Archivi categoria: Politica giovanile

Trasporti pubblici gratuiti. Il PS si ricorderà di votare a sinistra?

Consegna delle firme per dei trasporti pubblici gratuiti per studenti e apprendisti, 2007

Consegna delle firme per dei trasporti pubblici gratuiti per studenti e apprendisti, 2007

Il Granconsiglio ticinese tornerà a chinarsi sul tema dei trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione. Si tratta di una rivendicazione storica del movimento studentesco del nostro Cantone: fu infatti alla base della piattaforma con cui i liceali nel 2003 scesero in sciopero. Negli anni successivi, regolarmente, il tema è poi tornato alla ribalta sia in Granconsiglio, sia sul territorio con numerose petizioni della Gioventù Comunista.

L’ultima volta che se ne discusse a livello istituzionale fu nel 2012. E in mancanza dei voti “socialisti” la proposta andò a farsi benedire! Il 15 marzo di quell’anno sul sito del Partito Socialista, nella rubrica (mica tanto satirica) del “Folletto rosso”, infatti, si affermava che i trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione (allora fino a 25 anni) proposti dalla Lega dei Ticinesi (su un’idea che era in realtà dei comunisti) sarebbero nientemeno che un “privilegio” di tipo giovanilista. L’allora presidente del PS, Manuele Bertoli, ne fu addirittura relatore per la Commissione della Gestione incaricata di analizzare il dossier. Il PS andava così esplicitamente contro non tanto alla Lega, quanto piuttosto al Partito Comunista e agli ecologisti (e agli stessi giovani socialisti).

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I giovani hanno la libertà di …farsi male!

cascoI lavori considerati pericolosi dal Dipartimento Federale dell’Economia (DFE), ossia quelli che comportano rischi di incendio, esplosione, malattie, cadute mortali, mobbing e molestie sessuali o contatto con agenti chimici tossici, potranno presto diventare accessibili anche ai ragazzi di 14 anni e non più solamente a partire dai 16 anni, come è il caso attualmente. E’ questa la proposta che avanza la Segreteria di Stato per l’Economia (SECO) alla Commissione Federale del Lavoro. Questo perché, secondo Pascal Richoz della SECO, “sempre più ragazzi smettono di studiare prima dei 16 anni” e conseguentemente arrivano più presto sul mercato del lavoro.

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Livelli alle Scuole Medie? Anche l’operaio vuole il figlio dottore…

La mia esperienza come sindacalista studentesco mi ha permesso di costatare il ritorno con prepotenza del problema della selezione nella scuola. Una selezione basata sull’origine sociale degli allievi, che mette in discussione tutte le belle parole su diritto allo studio e uguaglianza di possibilità. Ricordo bene come, ad esempio, nel 2003, il ministro dell’educazione del Canton Zurigo si lamentasse del fatto che le università fossero diventate “di massa” e per questo perorava la causa (palesemente classista) non solo dei tagli alle borse di studio, ma anche del raddoppio delle rette d’iscrizione (intenti frenati parzialmente anche grazie allo sciopero e all’occupazione studentesca dell’ateneo).

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I 65 decibel dopo il “botellon”…

Lo scorso 1° maggio, a seguito del “botellon” del 28 aprile 2012, ho inoltrato al Municipio una interpellanza che chiedeva non solo al nuovo esecutivo cittadino di esprimersi sulla protesta simbolica inscenata dai circa cinquecento cittadini riunitsi in Piazza del Sole, ma anche di iniziare ad abbozzare delle ipotesi di sviluppo sul tema degli spazi aggregativi destinati ai giovani bellinzonesi. La risposta ottenuta dal Municipio non soltanto non soddisfa, ma appare quasi un esercizietto retorico di buoni propositi e in cui si dà ragione un po’ a tutti, quasi temendo di volersi schierare.
Il limite dei 65 decibel è semplicemente assurdo e oltre le mura rende Bellinzona un oggetto del ridicolo. Questo “coprifuoco acustico” è stato ereditato dal precedente Municipio e io credo che l’attuale esecutivo, al posto di essere tentennante e quasi accondiscendente su queste assurdità, avrebbe dovuto far capire fin dall’inizio e con chiarezza che non condivideva tale impostazione del discorso sugli svaghi. Così non è stato, o perlomeno non è stato a sufficienza!

La politica giovanile che non c’è…

primo piano del centro giovanile (casa ex-Zoni) nel 2004

Sette fra interpellanze e interrogazioni sulla non-politica giovanile della città. Tanti sono gli atti che ho presentato nella passata legislatura a Bellinzona. Senza contare repliche durante le sedute, riunioni, petizioni e manifestazioni per cercare di smuovere le acque di un Dicastero letteralmente incapace di comprendere la situazione e di avanzare proposte politiche costruttive. Una volta mi è persino stato detto dai responsabili che per i giovani a Bellinzona si fa già molto: ad esempio c’è una nuova …pinacoteca. Con tutto il rispetto per l’arte (e ben felice che la nostra Città offra anche questo) mi viene tuttavia difficile credere che una pinacoteca risponda alle esigenze socio-culturali degli adolescenti bellinzonesi!

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Il general Guisan e l’obbligo militare

Ho seguito di recente alcune reclute che hanno chiesto una mano al sindacato degli studenti con cui collaboro al fine di uscire anzitempo dal servizio militare per un’obiezione di ragione o di coscienza. E’ da ormai dieci anni che mi occupo di queste pratiche e finora sempre con successo, benché negli ultimi tempi l’esercito sembra faccia di tutto per farsi odiare e costringere tutti ad assoggettarsi al suo “patriottico” (?) volere.

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Maggiore libertà ai giovani, niente più scuola reclute!

Il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE) ha lanciato, con il sostegno in Ticino del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e della Gioventù Comunista, un’iniziativa popolare per abolire il servizio militare obbligatorio a cui ancora oggi in Svizzera, caso sempre più raro in Europa, i giovani sono chiamati. Fra i contrari a questa iniziativa vi sono, però, anche personalità della sinistra, i quali – seppur anti-militaristi – temono che, abolendo la leva obbligatoria, l’esercito si trasformi in un’armata di pericolosi mercenari. Un esercito di leva, invece, sarebbe sinonimo di maggior controllo democratico, proprio in quanto “di popolo”. Analisi, questa, che fa acqua solo osservando la storia dei vari golpi e delle varie giunte dittatoriali; e peraltro basterebbe ricordare che – come ricordava lo scrittore Max Frisch – la “milizia” svizzera non ha quasi mai sparato, ma quando ha sparato lo ha fatto contro operai (svizzeri) in sciopero, contro cioè il proprio stesso popolo!

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Depenalizzare l’erba non è una bestemmia!

legalize_cannabisChe l’abuso di qualsiasi droga sia nocivo per l’organismo non è certo una novità, e questo a prescindere dal fatto che siano vietate dalla legge o meno: l’alcool, ad esempio, è legale, eppure non solo è una delle più serie piaghe sociali delle società occidentali, ma sembrerebbe, stando ad alcuni studi scientifici, addirittura più dannoso, se abusato, del fumarsi qualche spinello! E allora perché questa differenza di trattamento? Il moralismo e i toni apocalittici che si stanno sentendo, soprattutto da parte della destra clericale e reazionaria, sull’iniziativa popolare “Per una politica della canapa che sia ragionevole e che protegga efficacemente i giovani” in votazione il prossimo 30 novembre è decisamente fuori luogo e dimostra ben poco senso della realtà.
Il proibizionismo non ha portato a niente di costruttivo, né nella sua versione storica (quella di Napoleone contro gli oppiacei ancora prima di quella negli USA degli anni ’20), né nella realtà odierna della politica svizzera sulla droga. La Crociata contro i canapai, ad esempio, ha semplicemente rafforzato indirettamente il mercato nero e reso più accessibile la droga pesante come la cocaina. L’illegalità, ma anche il senso di insicurezza, è l’habitat in cui fiorisce la criminalità che si arricchisce con il narco-traffico. La problematica delle droghe non si può dunque risolvere con la repressione e la criminalizzazione dei consumatori, soprattutto quando si ha a che fare con dei ragazzi. Occorre al contrario dare vita a una politica d’informazione, di prevenzione, di ascolto dei giovani e di depenalizzazione per poter avere il fenomeno alla luce del sole e dunque poter esercitare su di esso un controllo serio.
Qualcuno, a sinistra, potrà obiettare come le droghe siano uno strumento del capitale per determinare un controllo sui giovani, soprattutto nei momenti di crisi e di conflitto sociale, togliendoli così dalla militanza politica in quanto spinti all’apatia (e quindi all’inconcludenza e alla mancanza di progettualità) tramite la diffusione di stupefacenti che il mercato globale tollera. Questo discorso ha effettivamente un fondo di verità anche sociologico. Tuttavia si tratta di una visione discutibile, in quanto tende a non riconoscere una contraddizione del sistema sociale nel quale viviamo, e nel quale vivono le masse giovanili: non ci si può estraniare dalla realtà e costruire un modo idealistico in cui la droga non esiste e quando sorge il problema lo si affronta a suon di articoli del codice penale. Non è il giovane che si fa una canna l’avversario dell’ordine costituito, è semmai il mercato sotterraneo e il narco-traffico internazionale a rappresentare il nemico da distruggere!
Per queste ragioni e molte altre, dettate dalla razionalità e dal senso pratico, invito a votare sì all’iniziativa popolare a favore della depenalizzazione della canapa. Concludo con una frase che ho tratto da un supplemento sulle droghe pubblicato il 31 ottobre 2003 dal quotidiano italiano “Il Manifesto”: “fare prevenzione significa dire ai ragazzi di non esagerare. Il gusto della piacevolezza li può proteggere dal malessere dell’abuso”!

La luce del Sessantotto!

6840 anni fa l’aula 20 dell’allora Scuola Magistrale di Locarno veniva occupata dagli studenti. Chiedevano diritti democratici e programmi al passo coi tempi. Un grande esempio di lotta, inserita in un contesto mondiale di emancipazione giovanile, di conquista di diritti. Era mia intenzione scrivere un testo di riflessione su questo anniversario, ma un articolo del presidente onorario dell’UDC Alessandro von Wyttenbach (CdT, 08.02.2008) mi ha spinto a costruire questo testo come risposta alle tesi del rappresentante della destra conservatrice ticinese sul ‘68.
La società occidentale sta attraversando un brutto periodo: la globalizzazione economica ci sta portando ad una crisi profonda. La società dei consumi e del profitto non regge il confronto con il resto del mondo, sempre più produttivo e competitivo. E di fronte a queste difficoltà la destra sa che il malcontento sociale va bloccato sul nascere creando una falsa “sicurezza” nei cittadini, e la sicurezza, sempre di più, significa inserire elementi autoritari nella democrazia. Esercito, patria, religione, famiglia in senso paternalista, ecc. sono questi i cosiddetti valori che si torna a instillare nei giovani per tenerli a bada. E’ sempre stato così nella storia, lo è ancora oggi. Von Wyttenbach lo ammette chiaramente nel suo testo che si caratterizza per una notevole intolleranza verso tutto ciò che non è “tradizione”.
Naturalmente vittima privilegiata è la scuola: a differenza dell’autore, però, per me il rispetto degli allievi non si ottiene con l’autoritarismo, ma con l’autorevolezza. Per essere autorevoli non è obbligatorio farsi dare del “lei”, indossare la cravatta o essere professori cattedrattici come vorrebbe invece l’anziano presidente onorario dell’UDC. Occorre la capacità di ascoltare i ragazzi, prima di tutto, senza volerli “intruppare”. Von Wyttenbach continua criticando una scuola troppo egualitaria. L’Egalité della Rivoluzione (liberale) francese, evidentemente è troppo di sinistra! Ne prendo atto, anche se mi pare un’idea un po’ eversiva, questa, che mette in discussione il nostro stesso ordinamento costituzionale. Il medico ticinese dovrebbe leggersi le statistiche e spiegarci come mai le classi sociali meno abbienti sono sottorappresentate nelle scuole superiori! Perché ci sono così tanti figli di operai che fanno gli operai e così tanti figli di laureati che vanno all’università? Io la chiamo selezione sociale, von Wyttenbach la chiama “meritocrazia”. Peccato che a meritare le cose siano sempre gli stessi!
Il nostro si trasforma poi in esperto di pittura, musica, ecc. e con toni da critici culturali chiusi su se stessi offende i graffiti, offende il pop-rock, offende l’arte moderna, offendo tutto quello che non è – appunto – “tradizione”, la sua! Oppure come la chiama lui stesso: “l’ombra lunga del ‘68”.
E per finire un bel tocco di moralismo leggermente bigotto: i gay (persone che insulta come “innaturali”, e per fortuna che è un medico!) dovrebbero starsene chiusi in casa perché a causa loro l’AIDS aumenterebbe. La comunità scientifica del nostro Cantone dovrebbe ribellarsi di fronte a certi discorsi, e i Sessantottini che non hanno rinnegato quei valori di libertà, pure!

Licenziare un apprendista? Un’opera di bene!

Sul “Mattino della domenica” del 6 maggio 2007 è uscito un interessante articolo sul problema degli apprendisti lasciati a casa dai loro “datori di lavoro”, quelli che a me piace ancora chiamare “padroni” perché coloro che davvero “danno lavoro” sono i lavoratori, così almeno insegna un certo Marx!
Il giornalista, Lorenzo Quadri, intervista il rappresentante dell’Associazione Disoccupati e il sottoscritto a nome del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), l’unico sindacato che espressamente vuole tutelare gli apprendisti. Prima di cedere la parola al Cantone e al padronato, sente pure il parere di Saverio Lurati del sindacato UNIA e di Nando Ceruso del sindacato cattolico OCST.
Quest’ultimo, da cui ci si aspetterebbe una posizione alquanto moderata, non lesina invece le critiche a padroni che di fatto si disimpegnano dal formare i giovani. E cosa mai riuscirà ad affermare il leader del sindacato più combattivo del pianeta, UNIA, la cui sezione ticinese è forse quella più a sinistra della Svizzera? Ascoltiamo le ultime parole famose di un sindacalista degno di questo nome. Dice il compagno Lurati: “In effetti il fenomeno (della rescissione dei contratti di tirocinio, ndr) c’è sempre stato. Bisogna dire che non sempre è negativo; non lo è nella misura in cui permette di correggere una scelta professionale sbagliata dell’apprendista (…)”.
Io non riesco a concepire, in tutta onestà, come si possano dire frasi di questo genere. Ogni volta resto allibito dal livello in cui cade questo “sindacato” che ho visto nascere a Basilea quasi tre anni fa. Lo scorso anno blocca uno sciopero a Reconveiller autorizzando il licenziamento politico degli operai più attivi; oggi, fra tutte gli altri errori (siano essi di moderazione o di stupido estremismo fine a sé stesso), riesce addirittura a edulcorare un licenziamento in quanto sopperirebbe alle mancanze dell’orientamento professionale.
Nessuna parola sul fatto che non esiste una reale protezione giuridica, che il diritto del lavoro in Svizzera è uno dei più liberali d’Europa (nel senso che i padroni fanno quello che vogliono!), che la figura dell’apprendista si trova in un limbo giuridico tanto che non si sa se vanno considerati lavoratori e quindi beneficiari ad esempio del diritto di sciopero oppure studenti. Nessuna critica nemmeno al fatto che gli ispettori di tirocinio sono latitanti e che l’unica frase che riescono a pronunciare di fronte a un conflitto in azienda è: “ne prendo atto!”. No, per UNIA sembra essere tutto a posto: “è sempre stato così!” (e allora a cosa serve il sindacato?). Addirittura si arriva a teorizzare che il licenziamento possa avere effetti positivi: della serie “aiutiamo i padroni a giustificarsi meglio”!
Vi garantisco che il SISA non la pensa così e a questo punto costruire l’alternativa sindacale a UNIA è – poche ciance! – un dovere, lo dico come ex-delegato di UNIA al suo congresso costitutivo!