Scuola: lo sguardo rivolto al futuro, ma con il ricordo di una storica lotta!

Mi sono occupato per diversi anni di sindacalismo studentesco, e proprio il prossimo mese di febbraio sarà il decimo anniversario di una lotta che, oltre a rappresentare un indelebile ricordo personale, oserei definire “storica” per il nostro Cantone. Mi riferisco alla votazione del 18 febbraio 2001 e alla manifestazione di dieci giorni prima, quando con uno slogan che sosteneva che “privatizzare è privare”, oltre un migliaio di cittadini, soprattutto giovani studenti, scendeva il viale della Stazione a Bellinzona per opporsi al tentativo della destra di sussidiare con fondi pubblici (dopo anni di tagli!) le scuole private, perlopiù egemonizzate da Comunione e Liberazione, organizzazione clericale dai forti appoggi economici e politici.

“Non ci vogliamo rassegnare all’idea che pensare alla scuola come a un diritto, e non come a un luogo di inevitabile e doloroso passaggio, sia unicamente del moralismo”. Ho trovato questa frase su un vecchio volantino di allora, ma purtroppo credo che ancora in molti se la dovrebbero scolpire bene in testa. Sono passati dieci anni. Tante sono state le promesse a favore della scuola pubblica che poi solo parzialmente sono state mantenute ed è su questi aspetti – interconnessi alle difficoltà sociali ed economiche che stiamo vivendo – sui quali la prossima legislatura non può fare a meno di concentrarsi.

Il Dipartimeno dell’Educazione, della Cultura e dello Sport (DECS) è un ministero fondamentale, sul quale occorre investire come scelta strategica per lo sviluppo di un Paese – il nostro – privo di altre risorse naturali, se non la conoscenza che rende la democrazia possibile e gli uomini liberi, come diceva il patriota latinoamericano José Martì. Ed è invece un DECS mortificato e di basso profilo quello che ci troviamo oggi, inserito peraltro all’interno di una compagine di governo di centro-destra (e Sadis, presentata come l’anti-Masoni, non ha certo brillato a sinistra) che non ha saputo dipanare i nodi centrali dell’agenda politica: dalle irrisorie misure anti-crisi alle idee di amnistia fiscale che premiano non chi ha onestamente pagato le imposte, ma gli alti redditi che hanno frodato la collettività.

Da un lato che può sembrare macropolitico, ma che in realtà è quanto mai concreto, notiamo come le direttive della globalizzazione sono ormai entrate anche sistema formativo nostrano. Una formazione che tendiamo a voler adattare più alle imposizioni del mercato, che non alle effettive esigenze della popolazione, con buona pace della cultura e della nostra stessa sovranità. Ai più potrebbero sembrare parole vuote, le mie, anche un po’ “ideologiche”: non lo sono! La scuola che si va sviluppando prende in considerazione una insana concorrenzialità fra i ragazzi (un po’ quello che un padronato sempre più privo di responsabilità sociale sta imponendo sui posti di lavoro) e spesso la selezione che ciò genera non ha nulla a che vedere con il discorso del premiare i meritevoli. Faccio un esempio: a fine 2006 il governo ammette che la percentuale di studenti di origine straniera che dalla quarta media passa al liceo viene praticamente dimezzata (se non peggio). Gendotti risponde, su questo aspetto giustamente: “molto dipende dalle condizioni socioeconomiche della famiglia”. Ciò indica che l’uguaglianza di possibilità di fronte agli studi superiori non è data, esiste anzi una forte selezione scolastica basata non sull’impegno, ma sull’origine sociale. La risposta politica qual è stata? Nessuna. Finché, in piena crisi economica, nel 2008, è giunta la proposta ancora più penalizzante di trasformare le borse di studio in prestiti. C’è voluto uno sciopero per capire che non era una misura né equa, né tantomeno opportuna.

La scuola di Stefano Franscini, un radicale d’altri tempi dirà qualcuno; la scuola del mutuo insegnamento, quella della solidarietà e della cultura popolare ticinese, non va solo stancamente ricordata, va ripresa e, pur adattandola alla esigenze dell’oggi, va difesa nei suoi caratteri fondanti, con Harmos o senza Harmos!

Non è normale che quando si parla di scuola pubblica e di politica educativa si debba solo ricordare i tagli alle lezioni di recupero per gli studenti che hanno un ritmo più lento (ed è davvero un male?), oppure le riduzioni di tutta una serie di servizi pubblici (in parte esternalizzati) che andavano a tutelare i giovani e le famiglie che sempre più spesso devono fare enormi sacrifici per tirare la fine del mese. Ed è deleterio pensare che l’unica “progettualità” che abbiamo visto è stato l’accettare passivo di concordati intercantonali che mettono a repentaglio certi valori acquisiti nel diritto allo studio e all’uguaglianza di possibilità o la promozione frettolosa di riforme cooptate dall’alto senza alcuna seria riflessione collettiva né con gli studenti, né con i genitori e neppure con gli insegnanti chiamati ad applicarle sul terreno. Sul servizio mensa pure ne abbiamo sentite delle belle di recente: dagli strani concorsi costruiti quasi ad arte per favorire una determinata azienda alla “qualità” del servizio privatizzato.

Queste mancanze, grandi e piccole, che il DECS ha dimostrato, potranno essere facilmente strumentalizzate da coloro che dieci anni fa uscirono sconfitti dalle urne. Lo faranno spacciando l’alternativa “pubblica ma non statale”, con un fuorviante e fazioso gioco di parole. E sarà colpa di chi pur manifestando il suo dissenso al “ticket scolastico” nel 2001, poi non ha saputo far eccellere la scuola pubblica e non ha nemmeno saputo mantenere unita quell’ampia alleanza venutasi a creare con la società civile.

Cosa propongo quindi? Niente di particolarmente rivoluzionario, tutto rigorosamente liberal-democratico, strano che siano i comunisti a doverlo ricordare. Ad esempio: laicità della scuola! Ma laicità – attenzione – intesa come indipendenza, non solo nei confronti di CL che ama intrufolarsi in certi milieu accademici, semi-privati con sede a Lugano; laicità in senso più ampio anche nei confronti delle imposizioni educative economicistiche dell’Unione Europea (recepite passivamente da Berna) o nei confronti del padronato ticinese che vorrebbe manodopera su misura subito senza alcuna prospettiva in un’economia che muta così velocemente. E poi, ancora qualcosa di molto liberal-democratico: i diritti di partecipazione sia per il personale insegnante e ausiliario sia per gli studenti, che spesso nemmeno sono consultati. Senza dimenticare che la scuola si trova ad essere non solo mero luogo di trasmissione nozionistica, ma realtà confrontata con situazioni sociali complesse: agli operatori vanno forniti dunque strumenti per affrontarli. Insomma non è solo una questione di soldi, è proprio una questione di contenuto politico e di impostazione culturale per una scuola che non sia appiattita alle esigenze di parte, ma sia fulcro di una democrazia partecipativa e sociale, non servizio mercificabile ma una comunità educante.

Articolo apparso su TicinoLibero.ch

Pubblicato il 27 gennaio 2011 su Movimento studentesco, Politica cantonale. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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