La scuola dei primi e degli ultimi

Il numero 271 della rivista “Scuola ticinese”, a cura del DECS, riporta un articolo intitolato: “La scuola dei primi e degli ultimi”. Si legge che la scuola oggi è “più democratica, più inclusiva, più aperta” ma subito viene aggiunta una specifica che non mi convince: “soprattutto verso i figli degli immigrati che hanno rimpolpato i ranghi lasciati sguarniti dalla denatalità”. Mi sembra sinceramente un’idea di scuola da “arrosto” da guarnire e mettere al forno! Credo che la scuola debba essere – sempre e verso tutti – democratica, inclusiva e aperta. Quindi lascia senza parole un passaggio successivo che, così com’è, risulta irricevibile da parte sia degli insegnanti sia degli studenti: “le strade divergeranno, ed è giusto che sia così. Il liceo deve essere selettivo. Primo: perché non è più una scuola obbligatoria, secondo: perché non tutti hanno nel loro codice genetico la volontà e il bagaglio intellettuale per continuare gli studi”. Mi spiace ammetterlo ma considerare la volontà una qualità “genetica” significa dividere una stessa società per “razze” in cui il discrimine sociale ha forti paralleli con la peggiore ideologia del secolo scorso. Semplificando, ma neanche troppo, nell’articolo si sostiene che ci siano studenti “nati per studiare e altri nati per zappare”, un’aberrazione dal lato pedagogico e sociale!
Ma questa volontà – che non è e non può essere un elemento genetico – chi la favorisce e chi la mortifica? Chi la incoraggia verso la costruzione di un solido bagaglio culturale? Certo la famiglia, ma anche la scuola, sin dai primi anni e per molti anni! Chi al contrario la mortifica, spegnendo ogni desiderio di conoscere, chiedendo che venga ripetuto quanto si è insegnato senza entusiasmo, brandendo il potere della valutazione per stroncare e uccidere il dono più prezioso della scuola, l’incontro meraviglioso e straordinario tra due libertà, quella d’insegnamento dei maestri e quella di apprendimento degli studenti?
Va ribadito quanto scritto da don Lorenzo Milani: “La teoria del genio è un’invenzione borghese. Nasce da razzismo e pigrizia mescolati assieme. Non vi potete più trincerare dietro la teoria razzista delle attitudini. Tutti i ragazzi sono adatti alla terza media e tutti sono adatti a tutte le materie. È comodo dire a un ragazzo per questa materia non ci sei tagliato. Il ragazzo accetta perché è pigro come il maestro. Ma capisce che il maestro non lo stima uguale”. Queste parole di don Milani, che ai figli dei contadini ha dato una scuola come strumento di emancipazione permettendo loro di essere cittadini sovrani con uguali diritti a quelli del figlio del dottore e del notaio, devono farci riflettere.
Dividere i ragazzi ricorrendo ad un uso razziale del concetto di volontà è inammissibile. È tempo che le istituzioni politiche mettano gli insegnanti nelle condizioni di rendere la scuola un luogo vivo di costruzione dei saperi, solo così sarà possibile offrire pari opportunità agli studenti. Non lo si farà se si continua a ritenere la scuola una spesa come le altre e i docenti dei privilegiati: continuare su questa strada significa solo distruggere l’armonia nella scuola.

Pubblicato il 7 marzo 2007 su Movimento studentesco. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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