Archivi categoria: Movimento studentesco

Livelli alle Scuole Medie? Anche l’operaio vuole il figlio dottore…

La mia esperienza come sindacalista studentesco mi ha permesso di costatare il ritorno con prepotenza del problema della selezione nella scuola. Una selezione basata sull’origine sociale degli allievi, che mette in discussione tutte le belle parole su diritto allo studio e uguaglianza di possibilità. Ricordo bene come, ad esempio, nel 2003, il ministro dell’educazione del Canton Zurigo si lamentasse del fatto che le università fossero diventate “di massa” e per questo perorava la causa (palesemente classista) non solo dei tagli alle borse di studio, ma anche del raddoppio delle rette d’iscrizione (intenti frenati parzialmente anche grazie allo sciopero e all’occupazione studentesca dell’ateneo).

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Tentacoli liberisti e ciellini sulla scuola pubblica

Leggo sul sito del candidato liberale al governo Sergio Morisoli come egli sia un sostenitore non solo della “liberalizzazione” nell’ambito del sistema della scuola pubblica ticinese ma pure del rafforzamento della cosiddetta “autonomia” delle sedi scolastiche pubbliche.

Come dice il regista Nanni Moretti in una sua pellicola: “le parole sono importanti”! E queste parole di Morisoli sono macigni da prendere sul serio: si tratta infatti della sintesi quanto mai chiara delle linee guida di Comunione & Liberazione (CL), l’organizzazione confessionale che rappresenta uno dei veri poteri forti del Canton Ticino, una sorta di massoneria di stampo clericale, che ha in mano ampi settori del servizio pubblico, dell’università e delle amministrazioni. Tutto questo lo scriveva già dieci anni fa il giornalista italiano Mario Portanova nel suo articolo “Il canton ciellino” (“Diario”, anno VI, nr. 12 – 23/29 marzo 2001 e che ho avuto il privilegio di aver letto al liceo grazie a un docente che non aveva paura di affrontare certi temi!), dove mostrava i legami che, ad esempio, vigevano fra la detta setta e la Lega dei Ticinesi, l’USI e altre strutture portanti del sistema affaristico e politico ticinese.

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10 anni fa gli studenti contro Morisoli e il Vescovo!

Ricordo con emozione la manifestazione studentesca dell’8 febbraio 2001 e la votazione popolare di dieci giorno dopo: il 18 febbraio di dieci anni fa, infatti, i ticinesi respinsero in massa la decisione di finanziare con fondi pubblici le scuole private, dopo anni e anni di tagli e sacrifici nelle scuole pubbliche. Il pericolo di Comunione e Liberazione, organizzazione affaristico-clericale della destra ultra-conservatrice che già detiene importanti fette di potere in Ticino venne così ostacolata nelle sue mire egemoniche sulla scuola; mire egemoniche che mettevano in discussione l’uguaglianza di possibilità per tutti i cittadini e la laicità dell’educazione. Non dimentichiamo neppure come il candidato PLR al governo Sergio Morisoli e l’attuale Vescovo Piergiacomo Grampa fossero fra i più feroci e accaniti paladini del tentativo di rovinare la scuola pubblica e laica ticinese!

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Scuola: lo sguardo rivolto al futuro, ma con il ricordo di una storica lotta!

Mi sono occupato per diversi anni di sindacalismo studentesco, e proprio il prossimo mese di febbraio sarà il decimo anniversario di una lotta che, oltre a rappresentare un indelebile ricordo personale, oserei definire “storica” per il nostro Cantone. Mi riferisco alla votazione del 18 febbraio 2001 e alla manifestazione di dieci giorni prima, quando con uno slogan che sosteneva che “privatizzare è privare”, oltre un migliaio di cittadini, soprattutto giovani studenti, scendeva il viale della Stazione a Bellinzona per opporsi al tentativo della destra di sussidiare con fondi pubblici (dopo anni di tagli!) le scuole private, perlopiù egemonizzate da Comunione e Liberazione, organizzazione clericale dai forti appoggi economici e politici.

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Stanno raccontando balle sull’occupazione studentesca dell’Università di Zurigo!

Il Giornale del Popolo (GdP), quotidiano del Vescovo di Lugano, è in difficoltà e per racimolare qualche lettore in più da tempo sta mutando la sua linea editoriale verso una destra non solo conservatrice ma addirittura reazionaria. In confronto, l’Avvenire, organo della Conferenza episcopale italiana, sembra quasi bolscevico!

In merito alle proteste nelle università il GdP ha concesso ieri uno spazio all’opinione di uno studente (che parla a nome di chi e con quale legittimità, non si sa): Stefano Lappe, sorto agli onori della cronaca lo scorso anno come rappresentante studentesco in quella scuola conosciuta per essere fucina di continuo illuminismo: il Collegio Papio di Ascona. Il signor Lappe oggi studia a Zurigo presso la facoltà di diritto e da novello opinionista ecco cosa ci racconta:

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I peggiori liceali sono i nostri… ma davvero?

libe_04E così il Liceo di Bellinzona risulta essere il penultimo in classifica secondo uno studio che ha coinvolto numerosi studenti svizzeri. Nemmeno gli altri istituti cantonali stanno molto meglio. Tutti si prodigano a sostenere come questa non sia in realtà una classifica della qualità della scuola, ma solo uno strumento per migliorarsi. Possiamo usare tutte le belle espressioni che vogliamo pur di girare intorno alla torta, ma il dato evidente è proprio quello della classifica. Così almeno apparirà ai più.
Questo articolo non vuole essere un atto di accusa alla scuola pubblica ticinese come qualcuno si potrà aspettare. Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) che ho coordinato per anni ha sempre indicato con chiarezza le lacune e la politica miope del DECS in merito alla scuola e all’educazione, ma non certo per le medesime ragioni che spingono i signori del Politecnico e della Confederazione a “testare” gli studenti per poi metterli sul podio come se la scuola potesse essere ridotta a una gara in cui i partecipanti sgomitano l’uno contro l’altro.
I problemi della scuola pubblica ticinese ci sono (e non sono solo finanziari!) e vanno affrontati coinvolgendo chi li vive di persona, ossia insegnanti e studenti in primis. Ma dobbiamo farlo da noi senza lasciarci condizionare dai manager (o dai pedagogisti ad essi subalterni) che difendono un sistema formativo reazionario. Le critiche che piovono dall’alto del cupolone del Politecnico infatti non sono innocenti auspici di miglioramento: esse al contrario contengono messaggi impliciti agli addetti ai lavori. Messaggi che vanno trattati con cautela e spirito critico, pena la fine di quei (pochi) aspetti socialmente positivi rimasti nella scuola pubblica del nostro Cantone.
I grandi saggi dell’educazione nazionale ci dicono che gli studenti ticinesi sono poco preparati nel lavoro individuale. Forse è così, sicuramente si potrà migliorare, ma il messaggio di fondo è un altro: basta con forme di cooperazione e sì a maggiore concorrenza individualistica fra gli allievi! Sepolto e dimenticato don Milani e con buona pace di ogni pedagogia collaborativa basata sulla costruzione collettiva dei saperi. La scuola così non sarà più una comunità educante ma un servizio pubblico mercificabile (e privatizzabile) come tutti gli altri, esattamente come ci insegnano i manager che teorizzano il profitto a scapito del lato umano anche nell’educazione.
L’altro rimprovero, sempre velato e riferito in modo pacato come vuole la tradizione elvetica del politicamente corretto a tutti i costi, è quello dell’integrazione: la scuola pubblica ticinese, dicono, seleziona troppo poco al posto di avvantaggiare solo i “più dotati”! C’è chi è nato per studiare (e assumere ruoli di prestigio e comando nella società) e c’è chi è nato …per zappare (come dicevano una volta). In Svizzera interna funziona così: non solo la scuola media unitaria non è sempre presente tanto è vero che una prima forma di selezione può avvenire già al termine delle scuole elementari, ma esistono anche forme di “numerus clausus” ben prima dell’università così da diminuire quella che un mio insegnante al liceo definiva “l’élite culturale”. Forse che la nostra società abbia timore di una popolazione troppo istruita? Come leggere se non in quest’ottica anche il preventivato taglio ticinese alle borse di studio, fortunatamente bocciato in Granconsiglio dopo lo sciopero degli studenti?
Una terza tirata d’orecchie ci arriva perché i liceali ticinesi sono poco preparati nelle materie scientifiche. Già nel 1997 con l’introduzione della riforma liceale di allora i movimenti studenteschi protestarono sostenendo che si attribuiva troppo valore alle scienze sperimentali e matematiche togliendole alle materie umanistiche. Avevano ragione: lo scorso anno un’altra riforma liceale – la cosiddetta kleine Revision (mai tradotta in italiano nemmeno nel nome!) – non faceva altro che rafforzare ulteriormente questa tendenza. Le materie scientifiche, amorevolmente definite anche “blocco scientifico”, sono effettivamente un blocco: servono ad aumentare la selezione! Se ricominciassi il liceo oggi con le nuove normative probabilmente sarei bocciato a causa delle sole materie scientifiche (che naturalmente ho già scordato). Per carità e amor di patria: mi rendo conto che la Novartis, il Credito Svizzero o chi per essi si aspettino dalla scuola che sforni solo futuri lavoratori qualificati utili ai loro interessi e non certo improduttivi storici medievalisti, sociologi critici o linguisti, tuttavia mi ostino a credere che una società (se poi la vogliamo anche democratica) andrebbe sviluppata su altri concetti e su altri valori. Per fare questo questo, però, ci vuole un governo che abbia un coraggioso progetto politico, civico ed educativo, condiviso e costruito dal basso.
La mentalità delle aziende private, insomma, ha ormai assunto quasi pieno potere anche nelle scelte pedagogiche (soprattutto a livello accademico e nella formazione professionale). In Svizzera interna tutto questo è già molto avanzato e ora lo vogliono “armonizzare” cioè imporlo a tutti i cantoni. La quasi unanimità delle forze politiche e sindacali schierate a favore dei nuovi articoli costituzionali sulla formazione votati nel 2006 e del concordato Harmos (che introducono elementi dell’economia privata nella scuola) indicano chiaramente che esiste un piano preciso di squalifica del ruolo della scuola pubblica. Questi test, a cui viene data tanta eco mediatica, come in passato il famoso test PISA promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono specchietti per le allodole: servono a trasmettere alla gente un senso di sfiducia verso la scuola pubblica per favorire il privato e per far approvare l’idea che l’unico valore è quello di essere compatibili con le volontà del padronato che indica alle scuole cosa insegnare e, quel che è peggio, a chi. E’ lo stesso DECS ad ammettere infatti che è l’origine sociale dei giovani a influenzare, anche drasticamente, i loro risultati nello studio.
Gli studenti hanno dimostrato quest’anno e già in passato di sapersi muovere, ora ci aspettiamo che gli insegnanti inizino ad alzare anche loro la voce ma nella giusta direzione: non verso i banchi (ad esempio dando note basse a chi organizza uno sciopero studentesco!), ma verso il palazzo!

Crisi del sistema economico occidentale e salario indiretto

economia2Daniel Lampart dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) in data 9 settembre 2008 dichiara a “La Repubblica” che il tasso di disoccupazione in Svizzera è stato sempre più basso rispetto agli altri paesi europei. E aggiunge: “nel 2007 a fronte di una crescita del PIL del 3,3% l’aumento dei salari è stato dello 0,9%. Nei tre anni precedenti la crescita costante dell’economia è stata accompagnata da una crescita di poco superiore allo zero dei salari”. Al di là del semplice constatare questa realtà si dovrebbero mettere in atto misure per chiedere almeno (e diciamo: almeno!) che l’aumento dei salari fosse il triplo di quello effettivamente registrato, ovvero il 2,7% rispetto alla crescita del PIL del 3,3%. Ma se da un lato si resta colpiti dall’atteggiamento passivo del sindacalismo tradizionale, non possiamo credere che i vertici dell’USS siano mossi da semplice compiacenza con i datori di lavoro contro i lavoratori. Si può ritenere che, probabilmente, nella volontà, non solo svizzera, di contenere i salari ci fosse la consapevolezza che la recessione e la crisi irreversibile del sistema economico occidentale fossero alle porte. Solo in questo modo e cioè contenendo i salari e impedendo una spirale inflazionistica che avrebbe peggiorato la futura recessione (quella che stiamo vivendo attualmente) si potevano garantire sul lungo periodo condizioni non peggiori per i lavoratori.

Va detto anche, però, che non è la quantità di franchi che determina il valore di uno stipendio, ma sono le possibilità economiche che quella cifra garantisce, ovvero come i cittadini possano investire e utilizzare quei soldi per garantirsi il tenore di vita precedente o migliorarlo. Poiché la possibilità di acquistare beni e servizi determinata dal salario è comunque strettamente legata alla ricchezza reale prodotta da un paese, è evidente che in un quadro di declino della produzione e recessione europea, che coinvolge anche la Svizzera, siamo tutti destinati ad essere più poveri. Proprio per cercare di salvare il più possibile i cittadini da situazioni disperate di marginalizzazione, è utile valorizzare al massimo il salario indiretto. Infatti costa meno allo Stato garantire – anche gratuitamente – alcuni servizi (trasporti pubblici, educazione, sanità, casa) piuttosto che dover gestire una situazione sociale nella quale, come in città come Los Angeles o San Francisco oggi, percentuali rilevanti della classe media finiscono a vivere in tendopoli nelle periferie. In questo quadro la richiesta avanzata lo scorso anno dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) per ottenere trasporti pubblici gratuiti è assolutamente in linea con la costruzione di un salario indiretto più forte. Gli stessi tagli ai bilanci della scuola pubblica sono profondamente miopi e, a ragione, studenti e docenti di tutto il continente si stanno mobilitando, dalla Grecia all’Italia, arrivando – come il 15 ottobre scorso – a Bellinzona.
La vera e grave responsabilità del sistema economico, politico e sindacale svizzero è l’essersi adeguato alla logica imposta dai governi del G8 e dalle organizzazioni economiche internazionali che hanno del tutto erroneamente immaginato di poter ancora controllare le materie prime del pianeta (alimentari ed energetiche, che i paesi in via di sviluppo preferiscono vendere alle potenze emergenti come Cina e India piuttosto che a noi Occidentali) e i flussi di mercato attraverso operazioni speculative internazionali. Bisogna avere il coraggio di ammettere che se il ’29 è stata una crisi congiunturale del sistema capitalistico euro-statunitense, questa è una crisi strutturale non facilmente reversibile. In un mondo in cui la responsabilità è un valore, i responsabili di scelte avventate e sbagliate dovrebbero avere la decenza di ritirarsi a vita privata, perché qui si sta giocando con il futuro di milioni di lavoratori e di cittadini.

La luce del Sessantotto!

6840 anni fa l’aula 20 dell’allora Scuola Magistrale di Locarno veniva occupata dagli studenti. Chiedevano diritti democratici e programmi al passo coi tempi. Un grande esempio di lotta, inserita in un contesto mondiale di emancipazione giovanile, di conquista di diritti. Era mia intenzione scrivere un testo di riflessione su questo anniversario, ma un articolo del presidente onorario dell’UDC Alessandro von Wyttenbach (CdT, 08.02.2008) mi ha spinto a costruire questo testo come risposta alle tesi del rappresentante della destra conservatrice ticinese sul ‘68.
La società occidentale sta attraversando un brutto periodo: la globalizzazione economica ci sta portando ad una crisi profonda. La società dei consumi e del profitto non regge il confronto con il resto del mondo, sempre più produttivo e competitivo. E di fronte a queste difficoltà la destra sa che il malcontento sociale va bloccato sul nascere creando una falsa “sicurezza” nei cittadini, e la sicurezza, sempre di più, significa inserire elementi autoritari nella democrazia. Esercito, patria, religione, famiglia in senso paternalista, ecc. sono questi i cosiddetti valori che si torna a instillare nei giovani per tenerli a bada. E’ sempre stato così nella storia, lo è ancora oggi. Von Wyttenbach lo ammette chiaramente nel suo testo che si caratterizza per una notevole intolleranza verso tutto ciò che non è “tradizione”.
Naturalmente vittima privilegiata è la scuola: a differenza dell’autore, però, per me il rispetto degli allievi non si ottiene con l’autoritarismo, ma con l’autorevolezza. Per essere autorevoli non è obbligatorio farsi dare del “lei”, indossare la cravatta o essere professori cattedrattici come vorrebbe invece l’anziano presidente onorario dell’UDC. Occorre la capacità di ascoltare i ragazzi, prima di tutto, senza volerli “intruppare”. Von Wyttenbach continua criticando una scuola troppo egualitaria. L’Egalité della Rivoluzione (liberale) francese, evidentemente è troppo di sinistra! Ne prendo atto, anche se mi pare un’idea un po’ eversiva, questa, che mette in discussione il nostro stesso ordinamento costituzionale. Il medico ticinese dovrebbe leggersi le statistiche e spiegarci come mai le classi sociali meno abbienti sono sottorappresentate nelle scuole superiori! Perché ci sono così tanti figli di operai che fanno gli operai e così tanti figli di laureati che vanno all’università? Io la chiamo selezione sociale, von Wyttenbach la chiama “meritocrazia”. Peccato che a meritare le cose siano sempre gli stessi!
Il nostro si trasforma poi in esperto di pittura, musica, ecc. e con toni da critici culturali chiusi su se stessi offende i graffiti, offende il pop-rock, offende l’arte moderna, offendo tutto quello che non è – appunto – “tradizione”, la sua! Oppure come la chiama lui stesso: “l’ombra lunga del ‘68”.
E per finire un bel tocco di moralismo leggermente bigotto: i gay (persone che insulta come “innaturali”, e per fortuna che è un medico!) dovrebbero starsene chiusi in casa perché a causa loro l’AIDS aumenterebbe. La comunità scientifica del nostro Cantone dovrebbe ribellarsi di fronte a certi discorsi, e i Sessantottini che non hanno rinnegato quei valori di libertà, pure!

Per salvaguardare quel poco di laicità che rimane…

Benedetto il giorno…L’Italia ha dato una dimostrazione, oggi, di “libertà” di stampa: praticamente tutti i quotidiani (compresa “L’Unità” che fu del povero e tradito Antonio Gramsci) hanno aperto con il medesimo titolo e gli stessi contenuti, quasi si fosse tornati ai tempi del Ventennio nero: “Attentato alla libertà d’espressione!” urlano tutti. “La Padania” addirittura parla di “nazisti rossi” che avrebbero impedito al papa (che in fatto di nazismo ne sa qualcosa…) di esprimersi liberamente all’Università La Sapienza di Roma.

Lo si sa. Un po’ ovunque sta venendo meno quel valore che era tipico dell’Università di un tempo: la libertà accademica! Un tempio del sapere in cui valgono due sole condizioni: la scienza e la razionalità di illuministica memoria. Un monarca che mette la fede prima della scienza anche quando esula dai suoi compiti di “capo religioso”, che chiama gli avvocati cattolici a non celebrare divorzi, e i medici a preferire la morte della madre piuttosto che praticare un aborto, un papa che celebra messa secondo il rito pre-conciliare (un insulto ai settori più progressisti del clero stesso), che attacca il relativismo e che cavalca il conflitto di civilità, che vede nella fede cattolica romana l’unica verità (quando in una formazione accademica dovrebbe vigere un discorso dialettico), un papa che da capo di Stato dell’ultima monarchia assolutista d’Europa si permette di fare politica attiva in uno stato estero, libero e sovrano come dovrebbe essere la Repubblica Italiana sorta dalla Resistenza, ecc. è semplicemente indegno di entrare in una istituzione del sapere laico.
Nel caso concreto de La Sapienza non si tratta di un pubblico dibattito su un tema filosofico o etico, scelto autonomamente dalla comunità accademica, a cui il papa avrebbe potuto anche prendere parte come semplice cittadino difendendo le sue convinzioni di fronte a una controparte. Al contrario, qui si trattava nientemeno che permettere al pastore tedesco di aprire l’anno accademico con una “lectio magistralis” non in una università cattolica, ma in una libera università repubblicana! Dice bene Marcello Cini, professore emerito, sarebbe stato un affronto se Ratzinger avesse proferito verbo: “soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più”.

Videointervista elettorale

PdlSu iniziativa del compagno Rodolfo Pulino, coordinatore dei Giovani Progressisti, una giornalista dell’Hebdo è venuta ad assistere all’assemblea elettorale del mio partito e ne ha aprofittato per svolgere una breve videointervista ai candidati, che si può vedere clikkando qui di seguito: video.