Resoconto di Vinko Bilusic e Massimiliano Ay apparso sulla loro esperienza sull’isola di Cuba socialista in occasione del XV Congresso Sindacale Mondiale agli inizi del mese di dicembre 2005.

Max e Vinko a Cuba“Grazie compagno”. Dire questo a un poliziotto che ti aiuta fa uno strano effetto. Solitamente siamo abituati a tenerci alla larga da loro, ma a Cuba è diverso: poliziotti, militari, funzionari e popolazione sono tutti compagni e amici. Il loro calore umano è percettibile ovunque. Come primo impatto è stato davvero forte: non ci aspettavamo tale collaborazione dalle autorità. Abbiamo invece scoperto che il popolo cubano è molto più disponibile di quanto si creda nei paesi occidentali. Ci dispiace che i grandi mass-media trasmettano soltanto scene di guerra e terrorismo (quasi vogliano giustificare l’imperialismo americano) e invece non vogliano mai trasmettere informazioni proveniente da Cuba (o perché no dalla Corea del Nord), dove per fortuna di eventi belli ne avvengono ancora.

La Federazione Sindacale Mondiale

La Federazione Sindacale Mondiale (FSM) – World Federation of Trade Union (WFTU) viene fondata nel 1945 su iniziativa dell’Unione Sovietica (e dello stesso Stalin), la quale vedeva in essa la possibilità di unire il movimento operaio internazionale per la causa del miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice sul corto periodo, e per il cambiamento della società in senso socialista sul lungo periodo. Finita la seconda guerra mondiale gli USA si prendono i meriti, a dire il vero relativi, di “liberatori” dell’Europa, rubandolo ai sovietici che più di tutti hanno pagato per sconfiggere il nazifascismo. Con la ecessità di tenere sotto controllo l’Europa occidentale il governo di Washington dà vita al piano Marshall. Per fare in maniera tale che questo progetto fosse portato a termine senza intoppi si cerca l’alleanza dei sindacati: gli USA decidono così di favorire la nascita di una nuova Internazionale sindacale che si allontani dalla FSM, dominata dai rivoluzionari: nasce la confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL) – International Confederation of Free Trade Union (ICFTU): è il 1949. Tanto liberi in realtà questi sindacati non erano, perché finanziati coi soldi americani per tenere a bada le masse operaie e per
consolidare il sistema capitalista dandogli una arvenza “sociale”. La CISL con il tempo si è rinforzata, assumendo posizioni social-liberali a scapito della FSM, nella quale sono rimasti quei sindacati che ancora
oggi con coraggio e coerenza credono nella lotta di classe. Negli anni ’70 il sindacato comunista italiano CGIL abbandona la FSM e si allea ai socialdemocratici e nel 1995 anche il sindacato francese CGT legato al
forte Partito Comunista Francese si adagia su posizioni di un tragico riformismo di destra e aderisce alla CISL. In Svizzera nessun sindacato fa parte della FSM: da UNIA alla VPOD sono tutti membri dell’Unione Sindacale Svizzera, che aderisce alla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e a sua volta è affiliata alla CISL. Gli unici svizzeri accreditati quali osservatori al 15° Congresso della FSM sono stati infatti il SISA ticinese e il SUD ginevrino.

Il Congresso della FSM

Max a CubaL’assemblea plenaria del 15° Congresso Sindacale Mondiale si è aperto al Palazzo delle convenzioni dell’Avana vicino all’hotel Palco con un coro locale che ha intonato prima una versione vocale de “El pueblo unido” e ha terminato con la tradizionale Internazionale”, cantata da tutti i presenti in piedi e con il pugno chiuso. La parola è in seguito passata rispettivamente ai vertici della FSM: vestito in verde olivo, in ricordo dello sbarco del Granma, Pedro Ross, della Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC), ha salutato i delegati, passando poi la parola al dirigente sindacale siriano che fra le altre cose ha avvertito i presenti che dopo l’Irak potrebbe essere la volta della Siria (governata da un’alleanza baathista e comunista) e venir invasa: negli scorsi giorni ve ne sono state le avvisaglie dopo che dei marines a stelle e strisce sono entrati in territorio siriano innescando un conflitto a fuoco con le guardie locali (notizia che è passatapraticamente inosservata sui nostri mass-media).
Il giorno seguente la plenaria è continuata con interventi liberi: apprezzato è stato il discorso tenuto dal coordinatore del SISA che ha spiegato la necessità di unire le lotte operaie e studentesche per una società più equa e dando maggiore risalto alle aspirazioni della base. Successivamente si sono svolti due work-shop tematici: il primo sul ruolo dei sindacati nei confronti della globalizzazione neoliberista e il secondo sulla lotta per la pace e contro l’imperialismo. La delegazione studentesca del SISA ha scelto il primo incontro e ha ascoltato gli appassionati appelli alla resistenza classista in particolare da parte del sindacato petroliero messicano e da un giovanissimo studente di un’accademia militare latinoamericana affinché globalizzazione non sia sinonimo di imperialismo, come purtroppo è il caso attualmente. Durante il work-shop è intervenuto anche l’amico Pierpaolo Leonardi, della CUB, il quarto sindacato nazionale italiano, che come noi è di base e collabora con il SISA nella Rete Sindacale Europea: il discorso di Leonardi è stato fondamentale per evitare che i compagni asiatici e africani coltivino false speranze: non è vero che l’Europa è la faccia buona della globalizzazione rispetto agli USA, in realtà è un tutt’uno fatto di sfruttamento delle risorse dei paesi più
poveri e di attacco ai diritti sociali dei lavoratori occidentali.Il terzo giorno si sono svolte le sessioni di lavoro sulle questioni regionali, in cui i sindacalisti presenti si sono divisi per continente e hanno esplicitato le proprie posizioni per trovare sinergie su temi concreti. Il 4 dicembre mentre si riuniva il Consiglio generale della FSM per eleggere il nuovo ufficio presidenziale, gli ospiti e gli osservatori venivano invitati a visitare la Piazza della Rivoluzione con il monumento imponente dedicato al patriota José Martì e il ministero dell’interno con la gigantesca immagine di Che Guevara in ferro sulla facciata dell’edificio. Dopodichè si è passati alla Scuola Latinoamericana di Scienze Mediche, dove studenti da tutto il continente vanno a studiare medicina gratuitamente, completamente sussidiati dal governo cubano, che aiuta in questo modo quei giovani che non avrebbero la possibilità di studiare per la distruttiva selezione sociale che caratterizza (anche in Svizzera) il sistema formativo di tipo borghese.
Tornando a parlare dell’assise sindacale, il 15° Congresso ha pure deliberato su una ventina di risoluzioni, alcune contro le aggressioni militari, un’altra per liberazione immediata dei 5 eroi cubani
ingiustamente incarcerati dagli yankee, altre per l’unità della classe operaia, ecc.
Per quanto ci concerne abbiamo avuto modo di conoscere varie organizzazioni sindacali da tutti i paesi del mondo, stabilendo relazioni sia politiche sia umane che ci auguriamo poter rendere
effettive al di là di questi quattro giorni. Momenti di interessante dibattito politico si sono intrecciati con attimi di vera emozione, come quando il SISA è stato insignito del distintivo della Confederazione dei Lavoratori dell’Ecuador, consegnatoci da una compagna che ha sottolineato che il nostro discorso di vitalità e di speranza merita la solidarietà degli anziani. Un incontro anch’esso molto affettuoso è stato suggellato da una pacca sulla spalla di un nostro militante al presidente del sindacato dei docenti della Corea del Nord, paese sconosciuto, diffamato e potenziale obiettivo di invasione militare americana. Momenti più seri ma non meno carichi di amicizia e reciproco rispetto sono avvenuti con la folta delegazione indiana e un compagno del Bangladesh ha voluto a tutti i costi che lo mettessimo in contatto con il Partito del lavoro ticinese. Il SISA ha pure consegnato le proprie credenziali a un membro del neonato
Sindacato alternativo spagnolo, incontrato tramite il fraterno amico Ramon Cardona, segretario generale aggiunto della FSM, che ci aveva incontrato un anno fa nel nostro ufficio a Bellinzona e che durante tutta la durata del Congresso ha dimostrato grande disponibilità e affabilità. Oltre a questi vanno pure citati il dissidente della CGT francese Joseph Lop, il responsabile del Blocco Sindacale di Sinistra dell’Unione Sindacale Austriaca, l’interprete personale per l’italiano di Fidel Castro, un esponente del sindacato nicaraguese vicino al Fronte sandinista, e dei compagni del combattivo PAME greco, e tantissimi altri.

Bilancio soggettivo del Congresso

La Federazione Sindacale Mondiale è un luogo aperto di fratellanza. E’ questo il sentimento generale che si respira nell’ambiente congressuale. Ciononostante esistono vari aspetti che per degli Europei e per dei militanti come noi non sono sempre comprensibili. Qualcuno – forse solo per ignoranza politica, forse per settarismo dogmatico – ritiene che un sindacato di base e alternativo come il SISA dovrebbe
boicottare momenti “burocratici” come questi, che hanno un passato legato al blocco socialista. Ma come è vero che lo stalinismo propriamente detto è finito nel 1956 e che il Muro è caduto nel 1989 deve esserci, in sindacalisti a cui sta veramente a cuore l’emancipazione degli ultimi (e non i soliti estremistucoli-parolai), la capacità di lavorare all’interno di quelle strutture che non hanno
abbandonato – pur con sensibilità e metodi sicuramente diversi – la combattività e soprattutto l’analisi classista dei fenomeni sociali. In
questo senso non si può lavorare nella CISL perché dipendente dalle lobby economiche, non si può lavorare nella CMT perché dipendente dalla
Chiesa, non si può lavorare nell’AIT perché il settarismo anarcoide è contro l’unità! Il discorso del SISA al Congresso chiedeva di favorire
l’azione diretta dei lavoratori e quindi di evitare il burocratismo e il verticismo del sindacalismo rimasto a una concezione un po’ sovietica dell’organizzazione. E’ stato applaudito anche dai cinesi e dai coreani che effettivamente sono lontanissimi da queste idee. Non
bisogna mai dimenticare però due cose fondamentali: anzitutto ogni popolo ha la sua cultura e le tradizioni (che si ripercuotono anche nel modo di lavorare in un partito o in un sindacato) che non si possono
cambiare imponendo il nostro metodo; in secondo luogo in paesi dove vige un sistema socialista o comunque centralizzato e più o meno
statalista il ruolo del sindacato è profondamente diverso rispetto a quello che si concepisce in una società ad economia di mercato in un regime di cosiddetta democrazia liberale. Ma se da parte nostra c’è la volontà di lavorare nella FSM, è anche
perché i documenti congressuali ci hanno dimostrato che la volontà di “aprire” la federazione ai movimenti e alle associazioni plurali esiste e va aiutato. A piccoli passi forse, ma un processo rivoluzionario (ma
davvero ben fatto e serio) è sempre molto concreto, molto pragmatico.

Quale futuro fra SISA e FSM?

Il SISA studierà una propria linea da adottare per stabilire eventuali future collaborazioni con la FSM. Sul corto periodo si è però già deciso di aprire un dialogo con l’ufficio della FSM presso le Nazioni Unite (ONU) a Ginevra e di richiedere formalmente l’apertura di una
scuola sindacale per formare i futuri militanti, aspetto che evidentemente come sindacato studentesco ci interessa in maniera particolare.

Il contatto con il popolo cubano: povertà o ricchezza?

La società socialista rimane una società in cui esistono le classi sociali: la “dittatura del proletariato” secondo Marx serve proprio a livellare la società sull’uguaglianza sostanziale e quindi procedere
verso il comunismo. La cosa che più dispiace non è quindi quello di vedere la società cubana non ancora del tutto pronta al comunismo: questo è un processo lungo e tortuoso. Il problema è semmai quello di
vedere determinati passi indietro compiuti nell’ultimo decennio con la dollirificazione e la creazione di una economia a due velocità. Che nel periodo speciale sorto con la sparizione improvvisa del Comecon
fosse necessario l’apertura moderata al mercato è comprensibile (lo ha fatto anche Lenin e Tito a suo tempo), ma che ancora oggi si sia ancorati a un modello che sta lentamente minando le basi
dell’uguaglianza lascia perplessi. La presenza di gente che si prostituisce e che tenta in ogni modo di arrivare ai soldi dei turisti NON per bisogno (e questo è importante sottolinearlo) ma per raggiungere livelli di vita più agiata è anche comprensibile (dato che
il sistema socialista non permette forme di arricchimento sproporzionale in breve tempo come quello capitalista, il che ci sembra anche giusto, poiché è vero che non ci si arricchisce materialmente, ma
sicuramente, attraverso il processo socialista, ci si arricchisce umanamente e socialmente), ma queste piccole basi di consumismo sono un danno per la Rivoluzione perché il denaro diventa Dio e l’eventuale
passaggio al capitalismo non verrebbe neppure visto come tragico. E’ possibile che in centro città fra i quartieri popolari si costruiscano hotel di lusso o ristoranti dai prezzi molto europei che un cittadino
cubano medio non potrà mai permettersi? Se era necessario nel periodo speciale scendere a questi compromessi non era possibile forse
limitarli a determinate zone della città? Inseriti in un contesto sociale nettamente meno ricco potrebbe infatti creare situazioni di invidia e di perdita dei valori fondamentali del socialismo fra la
popolazione. E’ pure preoccupante che esistano tuttora, anche se qui si sta migliorando, lavoratori pagati in pesos e altri che ricevono
salario in valuta, ciò che crea un potere d’acquisto diverso. In un momento di incertezza sarebbe disposta la gente a resistere agli Americani o cederebbe spinta dalla propaganda capitalista e consumista a cambiare il sistema (per poi fare la fine dei russi che impiangono nientemeno che Stalin)? Sarebbero pronti a resistere perché ora hanno scuola e sanità gratuita? Sono domande legittime, critiche, che abbiamo posto in modo molto diretto ai cubani, perché a Cuba si può parlare di tutto e la presunta “dittatura” non la si vede neanche di striscio. La cosa che nonostante tutte le perplessità di cui sopra fa ben sperare è che a livello di autorità si è ben consci di questi rischi ma pure
dell’alto livello dell’educazione (pure etica) del popolo che dovrebbe essere in grado di evitare che le tentazioni consumistiche possano prendere il sopravvento. Inoltre c’è molta speranza che un giorno
abbastanza vicino si riesca a eliminare la doppia economia attuale, fonte di molti problemi, ma necessaria per mantenere in piedi le conquiste sociali della Rivoluzione anche durante la gravissima crisi
economica del dopo ’89. Va detto che poco prima che partissimo, Fidel ha annunciato che l’economia cubana è ancora cresciuta (circa del 9%, e non è poco se pensiamo che l’economia svizzera cresce, quando va bene, del 1.5%) e ciò permetterà di aumentare i salari, i sussidi sociali e le rendite pensionistiche. Si torna a casa con un’immagine di Cuba meno
stereotipata, e con chiari ed evidenti tutti i problemi del paese che non sono nascosti e vengono ammessi senza problemi, ma con la sicurezza che quell’esperienza non è morta, al contrario ha ancora oggi molti aspetti che meritano di essere conosciuti e apprezzati, e altri che andrebbero cambiati (ma la Rivoluzione cubana non è mai stata
immobilista, anzi ha sempre saputo far buon uso delle critiche costruttive dei compagni). Si torna a casa con la fiducia che il popolo cubano, nonostante tutto, è forte e dovrebbe riuscire a resistere: per
questo la nostra solidarietà per quella Rivoluzione deve essere ancora più forte, ancora più impegnata. A volte quando cammini per l’Avana vedi cose che ti rallegrano; in altri casi ti prende l’angoscia per
situazioni poco comprensibili, ma Cuba è un paese reale che tenta (e quasi sempre ce la fa) di applicare l’ideale più umano che esista, non è un manuale di teoria marxista. Per questo le nostre critiche che,
certamente, devono esistere, non devono essere però quelle dei soliti comunisti da salotto che sempre cadono nel purismo ideologico e settario di unici detentori della verità rivoluzionaria. L’esperienza vissuta all’Avana ci ha permesso di toccare con mano la realtà del popolo cubano. Abbiamo constatato che molti dei luoghi comuni che vigono nelle menti degli occidentali non sono, di fatto, reali: ci siamo resi conto che il popolo cubano può essere invece un
ottimo modello anche per noi, che tanto abbiamo perso dal lato umano e sociale. Possiamo poi smentire con fermezza ciò che si dice sulle istituzioni cubane: innanzitutto non esiste nessun tipo di censura
mediatica; d’altra parte non si riscontra nemmeno nessuna pressione “dittatoriale”. Ciò che i capitalisti odierni vogliono farci credere, e cioè che uno stato socialista come Cuba ha tendenze repressive,
impositive o quant’altro, è del tutto fuori luogo se confrontato con la realtà cubana. Abbiamo scoperto (come già enunciato) che il sistema socialista dell’Isola permette a tutto il suo popolo un’istruzione gratuita: ciò significa che la popolazione vive nella più totale
libertà di pensiero e – grazie all’istruzione adeguata – è arricchita di “strumenti” indispensabili per compiere le proprie scelte. Bisogna capire che i problemi finanziari ai quali è confrontata Cuba non sono
dovuti al suo modello economico, bensì sono gli USA a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo economico dell’isola: infatti è a causa dell’embargo degli yankee che Cuba ha difficoltà a progredire.
Non dobbiamo quindi correre a capofitto a denunciare un modello socialista senza conoscerne i retroscena. Tante volte invece sarebbe il caso di concederci una bella vacanza in paesi come quello caraibico,
evitando forse di alloggiare in hotel a 5 stelle con confort occidentali e andando invece ad alloggiare in una casa cubana, per comprendere meglio la realtà di questo interessantissimo popolo. Girando per le strade dell’Avana abbiamo notato che i bambini si
ritrovano per strada, giocano, ridono, corrono, si divertono, fanno scuola, sono felici. Scene quotidiane che oggi non vediamo più in paesi industrializzati come il nostro. Sarà la cultura cubana, sarà il fatto
che i cubani non hanno i confort che invece gli occidentali hanno… noi crediamo piuttosto che sia la coscienza del popolo a rendere possibile
tutto questo. Coscienza che gli occidentali hanno man mano perso, a causa delle leggi di mercato e del consumismo spietato. Il contatto col popolo ci ha fondamentalmente insegnato quanto i cubani credano nel socialismo e nel processo rivoluzionario (processo rallentato – ed è giusto dirlo – a causa della arroganza occidentale) che lentamente li sta portando ad un benessere sempre maggiore. Credere in questo popolo è già un passo per aiutarlo.Per concludere possiamo dire d’aver vissuto una sostanziosa mole di
situazione ed esperienze. Da queste abbiamo tratto sicuramente un insegnamento valido: il socialismo è la sola via che ci permetterà di risolvere i problemi non solo europei, ma anche del mondo!

Pubblicato il 12 dicembre 2005, in Internazionale, Movimento operaio, Ricordi personali con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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