L’antifascismo non va banalizzato!

Il compagno Daniele Maffione, responsabile “antifascismo” per i Giovani Comunisti italiani (organizzazione legata al Partito della Rifondazione Comunista), con un suo recente articolo ha sollevato un polverone in certi ambienti del movimento comunista della penisola. L’articolo contiene, a dire il vero, alcuni elementi poco approfonditi, i quali possono effettivamente creare confusione. Ad esempio anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, siamo anti-europeisti e non per questo difendiamo teorie economiche fasciste, anche se è evidente il rischio di pensare – sbagliando! – che per uscire dalla globalizzazione imperialista si debba per forza effettuare una sterzata reazionaria e tornare agli stati nazionali. Il culto dello stato nazionale nella fase storica attuale in Occidente (che, non a caso, non è paragonabile all’Oriente) porterebbe solo a dare illusione alla classe operaia (o meglio: alla “aristocrazia operaia”) di una presunta sovranità riconquistata, imbrigliandola in realtà – in modo ancora più totale del solito – fra le mani della borghesia, che non esiterà – nel contesto ormai evidente del confronto interimperialista – di spingerla in una nuova guerra fra poveri. E la patria si gloria di altri “eroi”  (…sempre proletari naturalmente) alla memoria…

Il compagno Maffione nel suo articolo ha comunque il merito di denunciare riviste con linee editoriali molto ambigue che vengono irresponsabilmente bypassate a sinistra, ecc. Situazioni che anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, abbiamo constatato con preoccupazione negli ultimi tempi in Italia, leggendo alcuni testi fatti circolare da vari compagni (o presunti tali). Esiste, infatti, in certi ambienti del marxismo-leninismo occidentale, la frustrazione dell’essere minoritari e di ricercare conseguentemente, in modo alquanto maldestro (per non dire altro), lo “scimmiottamento” sistematico di linee politiche – una fra tutte quella PCFR russo – valide in realtà culturali, sociali, economiche e nazionali, che sarebbe deleterio pensare di importare tout-court in Italia, così come in Svizzera, anche perché fra i paesi esistono non solo delle condizioni socioeconomiche differenti, ma pure una sovrastruttura che ha avuto evoluzioni diverse da nazione a nazione, da oriente a occidente.

La replica dei Giovani Comunisti di Torino, comprensibile in quanto direttamente tirati in ballo dal compagno Maffione, appare però problematica sotto vari aspetti. Ritenere, ad esempio, che “la fobia di infiltrazioni neo-fasciste aveva senso negli anni ’70” significa banalizzare il pericolo della cosiddetta “destra sociale” che proprio in un periodo di crisi economica può fortemente attecchire, come è il caso in tutta Europa. Il fatto che in Italia si stiano formando realtà, per quanto ancora gruppuscolari e folkloristiche, comunque territorialmente sparse e attive, di tipo “rossobruno”, che tentano di unire una retorica anti-capitalista e anti-imperialista con un nazionalismo esasperato è evidente a molti, anche all’estero. Credere solo perché “Forza Nuova è una setta che ha le stesse identiche dimensioni dalla fondazione ad oggi” che essa non rappresenti un problema, mi sembra fortemente discutibile, anche perché anche una organizzazione piccola e – passatemi il termine – “avanguardista” può essere in grado di esercitare egemonia culturale in determinati ambiti (come peraltro sanno bene anche i giovani comunisti torinesi). La forza di un’associazione non si misura solo tramite le percentuali elettorali o il numero di membri, ma in vari altri modi come la penetrazione del suo reparto d’avanguardia in settori strategici del movimento e questo vale sia per la sinistra che per l’estrema destra. Affermare poi che “Casa Pound è in fase calante da almeno un anno” non mi pare molto serio, anche perché questo gruppo neofascista ora cerca di espandersi persino nel Canton Ticino e poco importa se si chiamerà “Casa Pound” o “CasaGGì” o se assumerà altri nomi o si scinderà in altre realtà della medesima radice culturale e ideologica! La Lega Nord,  infine, non è “letteralmente implosa”: il fattore culturale che il leghismo ha saputo sviluppare fra le masse non si cancella solo perché Bossi ha deluso il suo elettorato. E non tenerlo in considerazione significa correre un forte rischio di devianza ideologica e politica con i settori della destra xenofoba.

Completamente contraria alla teoria marxista delle relazioni internazionali il parallelismo fatto fra l’Italia e l’America latina. Certamente “l’idea di unire socialismo e patriottismo è alla base di molti movimenti latino-americani”, ma non si può non ricordare che l’Italia (come la Svizzera) è oggi un paese del centro imperialista e che in quanto tale il patriottismo assume un carattere non certo progressista, ma sostanzialmente di tutela dei privilegi derivati dal saccheggio di risorse di altri popoli. L’America latina è una realtà invece periferica, subalterna all’imperialismo, e qui il patriottismo assume invece, quasi sempre, un carattere non solo progressista ma addirittura rivoluzionario. Ritenere di poter importare in Occidente parole d’ordine patriottiche solo perché usate, in realtà e contesti completamente differenti, dai comunisti o dai socialisti (ieri Palmiro Togliatti, oggi Hugo Chavez) è a nostro modo di vedere fortemente errato e dogmatico. Occorre conseguentemente fare molta attenzione alla citazione libresca, per nulla dialettica, di grandi esponenti del comunismo italiano (uno fra tutti Palmiro Togliatti) che operavano in condizioni – culturali, economiche e geopolitiche – ben diverse dalle attuali.

Pubblicato il 19 aprile 2012, in Internazionale, Movimento operaio con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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