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Aggregazioni comunali e democrazia

Fra i temi che animano attualmente i dibattiti politici vi è quello delle aggregazioni comunali. Dibattiti, questi, affrontati spesso in modo purtroppo poco progettuale: come non ha senso avere sul territorio cantonale delle realtà comunali composte di poche decine di cittadini, così è improponibile l’esempio di Lugano, che si sta ingigantendo quasi a diventare un “semi-cantone”. Ciò che risulta certo, è che il progresso sociale non risiede necessariamente in blocchi di potere politico-economico sempre più ampi, ma – come scriveva Erika Vögeli nel 2009 – “in una meditazione su una convivenza in un regime di autodeterminazione, che corrisponda all’essere umano e alla sua dignità, cosa che viene resa possibile anche dalla democrazia diretta”.

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La “decrescita” non va esclusa a priori

ecosocialismoPCDa qualche anno il modello di sviluppo dell’Occidente capitalista ha raggiunto i suoi limiti: il livello di sovrapproduzione e di consumismo esasperati da un lato e l’emegere di nuovi soggetti a livello geoplitico dall’altro, stanno dimostrando che ci troviamo nel contesto di un declino del modello economico occidentale.

Le regole del capitalismo nel suo stadio egemonico impongono a questi di espandersi su altri mercati: prima con gli eserciti coloniali, poi con le multinazionali strumenti del neo-colonialismo economico, ora di nuovo con gli eserciti. E’ l’unico modo per accaparrasi le materie prime di cui l’Occidente è povero ma di cui necessita assolutamente per poter mantenere il suo attuale standard di vita e di consumo. Dalla guerra per il petrolio in Irak, alla guerra per il petrolio in Libia, passando dalla lotta ai pescatori (definiti “pirati”) della Somalia depredati della fauna ittica, l’Occidente in declino sta fomentando una politica guerrafondaia pur di non cedere i propri privilegi.

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Il pio volontariato caritatevole o la solidarietà internazionalista?

Con la progressiva omologazione ideologica dei partiti di tradizione operaia (ma anche con il venire meno del socialismo esteuropeo) si è assistito all’esplosione del volontariato, una volta istituzione marginale e di interesse quasi esclusivo dei cattolici. Oggi il volontariato è un fenomeno di massa che coinvolge soprattutto il “ceto medio” e che riguarda ampi settori della sinistra “alternativa” non di classe e non interessata a una concreta trasformazione strutturale della società. Vi partecipano migliaia di giovani occidentali perché trovano in esso un mezzo per esprimere il loro altruismo. Propositi encomiabili, ideali generosi, ma che troppo spesso possono finire con l’essere strumentalizzati per giochi internazionali che sfruttano il pietismo un po’ buonista per scopi affatto etici.

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Le lezioni che giungono dall’Iran

UN-FOOD-SUMMIT-FAODa tempo si assiste a una campagna mediatica e politica contro Mahmud Ahmadinejad, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Pur non ritenendo l’Iran un modello di società e non considerando la teocrazia una forma di governo compatibile coi valori a me più cari, non posso non tacere di fronte alle menzogne che Washington e i suoi lacchè europei stanno diffondendo all’opinione pubblica, demonizzando l’Iran, la sua Rivoluzione e il suo presidente; di fatto preparando psicologicamente le masse a una possibile nuova guerra, una nuova crociata. E come sempre sono i “democratici” europei e statunitensi a continuare la propria politica aggressiva (o come si sarebbe detto una volta: imperialista). Non era l’Iraq prima, e non è l’Iran e neanche la Corea Popolare oggi a minacciarci. Come fare quindi per giustificare una guerra? Creando un nemico e dipingerlo come un mostro di fronte a un popolo che riceve informazione omologata da un oligopolio di network.

Anti-semitismo o anti-sionismo?
Ahmadinejad sarebbe così un anti-semita, quasi un potenziale Hitler! Si dimentica però come il termine “semita” non sia un’esclusiva ebraica: esso infatti indica un complesso etnico che va dalla catena del Tauro all’altopiano iranico, alla costa atlantica del Nord Africa, al mar Rosso e all’Oceano indiano. Iraniani ed ebrei sono dunque iran_rabbinientrambi popoli semitici! Nessun telegiornale occidentale ha mostrato le immagini del leader persiano quasi abbracciato da un gruppo di rabbini recatisi dagli USA a Teheran per congratularsi per la politica anti-sionista (evidentemente non anti-semita) del suo governo.
Ahmadinejad sarebbe poi anche un guerrafondaio che vorrebbe distruggere lo Stato d’Israele. Eppure così non è: il dirigente musulmano ritiene di non dover riconoscere Israele nei suoi confini attuali, conseguenza dell’espansionismo di Tel Aviv. Il Capo dello Stato iraniano sottolinea poi che sarà il sionismo stesso a disintegrarsi, per le mille contraddizioni che ne compongono l’ideologia razzista. E non ha forse ragione, il presidente dell’Iran, di fronte alle accuse di chi ha fatto dei diritti umani un’arma unilaterale da usare contro i paesi che non accettano di piegarsi al diktat dello zio Sam, ad affermare: “Perché, se in un’altra parte del mondo, basta che qualcuno viene arrestato e i mass-media di alcuni paesi alzano un polverone e fanno campagna contro? Mentre ogni giorno vengono uccisi centinaia di persone in Palestina e non si vede nessuna sensibilità dalla parte di quegli stessi paesi”? Continua Ahmadinejad: “la nostra presa di posizione contro il regime sionista è a favore di tutti i popoli. (…) I crimini commessi in terra di Palestina sono un disonore per l’umanità. (…) Deve finire l’uccisione delle donne e dei bambini e il far crollare le case sulla testa della gente. (…) C’è qualcuno che è d’accordo con l’assedio perenne e l’isolamento economico della gente, con il non far arrivare i medicinali e il cibo ai civili tra i quali le donne e i bambini? C’è qualcuno che appoggia l’occupazione illegittima delle terre altrui? Qual è il regime che compie tutto questo? Qual è il regime che ha reso senza terra 5 milioni di palestinesi? Chi è che uccide donne e bambini palestinesi? Non è forse il regime sionista? Quale tra i vicini del regime sionista può sentirsi sicuro? Sono 60 anni che la nostra regione vive in un’atmosfera di minaccia”.

Contro la fame e la povertà nel mondo
Un’altra lezione di politica ai leader occidentali il presidente iraniano l’ha data nel recente vertice della FAO a Roma, pochi mesi prima dello scoppio della crisi economica. Ahmadinejad è partito da una constatazione: “mentre il 25% delle persone povere al mondo spende il 75% del proprio reddito in cibo, il bilanciamento tra produzione e consumo di prodotti alimentari sta diventando preoccupante”. Dopodiché ha sferrato un colpo durissimo al capitalismo: “l’estensione dei principi del mercato al principale bisogno umano per l’esistenza, il cibo, è allarmante. In poco tempo, il prezzo di alcuni prodotti agricoli è più che raddoppiato mentre il potere d’acquisto dei poveri è diminuito. Senza dubbio, la continuazione di questa situazione aumenterà la diffusione della povertà e dei morti che essa provoca, causerà dei veloci cambiamenti politico-sociali in molte regioni e sbilancerà l’equilibrio nel mondo, senza nessuna prospettiva di uscita da questa situazione”. Di chi è allora la responsabilità di quanto sta avvenendo? La risposta del leader iraniano è chiara: “una tale preoccupante situazione è il risultato naturale (naturale!!! Ndr) dello sviluppo economico mondiale e dei meccanismi propri del mercato (meccanismi propri del mercato!!! Ndr)”. E’ insomma il mercato stesso a portare la crisi, dunque politiche turbo-liberiste non possono che aggravarne il corso. E per fortuna che nessuno può accusare il capo del governo iraniano di comunismo!
“Oggi – continua Ahmadinejad,  dimostrando senso della realtà – i politici di alcune potenze mondiali sono costretti a svalutare i dollari per diminuire le conseguenza delle loro attività passate ma anche per imporre le loro volontà sul mercato mondiale. (…) Per coprire le continue spese per guerre ed occupazioni, compensati da forti e immorali consumi, e per rimpinguare le tasche del capitalismo mondiale e svuotare quelle delle altre nazioni, c’è stata una vasta iniezione di dollari senza garanzie e oggi tutto questo si è riflesso nella svalutazione del dollaro; un fenomeno che ha messo in pericolo tutte le relazioni economiche mondiali”.
Perché i capitalisti occidentali – si chiede il presidente iraniano – “da una parte impongono alle altre nazioni di abbassare le tariffe delle importazioni agricole in nome del libero scambio e dall’altra danno sovvenzioni ai loro agricoltori eliminando di fatto un gran numero di piccoli agricoltori negli altri paesi. Perché alcune potenze usano e intendono il cibo come un oggetto per fare profitti, usando finanziamenti illegali per mantenere milioni di persone schiacciate nella povertà? Perché alcune potenze – per acquisire il dominio del mondo – passano tutte le frontiere dell’umanità e dei valori morali? Perché certa gente si comporta così? La domanda che ci si pone è: qual è la soluzione? Con i meccanismi esistenti, si potrà controllare la loro infinita avidità e il loro appetito inarrestabile?”. La soluzione è quella di impedire il continuo affermarsi dell’egemonia di stampo imperialista e neo-colonialista e quella di una reale analisi di classe della situazione internazionale. Questo Ahmadinejad non lo dice fino in fondo, ma neanche me lo aspetto: per non essere marxista ha già detto tanto!
Tolti i riferimenti religiosi tipici per un esponente iraniano, che apre ogni suo discorso con un ringraziamento al Padreterno, il suo messaggio rimane comunque un monito che pochi della classe politica occidentale sarebbero in grado di sostenere. Dice infatti Ahmadinejad: “In questa situazione, l’importanza della diffusione (…) dei valori umani ed etici, e la scelta di dirigenti giusti e probi è maggiore di prima (…). La competizione per il potere e la ricchezza deve trasformarsi in quella per servire la gente e per l’amore”.
Interessanti anche le proposte avanzate dallo statista per risolvere la crisi alimentare: non solo costituire un organo indipendente eletto da tutti i paesi per regolare il mercato, ma destinare una parte delle spese militari (!) di tutti i paesi al miglioramento della produzione. Non solo più equità nella distribuzione e nella produzione, ma l’adesione delle grandi potenze alle convenzioni per preservare l’ambiente e combattere l’inquinamento atmosferico, così da prevenire la desertificazione. Altra richiesta di Ahmadinejad è che “le potenze oppressive siano obbligate ad orientarsi verso la pace e l’amicizia al posto delle guerre e delle occupazioni e devolvere le spese militari per migliorare la situazione dell’agricoltura nel mondo e aiutare le genti povere dei propri e degli altri paesi”. L’esponente del governo di Teheran chiede poi il divieto del traffico di energia e di “creare un sistema efficace per produrre e distribuire diversi tipi di energia”. E mentre i vertici dell’imperialismo rimanevano offesi e sconvolti dalla presenza dell’indesiderato capo di stato, lui si è rivolto a loro con: “La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi.”

Centro storico di Bellinzona: pedonalizzazione da sacrificare?

Il pregiato centro medioevale della Città di Bellinzona non può sopportare il transito di mezzi ingombranti e inquinanti quali sono quelli utilizzati finora. Su questo punto non si può tornare indietro. I pedoni si sono ormai riappropriati delle vie e delle piazze del centro: la Città è tornata a vivere in una dimensione più umana.
Non mi si accusi di plagio! Lo ammetto: non sono l’autore di queste frasi iniziali. Esse sono tratte dal programma elettorale del Partito socialista (sostenuto anche dall’allora Partito del Lavoro), ma che evidentemente, sul finire della legislatura, ha deciso di cambiare.
La questione della pedonalizzazione del centro storico di Bellinzona va affrontata attraverso quattro questioni che nessuno dei contrari ha ancora chiarito: il passaggio nelle ore di punta dei bus, con le dimensioni che conosciamo e con l’impatto ambientale conseguente,non pregiudicherà la vivibilità del borgo? La ventina di mezzi che passeranno per il centro storico non comprometteranno la pavimentazione, l’organizzazione del traffico e la sicurezza per i cittadini (e i bambini)? la corsia preferenziale che, come dicono gli iniziativisti, inizierà su una rotonda e finirà in un incrocio, che senso ha?

Siamo tutti ecologisti: ma sarà poi vero?

Sole rosso che rideIn occasione delle incombenti elezioni nazionali, o forse già da qualche tempo a questa parte, tutti si impegnano ad apparire ecologisti. Non so se si tratti solo di moda o di una subdola tattica elettoralista: certamente non si tratta di una reale sensibilità ambientale.
Il Partito del Lavoro, per contro, non ha bisogno di ostentare la propria “verdite” dell’ultimo minuto. Già nel “Capitale”, infatti, il buon vecchio Carlo Marx riconosceva il problema di fondo: “ogni progresso compiuto dall’agricoltura capitalista – diceva – equivale a un progresso non solo nell’arte di derubare l’operaio, ma anche in quella di spogliare la terra”. E’ anche vero, d’altrocanto, che non sempre il movimento operaio ha saputo affrontare la problematica in modo adeguato, cadendo spesso in una sorta di corporativismo pseudo-sindacale in cui il progresso equivarrebbe (?) a posti di lavoro (dimenticando però di vedere l’altra faccia della medaglia).
Nell’attuale modo di concepire il problema della tutela della natura non si dà alla lotta ecologista la sua dimensione globale, la quale non può essere disgiunta dalla lotta per migliori condizioni sociali per l’essere umano, cioè da quello che è un discorso di trasformazione della società. Una società dove i bisogni umani e la produzione dovranno essere strettamente e razionalmente legati l’uno con l’altro, senza subire influenze mercantili.
La problematica ambientale non ha infatti nulla a che vedere con una sorta di degenerazione della società in cui viviamo: al contrario essa è diretta conseguenza di quelli che sono i metodi di produzione capitalistici volti alla massimizzazione del profitto a scapito di esseri umani e risorse naturali.
Occorre quindi, parlando di clima, di natura, di inquinamento, ecc. mettere nella propria agenda politica dei primi passi verso cambiamenti strutturali della società attuale, consistenti in un superamento delle modalità produttive incontrollate che fomentano il consumismo: fintanto, insomma, che la lotta ecologista non assumerà fino in fondo il proprio carattere anti-capitalista e anti-imperialista (cioè di contrarietà allo sfruttamento delle risorse dei paesi poveri), non si affronterà la causa del problema, ma si applicheranno unicamente dei cerotti sugli effetti prodotti da una cultura che chi osanna il libero mercato evita di vedere. In questo senso essere “eco” e anche “liberali” ha un che di ossimorico.