La Grecia insegna: l’europeismo non è di sinistra

L’attuale governo greco, come peraltro quello italiano, non è stato eletto da nessuno: è stato imposto dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dai poteri forti di Bruxelles, bypassando non solo il popolo, ma l’indipendenza stessa dello Stato ellenico. Un paese senza sovranità popolare è una nazione in cui – al di là delle quisquiglie di forma – non vi sono in realtà vere istituzioni democratiche. Il commissariamento della Grecia non ha solo portato alla perdita della sovranità, ma ha distrutto – in men che non si dica – quarant’anni di conquiste sociali ottenute spesso a caro prezzo da generazioni di lavoratori che oggi, organizzati dal sindacato di classe PAME e dai comunisti del KKE, cercano di resistere con dignità e combattività a quella che viene definita come una vera e propria dittatura capitalistica.

E pensare che all’inizio della crisi la Grecia poteva essere sostenuta con 30 miliardi di euro, ma la Troika europeista con i suoi diktat di cosiddetta “austerity”, da un lato ha fatto crollare il PIL e dall’altro ha fatto aumentare il debito del 45%. Non da ultimo l’UE ha imposto ad Atene di risparmiare su salari e pensioni, obbligandola nel contempo a comprare – proprio come la Svizzera,  verrebbe da dire – aerei militari da Germania e Francia. Lo stesso destino riguarderà presto anche la vicina Italia, in cui il governo tecnico di Mario Monti sta attuando una vera e propria “macelleria sociale”; e nemmeno il Portogallo sta meglio. Insomma quella che per tanti doveva essere la “cura” alla crisi, ha portato in realtà il paziente alla tomba! Va fatto peraltro notare che mentre per salvare le grandi banche i miliardi sono stati regalati, per aiutare i popoli i soldi vengono prestati, aggiungendo debito al debito.

In tutto questo circo politico borghese, il premier italiano Monti fa però la sua bella figura di persona onesta. Egli almeno ha pubblicamente ammesso non solo che “la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro è la Grecia” ma anche che “l’Europa ha bisogno di crisi, di gravi crisi, per fare passi avanti. E i passi avanti dell’Europea sono per definizione cessioni di parti della sovranità nazionale”. Lungi da me, a questo punto, riscoprire sentimenti patriottardi o nazionalistici che non appartengono alla mia cultura politica, ma nemmeno possiamo continuare a piegarci alle errate interpretazioni di un “cosmopolitismo” deleterio di certa “sinistra” europea: osannare l’UE quale progetto nientemeno che “socialdemocratico”, come ha dichiarato ancora pochi mesi fa – noncurante del ridicolo – l’ex-presidente del Partito Socialista Svizzero Hans-Jürg Fehr, assume indicibili tratti autolesionisti.

L’UE, che di socialdemocratico non ha niente, ma che assurdamente i socialdemocratici continuano a sostenere contro gli interessi delle classi popolari che ritengono di rappresentare, non solo sta portando al collasso le economie nazionali degli stati membri assoggettati alle prassi neo-liberiste della BCE, ma sta privando i lavoratori dei diritti sociali e sindacali e addirittura impedisce l’esercizio dei diritti civili (come lo ‘stop’ al tentativo greco di sottoporre a referendum popolare le misure anti-crisi). Se poi alla fine, la popolazione esasperata non è ancora stata pacificata (con le buone o con le cattive), ecco mettersi in moto le truppe “EuroGendFor”, la famigerata Gendarmeria Europea. Truppe che, pare, si trovano attualmente nascoste in una base militare nella città greca di Larissa, pronte a intervenire contro i cittadini greci rivoltosi, i comunisti e i sindacalisti.

Tutto questo è stato possibile con la complicità della socialdemocrazia che ha reso invisa la parola “sinistra” a molti lavoratori. Non si tratta di eccessiva severità o di pregiudizio ideologico: sono i fatti a parlare! A far travolgere la Grecia dall’eurocrazia sono stati i “socialisti” del PASOK, e lo stesso si è visto in Portogallo. In Italia è il Partito Democratico a sostenere l’attuale governo “lacrime e sangue” e qui in Svizzera sindacati e PSS hanno una responsabilità enorme prima nei processi di liberalizzazione (imposti dal mercato comune europeo) e oggi nella decisione della Banca Nazionale di fissare il cambio fisso con l’euro, una scelta costosa, che – potete starne certi – sarà fatta pagare alle assicurazioni sociali e ai cantoni! Questa sinistra non è la sinistra che il Partito Comunista vuole costruire: noi partiamo dai giovani per ridare fiducia a un progetto realmente socialista, al fianco dei lavoratori e contro l’Unione Europea.

Questo articolo, in forma leggermente ridotta, è apparso sul “Corriere del Ticino” del 12 marzo 2012 (PDF)

Pubblicato il 12 marzo 2012 su Internazionale, Movimento operaio. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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