Unità nazionale contro l’imperialismo, questa la strada che devono prendere i popoli della Turchia.

Non posso non reagire al contenuto dell’articolo firmato da Hursit Kasikkirmaz e pubblicato in uno degli ultimi numeri de “L’inchiostro rosso” . Lo faccio da comunista e lo faccio anche da cittadino turco! Anzitutto mi sembra di capire che l’autore sia favorevole all’entrata della Turchia nell’unione (capitalista) europea in quanto “per riflesso, la popolazione potrebbe beneficiare degli standard europei nel campo della socialità e della democrazia”! Interessante: è una posizione molto difficile da riscontrare nella sinistra rivoluzionaria turca, questa! Infatti sia il Partito Comunista, sia il Partito dei Lavoratori sono assolutamente contrari a questa prospettiva! Non per niente gran parte dei movimenti studenteschi legati all’estrema sinistra, i sindacati rivoluzionari, uniti con i movimenti kemalisti e gli ufficiali progressisti dell’esercito hanno inscenato scioperi e proteste di piazza negli ultimi mesi per ribadire alto lo slogan della lotta antimperialista di liberazione nazionale: “l’indipedenza o la morte!”. La Turchia deve fare grandi passi verso la democrazia, ma lo farà da sola: non saranno gli imperialisti europei ad imporre nulla! In questo momento lo scontro sociale è altissimo nel Paese: una parte dell’opinione pubblica (e non necessariamente dei fanatici nazionalisti) ha addirittura chiesto agli ufficiali kemalisti dell’esercito il colpo di mano per eliminare questo governo islamista messo al potere dagli Stati Uniti! La democrazia borghese europea non piace, insomma! Lo standard sociale in Europa sta cadendo vittima del neoliberismo che ha distrutto l’economia turca: i comunisti in Turchia se ne guardano bene dal lodarlo! Anzi quel poco di stato sociale che ancora c’è in Turchia è proprio attaccato dalle lobby pro-Europee: Comunisti e kemalisti sono uniti per difendere proprio in questi giorni la sanità pubblica, ad esempio, oltre che l’università repubblicana. Kasikkirmaz continua poi parlando delle minoranze. Ebbene, se esse sono sette, come afferma nel suo testo, allora diventa difficoltoso accettare l’idea, che propone solo poche righe dopo, di rendere la Turchia una federazione di due (sole) nazioni (turca e curda): i curdi sono una minoranza di seria A e le altre sono di serie B? No! I comunisti di Turchia sono patrioti: l’unità del paese e della classe operaia è l’unico modo per salvarci dall’imperialismo e della borghesia nazionale che si è svenduta ad europei ed americani! La lotta di liberazione, condotta unitariamente da tutte le etnie viventi in Turchia sotto il comando di Kemal, fu appoggiata da Lenin e dalla III Internazionale e si basava su sei punti programmatici: uno di questi è il patriottismo (non nazionalismo!) inter-etnico e l’unità nazionale! E sempre i comunisti turchi si sono attenuti a ciò, consci che, ad esempio, il separatismo nazionalista curdo è uno strumento dell’imperialismo per indebolire il paese e la sinistra, come ormai è chiaro. Chiediamoci chi sono i principali alleati di Bush nel distruggere oggi l’unità nazionale irakena! Il Kurdistan nord-irakeno è uno Stato fantoccio gestito dagli imperialisti ed è quello che vogliono fare con le etnie in Turchia! Insomma: Dividi e impera. Per gli USA e i loro compari della UE la Turchia è un paese troppo imprevedibile: nel 1938 alla morte di Atatürk si nascondono le sue massime anti-capitaliste e si reinterpreta il suo pensiero fascistizzandolo, nel 1960 però l’esercito prende il potere e promulga una costituzione che viene definita “aperta al socialismo”. Da allora iniziano forti infiltrazioni finché l’esercito, una delle istituzioni più importanti, si allinea disciplinatamente alla dottrina NATO. Ma è da qualche anno, a partire dagli ultimi governi di centro-sinistra di Ecevit, l’amico di Salvador Allende, che le masse stanno riscoprendo la loro rivoluzione! Non per niente ai primi segnali preoccupanti (critiche a Israele, amicizia con Arafat, legami economici e politici con Cuba e la Cina) gli americani impongono al governo di nominare ministro il signor Dervis, agente USA nella Banca Mondiale; e non per niente piovono i fondi nella campagna elettorale degli islamisti “moderati” che privatizzano e desecolarizzano la società. I comunisti turchi dicono: il governo svende la nostra identità nazionale per denaro! Insomma in Turchia c’è un’opposizione popolare e un sentimento nazionale troppo forte per i gusti dell’Impero: ecco che giocando sulle minoranze si tenta di spaccare il paese, come in Irak appunto, come prima con la Yugoslavia, raggiungendo l’obiettivo di assoggetterlo definitivamente. E’ l’unità della classe operaia e contadina, senza differenza etnica, l’arma vincente della rivoluzione. E per noi , comunisti d’Occidente, ciò lascerà perplessi, nella nostra mentalità corrotta dalla borghesia pseudo-illuminata, ma badate: è in quei paesi che rimane almeno un po’ di fermento rivoluzionario. Evitiamo quindi le analisi da comunisti di salotto, come devo purtroppo leggere in troppi giornalucoli di “sinistra”.

Pubblicato il 22 giugno 2005, in Internazionale con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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