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L’antifascismo non va banalizzato!

Il compagno Daniele Maffione, responsabile “antifascismo” per i Giovani Comunisti italiani (organizzazione legata al Partito della Rifondazione Comunista), con un suo recente articolo ha sollevato un polverone in certi ambienti del movimento comunista della penisola. L’articolo contiene, a dire il vero, alcuni elementi poco approfonditi, i quali possono effettivamente creare confusione. Ad esempio anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, siamo anti-europeisti e non per questo difendiamo teorie economiche fasciste, anche se è evidente il rischio di pensare – sbagliando! – che per uscire dalla globalizzazione imperialista si debba per forza effettuare una sterzata reazionaria e tornare agli stati nazionali. Il culto dello stato nazionale nella fase storica attuale in Occidente (che, non a caso, non è paragonabile all’Oriente) porterebbe solo a dare illusione alla classe operaia (o meglio: alla “aristocrazia operaia”) di una presunta sovranità riconquistata, imbrigliandola in realtà – in modo ancora più totale del solito – fra le mani della borghesia, che non esiterà – nel contesto ormai evidente del confronto interimperialista – di spingerla in una nuova guerra fra poveri. E la patria si gloria di altri “eroi”  (…sempre proletari naturalmente) alla memoria…

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Relazione politica al XXI Congresso del Partito Comunista del Ticino

Amiche e amici ospiti, compagni dei partiti esteri, del KKE esempio di mobilitazione; del PdCI attraverso cui saluto il compagno Oliviero Diliberto che ho recentemente incontrato al vostro Congresso di Rimini; compagni delle rappresentanze diplomatiche, dei partiti della sinistra ticinese e cari compagni dalla Mesolcina; compagna Tamara Magrini, rappresentante dell’Autorità comunale di Locarno;  compagno Cyrille Baumann del Partito del Lavoro di Berna e della Gioventù Comunista nazionale: grazie a tutti voi per onorarci della vostra presenza.

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La legittimazione democratica dei comunisti

Ernesto Galli della Loggia – citato nell’articolo “Le tante anomalie politiche dell’Italia di oggi (e di ieri)” firmato da Giuseppe Laperchia (CdT, 16 ottobre 2010) – scrive, riferendosi alla vicina penisola: è “patologico che in una democrazia il partito d’opposizione fosse un partito di fatto fuori dalla legittimazione democratica come era il PCI”. E’ un’affermazione grave e falsa!

Il Partito Comunista Italiano (PCI) di Gramsci e Togliatti fu infatti più che un’avanguardia, una realtà di massa e di popolo (démos), implicata in modo organico non solo nella lotta partigiana contro la dittatura, ma pure nell’elaborazione della Costituzione democratica (che ancora oggi è alquanto avanzata nel raffronto internazionale).

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Una risposta a Donatello Poggi (Lega): la sinistra vuole essere popolare, non populista!

Non c’è dubbio, caro Poggi, la sinistra ha fatto anch’essa degli errori, come tutte le correnti politiche. C’è gente, come i comunisti, che lavora per migliorarla perché crede ancora nei valori di solidarietà, di giustizia, di amicizia fra i popoli e in ultima analisi nell’ideale socialista; e c’è gente invece che cambia casacca in base a chi porta più voti seguendo di pancia la faciloneria del momento, cavalcando le paure della gente, offrendo loro la solita demagogia patriottarda. La sinistra a volte ha scordato di rivendicare, spesso si limita a stare sulla difensiva. La sinistra – che ha un patrimonio culturale umanista – a volte cade nel buonismo, ma francamente lo trovo sempre meglio del becero e volgare sbraitare di certi individui che fomentano la guerra fra poveri e cercano capri espiatori per dividere i popoli e i lavoratori.

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Nobel: premiata l’estrema destra cinese!

Il premio Nobel non è quasi mai insignito a una persona per i suoi effettivi meriti di pace o letterari, esso rientra al contrario – come qualsiasi cosa pretesa neutrale – in un subdolo gioco politico ben orchestrato. Il nuovo nemico dell’Occidente è la Repubblica Popolare Cinese che si sta sviluppando enormemente sopraffacendo il dominio aggressivo euro-americano: occorre quindi demonizzarla, affinché i popoli occidentali detestino quello cinese. Liu Xiaobo, il poeta cinese, neo-premiato è una pedina di questo sporco gioco dell’ennesima “guerra di civiltà”.

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Conflitto sociale o concertazione?

fascidellavoroPer i sindacati è necessario «armonizzare la propria azione con le direttive del governo che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della nazione». Insomma va finalmente compreso «il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla  necessità di  stringere sempre più cordiali rapporti tra  i singoli datori di lavoro e i lavoratori». Ciò, in pratica, significa che «nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Sembrano frasi così attuali, così “normali”, così  “equilibrate”, così “di buona volontà” che potrebbero essere state dette da uno qualsiasi dei nostri Consiglieri di Stato, da un dirigente sindacale a modo o da un rappresentante del padronato “illuminato”, aperto al dialogo. Anzi, spingiamoci oltre: sono parole compatibili con il sistema svizzero della concertazione, della “pace del lavoro”, dell’eterno compromesso. E invece non è così: le frasi che avete letto, infatti, sono datate 23 dicembre 1923 e, con la loro codificazione nella “Carta del Lavoro” del 1927, rappresentano nientemeno che l’ossatura del sistema economico del regime fascista in Italia! Questa profonda similitudine fra il modo di concepire la contraddizione capitale-lavoro nell’Italia dittatoriale e fascista del Ventennio e nella Svizzera liberal-democratica contemporanea dovrebbe far riflettere molto tutti noi, soprattutto gli apologeti del nostro sistema politico consociativo. Alla base del corporativismo fascista c’è l’abolizione di fatto del concetto di “classe”, il voler credere che fra classi sociali antagoniste (come quella dei lavoratori e quella dei padroni) possano esserci punti di contatto e interessi condivisi. Ma quale può essere l’interesse comune fra un operaio delle Officine che rischiava il posto o un buralista delle ex-PTT buttato in strada a 50 anni, e i rispettivi manager o azionisti? Gli uni lottano per arrivare alla fine del mese svolgendo un lavoro onesto, gli altri si interessano solo dei propri dividendi e del raggiungimento del massimo profitto a scapito, se necessario, anche dell’essere umano.

Il conflitto è insomma un elemento imprescindibile nella società liberale, dove le differenze sociali sono alla base del sistema economico stesso. In una società divisa in classi, infatti, se i lavoratori vogliono conquistare dei diritti devono lottare, creando dei rapporti di forza verso il padronato, cioè sviluppare un sindacalismo combattivo che concepisca il conflitto sociale come motore del progresso!  E’ la storia che ce lo insegna: se non c’era l’occupazione, oggi le Officine di Bellinzona sarebbero state un ricordo, e forse i primi a rendersene conto sono stati coloro che sono stati spazzati via dalla privatizzazione delle ex-regie federali.

Il sindacalismo in una società democratica (e non fascista) non deve essere di accompagnamento alle logiche padronali neo-liberali e non deve occuparsi soltanto degli effetti senza verificare le cause dei problemi riscontrati dai lavoratori. E la causa di tutti gli effetti risiede a monte, in un sistema economico profondamente iniquo e perverso dove quando 1’443’000 persone negli ultimi 3 mesi perdono il loro posto di lavoro nell’UE, nel medesimo tempo le borse rimontano e fanno guadagnare gli azionisti. La causa si chiama liberalismo e questa crisi dobbiamo saperla usare per costruire dal basso dei nuovi rapporti economici e sociali sostenibili, aumentando i diritti ai salariati e nazionalizzando i settori economici strategici: insomma, per dirla con l’amico Chavez, un “socialismo del XXI secolo”.

Cadere dalla padella alla brace, la crisi va affrontata diversamente!

crisiCome si poteva prevedere l’Occidente non sa reagire alla crisi economica. Le crisi sono qualcosa di insito nel sistema liberale e anche se questa è particolarmente dura, i governi europei (compreso quello elvetico) dovrebbero essere in grado di gestirla senza venir meno ai diritti civili e alla democrazia, di cui si fanno spesso ipocritamente portavoce in giro per il mondo. Se non lo fanno significa che non hanno capacità di governare. Punto e basta!
L’Occidente, invece, non riesce ad accettare che il proprio sistema di sviluppo sia arrivato a un capolinea e a modificare di conseguenza le proprie regole arrugginite basate su concetti esclusivamente meritocratici ed egoistici. Se lo sapesse fare tenterebbe di uscire dalla crisi favorendo i diritti sociali, dando fiducia ai cittadini, mettendoli nelle condizioni di poter fare una vita tranquilla anche se magari meno consumistica. Appare invece sempre più concreta una “uscita” dalla crisi da destra, reazionaria, con tendenze militariste e repressive, in cui quando necessario si ricorre al nazionalismo esasperato, vedendo nello straniero il capro espiatorio e nei giovani dei violenti dediti all’alcolismo o alla cannabis, quindi da “intruppare” e rendere conformisti.
Il governo della vicina Italia è in tutto ciò assolutamente all’avanguardia: per i giovani sono stati reintrodotti campi estivi di salubrietà fisica di stampo para-militare, il diritto di sciopero sta per essere drasticamente ridimensionato, per controllare le manifestazioni di protesta si useranno dei droni utilizzati normalmente nella guerra in Afghanistan contro i talebani; per gestire i flussi migratori si è approvato un decreto al limite del razzismo dove poveracci che fuggono dalla miseria e dalla guerra (spesso causate dai paesi occidentali!) sono parificati nientemeno che a criminali; per far sentire “sicuri” i cittadini si sono legalizzate le ronde civiche per farsi giustizia da sé (anche se – bontà loro – non potranno essere armate) che tanto ricordano le squadracce nere di Mussolini. E dulcis in fundo il ministro della difesa italiano, Ignazio La Russa (che – è bene ricordarlo – proviene dall’ex-MSI erede del Partito Nazionale Fascista!), intende inviare un altro mezzo migliaio di soldati in Afghanistan su ordine del pacifico Obama.
Dobbiamo però anche imparare a guardare nel nostro orticello: in Svizzera si parla di obbligare i nostri soldati di leva a prestare servizio militare all’estero come carne da macello delle grandi potenze; un commando militare rossocrociato andrà poi in Somalia a difendere i nostri industriali da “pirati” che stanno solo difendendo le risorse della loro terra saccheggiata dalle multinazionali (ma anche questo nessuno lo dice!); a livello economico regaliamo a fondo perso miliardi di franchi a banche private che hanno ormai accumulato debiti paurosi e forse irreversibili; le misure anti-crisi vanno a proporre sgravi fiscali non ai lavoratori o ai piccoli commerci ma alle grandi ditte che nonostante la crisi continuano a fare utili; il diritto del lavoro svizzero resta uno dei più scarni d’Europa; ecc.
Dalla padella del capitalismo in crisi, alla brace di un sistema neo-corporativo con tendenze autoritarie, il quale con politiche “securitarie” crea consenso all’interno e con politiche militari (imperialiste) tenta di portare a casa le materie prime che i paesi poveri non vogliono più regalarci. Insomma, di fronte alla crisi i governi europei mantengono basso il potenziale di conflittualità sociale e di malcontento delle classi subalterne bombardandole con informazioni atte a indirizzare la protesta contro un nemico costruito: all’interno sono i “mantenuti”, cioè immigrati e invalidi; all’esterno sono i paesi che vengono dipinti come attentatori della pace mondiale, come per esempio la Corea del Nord con i suoi missili. (Nessuno però dice che i coreani si stanno solo difendendo dagli USA che da 50 anni, anche con armi atomiche, sono nel sud della penisola coreana).
Un comunista del passato che oggi appare sulle magliette di molti giovani, Ernesto Che Guevara, diceva: “la democrazia liberale è il sistema di governo della borghesia quando non ha paura; il fascismo quando invece ha paura!”. Una frase forte, severa, ma che oggi, pur in un contesto storico diverso, assume un significato profondamente veritiero. A far paura a coloro che tengono il coltello dalla parte del manico in queste nostre società occidentali non sono certamente i Partiti Comunisti – che pure in alcuni paesi come Cechia (14%), Portogallo (10%) e Grecia (8%) restano forti – nemmeno i socialisti (che propongono sempre più politiche identiche alla destra), né le grandi centrali sindacali (spesso trasformate in organizzazioni che offrono servizi, prive però della capacità di stabilire veri rapporti di forza col padronato), ma hanno una paura immensa di questa crisi economica strutturale, un terremoto che non sembra arrestarsi, che sta massacrando il liberalismo occidentale, ma che solo marginalmente riguarda ad esempio paesi come la Cina, che tutti davano, forse a torto, per completamente omologata al capitalismo mondiale.

Militari svizzeri all’estero e fascistizzazione della società

Fucile d'Assalto SvizzeroLa decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati adottata con 9 sì, nessun contrario e 2 astenuti di autorizzare le autorità militari a obbligare i soldati svizzeri sia professionisti sia di milizia a compiere dei periodi di servizio all’estero è grave, tuttavia non stupisce se inserita nel contesto occidentale, di cui parleremo più avanti. Certo, lo sia sa, è solo il parere di una commissione, manca quindi ancora tutto l’iter procedurale parlamentare e, con l’opposizione della Sinistra, dei Nazionalisti e di qualche Borghese illuminato, l’ipotesi in discussione potrebbe ancora essere scongiurata. Tuttavia si tratta di una situazione già di per sé sintomatica del momento che l’Occidente sta attraversando: se si riuscirà a bloccare la riforma di legge adesso, qualora però non cambiassero le condizioni di sviluppo sociale, quanto uscirà dalla finestra dovrà (drammaticamente) per forze di cose rientrare dalla porta.
La decisione del gruppo di senatori va contro l’indicazione della relativa commissione del Consiglio Nazionale ma dà respiro sia al Consiglio Federale (che guarda a Bruxelles e Washington) ai vertici militari (chissà, forse, loro guardano invece a Tel Aviv vista l’amicizia fra l’esercito neutrale svizzero e l’esercito invasore sionista!). Già da tempo l’esercito svizzero, infatti, non ha più per unica missione la difesa dei confini nazionali e della neutralità (missione che in ogni caso presentava vari aspetti discutibili), ma si sta evolvendo, o meglio, sta degenerando in un tipo di esercito in stile NATO, ossia pronto ad essere utilizzato in maniera offensiva sia per gli interessi economici esteri (cioè euro-americani) sia della nostra borghesia che ha occhi solo per nuovi mercati e profitti.
Se ora il tutto è coperto dal “mantenimento della pace”, in realtà queste modifiche di legge hanno un respiro molto più ampio, benché nascosto, ossia ridefinire la politica securitaria dell’Europa. La Svizzera come sappiamo, anche se sulla carta rimane sovrana, recepisce in tutto e per tutto le decisioni peggiori prese a Bruxelles contro i popoli e contro i lavoratori. L’Europa è cosciente, anche se non lo ammette, della crisi strutturale in cui si trova, dovuta all’impossibilità del sistema consumistico neoliberista di competere con le nascenti economie asiatiche e di continuare in eterno lo sfruttamento neocoloniale delle materie prime dei paesi poveri. L’Europa è cosciente altresì dell’aumento delle disparità sociali persino nei paesi in cui solitamente il benessere era meglio distribuito. Per tutto questo i paesi a noi vicini stanno seguendo, ognuno col suo ritmo, una politica che unisce securitarismo portato all’eccesso con una corsa al culto del nazionalismo e del militarismo (i discorsi del Presidente Napolitano in Italia sono sintomatici nella loro aggressività patriottarda). Proprio nella vicina penisola, d’altronde, i fascisti di Alleanza Nazionale oggi al governo vogliono reintrodurre nientemeno che i campi estivi di salubrità fisica per i giovanissimi in cui “addestrarsi militarmente ma soprattutto moralmente, per l’amore della Patria, per il rispetto della gerarchia, per tutti quei sentimenti che vengono dalle Forze armate” (parole del ministro Ignazio La Russa, non di Benito Mussolini!). Sarkozy in Francia non è da meno con le politiche repressive contro ogni dissenso espresso fuori dall’iter meramente istituzionale (cioè controllato e moderato), e l’elenco potrebbe purtroppo continuare a lungo. La Svizzera si adeguerà sacrificando la sua cultura liberal-democratica e garantista, ma lo farà con moderazione, con equilibrio, con un metodo tutto svizzero per cui passo dopo passo non ci accorgeremo di vivere in un paese diverso da quello che conosciamo. Siamo ancora in tempo a cambiare la situazione? Sì scegliendo altre priorità di sviluppo economico e decidendo di salvaguardare gli aspetti sociali e solidali che ancora resistono.

In Italia torna il regime? Test politici per essere ammessi all’università!

Nelle scuole italiane tornano i test ideologici come ai tempi della dittatura: se non sei anti-comunista bocci! La notizia è firmata dalla giornalista Sara Menafra ed è uscita su “Il manifesto” del 18 settembre scorso.
Il 9 settembre 2008 presso l’Università La Sapienza di Roma, negli esami d’ammissione al corso di bachelor per le professioni sanitarie (infermieri, fisioterapisti, ecc.), ormai ridotti a un quiz a crocette, sono state poste domande di “cultura generale” a dir poco particolari. Particolari perché le risposte possibili erano in realtà dei canali del “pensiero unico” cui gli studenti devono piegarsi per poter essere promossi. E il tutto naturalmente in salsa non solo anti-comunista ma in generale anti-sinistra.
La prima domanda consisteva nell’analisi (?) di un articolo del noto intellettuale di sinistra Asor Rosa in cui egli sosteneva che il fascismo fosse “meno peggio” del berlusconismo. Il questionario chiedeva: «Prescindendo dal pensiero difficilmente condivisibile (caspita, lo hanno già deciso!, ndr) di Asor Rosa (…)», la sua dichiarazione ha come «possibile spiegazione» che il fascismo proponeva: a) di dare nuovo spazio a quel socialismo a cui aveva aderito il giovane Mussolini; b) di rendere l’Italia autarchica; c) di dichiarare guerra alle plutocrazie occidentali; d) di mettere fine ad un sistema, quello liberale, opposto alla logica marxista; e) di mettere fuori legge la massoneria.
Un’altra domanda consisteva invece nel decidere (!) quale fosse il principale paradosso del documentario “Il Sol dell’avvenire” (presentato al Festival di Locarno nel mese di agosto) sulle Brigate Rosse. Che ci sia un paradosso nel documentario – che personalmente ho molto apprezzato – lo ha detto il ministro Bondi, quindi diventa verità accademica! Bene, ecco le possibilità: a) la diaspora comunista non consente interviste; b) la diaspora socialista non consente interviste; c) non si cita la teoria degli “opposti estremismi”; d) i dirigenti politici di sinistra dichiarano di non ricordare; e) la diaspora democristiana non consente interviste.
Poi si esce dall’Italia e si raggiunge la Germania, che dal 1990 è riunificata. E allora perché i giovani di Berlino hanno «una idea positiva ed idealizzata della Repubblica democratica tedesca»?. «Perché la loro rappresentazione del passato è influenzata: a) dal ricordo felice dell’ordine garantito dalla polizia segreta; b) dal progresso garantito dall’economia statale; c) dai numerosi premi Nobel in medicina conseguiti; d) dalle grandi realizzazioni del comunismo internazionale; e) più dai ricordi nostalgici di nonni e genitori, che dai libri di storia».
Un’altra domanda riguarda l’intellettuale Ignazio Silone che si distanziava dalla cultura di sinistra «prostrata davanti a Togliatti» (notate il linguaggio scientifico: “prostrata”, ndr.). Orbene: si vuole sapere quali altri intellettuali appartenevano a questa «tendenza anticomunista democratica e laica decisiva per la libertà e democrazia dell’Occidente funestato dai totalitarismi»! Fra loro anche il trotzkista George Orwell.  Domande, queste, che hanno messo in difficoltà anche dei professori e ricercatori storici come Giovanni De Luna che ha affermato: «Senza troppe sottigliezze possiamo dire che nel ‘900 un antisovietico era un anticomunista, quello che non capisco è perché proporre una domanda così complessa a degli aspiranti fisioterapisti. Sarebbe una domanda difficile persino per i miei studenti di storia». Dal canto suo Asor Rosa, tirato in ballo nell’esame, ha affermato: «Mi chiedo se questo test sia: a) ai limiti della follia; b) ai limiti dell’idiozia; c) ai limiti della disonestà; d) ai limiti della fornicazione. E sulla fornicazione berlusconiana avrei qualcosa da dire».

Nietzsche e Marx non si davano la mano…

Che il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) ormai seguisse una strada di liquidazionismo ideologico lo si sapeva da tempo, ma devo ammettere che sono rimasto allibito e sconvolto quando ho letto l’articolo sull’ultima pagina di “Rifondazione” il mensile della Federazione Svizzera del PRC. Mi riferisco all’articolo sul filosofo Friedrich Nietzsche che viene quasi esaltato.
Andiamo con ordine: il 24 agosto 2000 il quotidiano del PRC “Liberazione” esce con un articolo in onore al filosofo suddetto per i 200 anni dalla morte. Lo stesso faceva un altro quotidiano: Il “Secolo d’Italia” edito dai post-fascisti di Alleanza Nazionale. E già qui c’è da chiedersi come mai due giornali con una linea così diversa abbiano gli stessi idoli! Due filosofiNon sono infatti i fascisti ad aver rubato un simbolo alla sinistra, sono i “comunisti” che vanno a inginocchiarsi ai simboli della destra! Se non mi sbaglio questa tradizione – che Bertinotti tanto apprezza – si chiama “apertura al dialogo”, io invece la chiamo senza tanti giri di parole: revisionismo, liquidazionismo, ignoranza e distruzione della nostra identità! Il 30 maggio 2002 “Liberazione” si ripete: evidentemente non ci sono altri filosofi in giro! In occasione della pubblicazione di un libro del giornalista craxiano Massimo Fini sulla figura di Nietzsche, l’organo di Rifondazione concede un’intera pagina per esaltarne il pensiero. Anche questa volta in contamporanea con un altro quotidiano… sì, il solito “Secolo d’Italia”! A me verrebbe la pelle d’oca… E adesso siamo nel 2007 ed ecco che anche il fratellino di “Liberazione” stampato in Svizzera torna su questo nuovo idolo dei sedicenti comunisti.
L’estrema destra e i rifondarli concordano nel sostenere che Nietzsche era un sant’uomo che i nazisti hanno sfruttato. Nessuno si chiede però, fra le tante filosofie presenti sul mercato (sì il mercato, perché ormai è una moda citare filosofi per farsi vedere colti), perché Hitler abbia scelto proprio quella di Nietzsche.
Vogliamo conoscere un po’ di più questo grande filosofo osannato da tutti? Nietzche esalta l’immoralità come strumento di abbattimento della morale borghese. E’ evidente che in quanto marxista io sia contro la morale borghese, tuttavia il movimento operaio mi ha insegnato che alla morale borghese va contrapposta una nuova morale, quella della libertà emancipatoria. Insomma, se è vero che il filosofo tedesco vedeva la crisi in cui era finito il sistema borghese della fine dell’800 e i suoi valori (e questo accadeva anche per un aumento delle contraddizioni di classe in quella società), nello stesso tempo Marx ed Engels, padri del socialismo scientifico cui tutti noi dovremmo riferirci (dialetticamente, e non pensando che questi maestri siano delle mummie) parlavano di comunismo per uscire da quella situazione. Nietzsche, invece, cosa faceva? Come giustamente dicono i marxisti-leninisti italiani (che forse hanno studiato un po’ più di filosofia di tanti che pensano di rifondare il comunismo allontanandosi da Marx), Nietzsche predicava l’uscita da quella crisi sociale “attraverso l’accentuazione e l’esaltazione proprio di quei caratteri che stanno alla base della società classista: l’individualismo, il dominio di una aristocrazia di uomini eletti sulla maggioranza considerata alla stregua di schiavi senza anima né valore, senza alcun diritto alla felicità e al benessere, la spietatezza, la sopraffazione, la guerra e la conquista fine a sé stesse, come metodo di selezione naturale di una razza superiore (il cosiddetto superuomo), spingendo tali valori fino alle più estreme e folli conseguenze, al di là di ogni concetto di bene e di male, pur di farli trionfare”. Nietzsche non solo non ritiene necessario lottare contro le disuguaglianze di partenza (di classe) ma addirittura ritiene impossibile un riscatto per chi è in una condizione di sfruttamento. Nietzsche era quindi agli antipodi delle idee egualitariste di Rousseau, ad esempio. Leggiamo questa citazione: “Tutto ciò che blandisce, che allevia e che porta avanti il ‘popolo’ o la ‘donna’, opera in favore del suffragio universale, cioè a dire del dominio dell’uomo inferiore”.
Se io affermassi pubblicamente anche solo la metà della frase appena letta sarei espulso da tutti i partiti non solo comunisti ma anche borghesi. Se invece questo discorso lo fa Nietzsche i “comunisti” gli regalano un’intera pagina di giornale, cercando i punti di contatto con la nostra tradizione.
Le femministe, poi, che tanto sbraitano in Rifondazione sui cosiddetti “maschi oppressori”, dovrebbero urlare anche quando il loro giornale si permette di fare propaganda per un filosofo di destra! Nietzsche infatti è misogino: la donna è considerata inferiore e serve unicamente a partorire soldati che servono come carne da macello per stabilizzare il potere dei super-uomini. Proprio ideali di sinistra, non c’è che dire! Carne da macello, dicevo? Già, perché Nietzsche non era certamente pacifista e aborriva la non-violenza (toh, la non-violenza, quella nuova ideologia che guida Rifondazione…). Per creare il super-uomo infatti ci vuole la guerra che rigenererebbe l’umanità: per Nietzsche bisogna “modellare l’uomo del futuro per mezzo della disciplina ed anche per mezzo dell’annientamento di milioni di bruti e informi”. Chi ha il coraggio di fare un discorso del genere al Congresso del proprio partito? Proprio il massimo della coerenza! Liquidare la nostra ideologia, significa cadere nella confusione e nell’interclassismo, il che è sempre a favore della reazione!
E dopo aver detto tutto ciò, secondo voi, c’è da meravigliarsi se qualche decennio più tardi i nazisti recupereranno il pensiero di Nietzsche? Trovo quindi non solo sbagliato ma pericoloso che si cerchi di far accettare al pubblico di sinistra un pensatore che si trova agli antipodi della nostra cultura di emancipazione sociale! La volontà di Rifondazione di farci credere che fra Nietzsche e Marx vi siano elementi di contatto è un grave opportunismo che va condannato senza mezzi termini.
  • M. Hostettler del Partito del Lavoro di Berna sul medesimo argomento: leggi in tedesco