I peggiori liceali sono i nostri… ma davvero?

libe_04E così il Liceo di Bellinzona risulta essere il penultimo in classifica secondo uno studio che ha coinvolto numerosi studenti svizzeri. Nemmeno gli altri istituti cantonali stanno molto meglio. Tutti si prodigano a sostenere come questa non sia in realtà una classifica della qualità della scuola, ma solo uno strumento per migliorarsi. Possiamo usare tutte le belle espressioni che vogliamo pur di girare intorno alla torta, ma il dato evidente è proprio quello della classifica. Così almeno apparirà ai più.
Questo articolo non vuole essere un atto di accusa alla scuola pubblica ticinese come qualcuno si potrà aspettare. Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) che ho coordinato per anni ha sempre indicato con chiarezza le lacune e la politica miope del DECS in merito alla scuola e all’educazione, ma non certo per le medesime ragioni che spingono i signori del Politecnico e della Confederazione a “testare” gli studenti per poi metterli sul podio come se la scuola potesse essere ridotta a una gara in cui i partecipanti sgomitano l’uno contro l’altro.
I problemi della scuola pubblica ticinese ci sono (e non sono solo finanziari!) e vanno affrontati coinvolgendo chi li vive di persona, ossia insegnanti e studenti in primis. Ma dobbiamo farlo da noi senza lasciarci condizionare dai manager (o dai pedagogisti ad essi subalterni) che difendono un sistema formativo reazionario. Le critiche che piovono dall’alto del cupolone del Politecnico infatti non sono innocenti auspici di miglioramento: esse al contrario contengono messaggi impliciti agli addetti ai lavori. Messaggi che vanno trattati con cautela e spirito critico, pena la fine di quei (pochi) aspetti socialmente positivi rimasti nella scuola pubblica del nostro Cantone.
I grandi saggi dell’educazione nazionale ci dicono che gli studenti ticinesi sono poco preparati nel lavoro individuale. Forse è così, sicuramente si potrà migliorare, ma il messaggio di fondo è un altro: basta con forme di cooperazione e sì a maggiore concorrenza individualistica fra gli allievi! Sepolto e dimenticato don Milani e con buona pace di ogni pedagogia collaborativa basata sulla costruzione collettiva dei saperi. La scuola così non sarà più una comunità educante ma un servizio pubblico mercificabile (e privatizzabile) come tutti gli altri, esattamente come ci insegnano i manager che teorizzano il profitto a scapito del lato umano anche nell’educazione.
L’altro rimprovero, sempre velato e riferito in modo pacato come vuole la tradizione elvetica del politicamente corretto a tutti i costi, è quello dell’integrazione: la scuola pubblica ticinese, dicono, seleziona troppo poco al posto di avvantaggiare solo i “più dotati”! C’è chi è nato per studiare (e assumere ruoli di prestigio e comando nella società) e c’è chi è nato …per zappare (come dicevano una volta). In Svizzera interna funziona così: non solo la scuola media unitaria non è sempre presente tanto è vero che una prima forma di selezione può avvenire già al termine delle scuole elementari, ma esistono anche forme di “numerus clausus” ben prima dell’università così da diminuire quella che un mio insegnante al liceo definiva “l’élite culturale”. Forse che la nostra società abbia timore di una popolazione troppo istruita? Come leggere se non in quest’ottica anche il preventivato taglio ticinese alle borse di studio, fortunatamente bocciato in Granconsiglio dopo lo sciopero degli studenti?
Una terza tirata d’orecchie ci arriva perché i liceali ticinesi sono poco preparati nelle materie scientifiche. Già nel 1997 con l’introduzione della riforma liceale di allora i movimenti studenteschi protestarono sostenendo che si attribuiva troppo valore alle scienze sperimentali e matematiche togliendole alle materie umanistiche. Avevano ragione: lo scorso anno un’altra riforma liceale – la cosiddetta kleine Revision (mai tradotta in italiano nemmeno nel nome!) – non faceva altro che rafforzare ulteriormente questa tendenza. Le materie scientifiche, amorevolmente definite anche “blocco scientifico”, sono effettivamente un blocco: servono ad aumentare la selezione! Se ricominciassi il liceo oggi con le nuove normative probabilmente sarei bocciato a causa delle sole materie scientifiche (che naturalmente ho già scordato). Per carità e amor di patria: mi rendo conto che la Novartis, il Credito Svizzero o chi per essi si aspettino dalla scuola che sforni solo futuri lavoratori qualificati utili ai loro interessi e non certo improduttivi storici medievalisti, sociologi critici o linguisti, tuttavia mi ostino a credere che una società (se poi la vogliamo anche democratica) andrebbe sviluppata su altri concetti e su altri valori. Per fare questo questo, però, ci vuole un governo che abbia un coraggioso progetto politico, civico ed educativo, condiviso e costruito dal basso.
La mentalità delle aziende private, insomma, ha ormai assunto quasi pieno potere anche nelle scelte pedagogiche (soprattutto a livello accademico e nella formazione professionale). In Svizzera interna tutto questo è già molto avanzato e ora lo vogliono “armonizzare” cioè imporlo a tutti i cantoni. La quasi unanimità delle forze politiche e sindacali schierate a favore dei nuovi articoli costituzionali sulla formazione votati nel 2006 e del concordato Harmos (che introducono elementi dell’economia privata nella scuola) indicano chiaramente che esiste un piano preciso di squalifica del ruolo della scuola pubblica. Questi test, a cui viene data tanta eco mediatica, come in passato il famoso test PISA promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono specchietti per le allodole: servono a trasmettere alla gente un senso di sfiducia verso la scuola pubblica per favorire il privato e per far approvare l’idea che l’unico valore è quello di essere compatibili con le volontà del padronato che indica alle scuole cosa insegnare e, quel che è peggio, a chi. E’ lo stesso DECS ad ammettere infatti che è l’origine sociale dei giovani a influenzare, anche drasticamente, i loro risultati nello studio.
Gli studenti hanno dimostrato quest’anno e già in passato di sapersi muovere, ora ci aspettiamo che gli insegnanti inizino ad alzare anche loro la voce ma nella giusta direzione: non verso i banchi (ad esempio dando note basse a chi organizza uno sciopero studentesco!), ma verso il palazzo!

Pubblicato il 22 gennaio 2009, in Movimento studentesco, Politica federale con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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