I giovani hanno la libertà di …farsi male!

cascoI lavori considerati pericolosi dal Dipartimento Federale dell’Economia (DFE), ossia quelli che comportano rischi di incendio, esplosione, malattie, cadute mortali, mobbing e molestie sessuali o contatto con agenti chimici tossici, potranno presto diventare accessibili anche ai ragazzi di 14 anni e non più solamente a partire dai 16 anni, come è il caso attualmente. E’ questa la proposta che avanza la Segreteria di Stato per l’Economia (SECO) alla Commissione Federale del Lavoro. Questo perché, secondo Pascal Richoz della SECO, “sempre più ragazzi smettono di studiare prima dei 16 anni” e conseguentemente arrivano più presto sul mercato del lavoro.

Qualche anno fa si discuteva della possibilità di abbassare la maggiore età da 18 a 16 anni, e quindi dare il diritto di voto ai giovani affinché potessero esprimersi su una società che, invece, sembra voler quasi favorire un deleterio conflitto inter-generazionale. Il “niet” della classe politica fu allora quasi unanime: un giovane, a 16 anni, può partecipare a corsi di formazione pre-militari, può andare a schiantarsi con lo scooter, può anche lavorare in settori professionali ad alto rischio, ma… i diritti politici se li sogna! Siamo alla schizofrenia pura di una società moralista che sta diventando sempre più opprimente nei confronti delle nuove generazioni. Una società basata sull’ipocrisia esplicita di chi, nel nome della salute dei giovani (con cui forse non ha nemmeno un contatto se non artificiale), mette in piedi crociate contro gli spinelli o i “botellon”, ma poi vota a favore della “libertà” dei 14enni di farsi male pur di far arricchire qualcuno. E non entro qui nel merito né della carenza strutturale (voluta anche da certi amministratori “compagni”!) di spazi di ritrovo autogestiti dai ragazzi stessi, né della volontà delle autorità di creare realtà fittizie (neo-corporative) dove castrare gli spiriti giovanili più ribelli, facendoli giocare alla democrazia e dando loro l’illusione di contare qualcosa!

Invece di chiedersi il perché si riscontri un aumento degli infortuni fra i giovani operai; invece di ragionare su come estendere il diritto allo studio e di come migliorare l’educazione umanista dei giovani, la SECO si felicita che “sempre più ragazzi smettono di studiare prima dei 16 anni”, spingendoli a compiere lavori pericolosi e diminuendo l’età di protezione. Certo, così facendo il profitto del padronato svizzero sul corto periodo potrà aumentare (a scapito dei diritti dei giovani lavoratori), ma di sicuro non sul lungo periodo: il nostro Paese, nel contesto della crisi economica sistemica internazionale che sta attraversando, potrà resistere all’emergere di altre potenze economiche solo investendo nella formazione e nella ricerca, sviluppando settori ad alto valore aggiunto e raggiungendo l’eccellenza nei diritti democratici sul posto di lavoro (che in Svizzera sono quasi inesistenti, basti leggere la striminzita legge sul lavoro). La SECO, invece, dimostra una mancanza di lungimiranza e un cieca fedeltà al modello liberista che rasenta il dogmatismo.

I primi passi in questa direzione non sono però nuovi: ricordo che già nel 2004 il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) si era preventivamente espresso contro la volontà governativa “di abbassare l’età minima di protezione dal lavoro notturno e domenicale da 20 a 18 anni per apprendisti e non” e che nel medesimo anno la Federazione Svizzera della Associazioni Giovanili denunciava come tale abbassamento dell’età di protezione non solo aprisse la porta a condizioni di lavoro sempre più flessibili (e vantaggiose solo per il padronato), ma avrebbe pure determinato conseguenze negative sulla salute e sullo sviluppo personale del giovane lavoratore e dell’apprendista. Qualche anno più tardi, oggi, i partiti borghesi e le forze imprenditoriali dimostrano ancora una volta che dopo aver chiesto una mano, si prendono, sempre, anche il braccio! I sindacati e la sinistra non possono limitarsi a votare contro in parlamento e a scrivere dei comunicati stampa: occorre mobilitarsi non solo con i referendum, ma soprattutto con le agitazioni e gli scioperi.

  • Questo articolo è uscito in forma ridotta sul quotidiano “LaRegione Ticino” del 18 dicembre 2012 (link)

Pubblicato il 21 dicembre 2012, in Movimento operaio, Politica federale, Politica giovanile con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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