo punto, poi, cessano. Alcuni settori popolari iniziano così a dare vita a forti proteste: mentre, in effetti, i latifondisti bianchi continuano ad essere ricchi, gli indigeni continuano a vivere in condizioni di povertà. I contadini africani iniziano così a sollevarsi contro i signorotti e ne “rubano” le terre gestite privatisticamente. Nella foga della protesta la massa ripropone alcune tradizioni tribali particolarmente violente ai nostri occhi e alcuni proprietari terrieri finiscono massacrati. Una situazione che lo stesso Mugabe ha avuto modo di criticare.

Razzismo?
Alcuni opinionisti occidentali definiscono questi fatti frutto di un razzismo contro i bianchi. Ma davvero è razzismo tutto questo? I bianchi perpetuano lo schiavismo dei neri e quando i neri si rivoltano contro i bianchi, gli africani diventano razzisti? Forse, ma dipende da che punto di vista lo si guarda e un comunista si schiera dalla parte di chi, oppresso nonostante si sia liberato dal colonialismo, dà inizio non a una lotta razziale, ma ad una lotta di classe. In realtà, al di là di quanto vogliono farci credere i media occidentali, la democrazia e i diritti umani qui non c’entrano niente, si tratta bensì di un gioco geopolitico per riconquistare il controllo su certe aree che si ribellano al pensiero unico, come appunto lo Zimbabwe di Mugabe, che continua ad essere un fastidioso ostacolo ai piani di dominio e di sfruttamento del terzo mondo.