L’inchiesta PISA è un prodotto dell’OCSE

A piccoli passi verso la privatizzazione della scuola, dimostrando che i nostri quindicenni sono mezzi deficienti.

Si sta parlando abbondantemente in questi ultimi tempi dello studio PISA, patrocinato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico OCSE, la quale altro non è che il club dei 30 paesi più ricchi del mondo e uno dei motori ideologici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Attraverso PISA si intende definire gli obiettivi dell’insegnamento attraverso una valutazione delle competenze necessarie alla vita adulta. A che cosa serva in realtà PISA lo si può capire leggendo fra le righe del quotidiano “Le Temps” del 13 maggio 2002 (già, perché di PISA si parla fin dal 2000 e non è una invenzione recente), il quale metteva bene in evidenza gli interessi correlati dell’Organizzazione internazionale per lo sviluppo e la libertà d’insegnamento. Questo ente spinge verso la privatizzazione del sistema formativo, nuovo campo di investimento e di iperselezione sociale. Il termine “libertà” assume in questo caso ? come sempre quando si ha a che fare con liberali e liberisti ? una connotazione particolare, lontana dal senso più nobile del termine inteso dalla testata del giornale che state leggendo: libertà, insomma, di aprire questo settore pubblico al capitale privato. Il paragrafo precedente è una libera traduzione dagli articoli del compagno Dario Lopreno, insegnante a Ginevra e membro del sindacato VPOD pubblicato nel 2002 sia sul periodico “A l’encontre” (www.alencontre.org), sia sulla rivista sorella svizzero-tedesca “Debatte” (www.debatte.ch), entrambi di tendenza trotzkista e legati al Movimento per il Socialismo. Una fonte che – pur nella differenza ideologica che mi distanzia da essa – ritengo abbia sempre seguito con analisi interessanti lo sviluppo delle politiche neoliberali a scuola negli ultimi anni. Prossimamente sarà il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ad uscire pubblicamente con una propria posizione, che a grandi linea consisterà nella ripresa degli aspetti che seguono. Da una parte gli ambienti economici che promuovono il “meno Stato” (e quindi anche i tagli alla scuola) sostengono che le misure di risparmio e le riforme volte e a rendere la scuola un’azienda, non danneggiano realmente la qualità dell’educazione pubblica: sono però proprio i risultati delle loro stesse indagini a smentirli. Chiarito una volta per tutte che gli obiettivi di PISA non sono quindi né culturali né benefici, i risultati vanno cosinderati comunque preoccupanti, soprattutto per quanto concerne le materie linguistiche e di espressione. Aspetti fondamentali che fanno i giovani cittadini capaci di porsi criticamente di fronte alla vita. Questi fallimenti non sono, in generale, da attribuire a ‘sori presunti “lassisti” o a ragazzi che non si applicano, ma ad una politica educativa che si è appiattita ai voleri del mercato trattando i docenti come venditori e gli allievi come clienti e quindi imponendo una cultura pedagogica consumistica. E qui mi piace ricordare l’eloquente vignetta del quotidiano “Der Bund” del 3 maggio, dedicata, appunto, ai risultati dell’inchiesta e sulla quale si poteva leggere: “nello sport, si sarebbe cambiato l’allenatore!”. Certe eminenze grigie che dirigono realmente la scuola ticinese (e quindi Gendotti c’entra poco) e che da anni difendono le strutture di un sistema scolastico lacunoso e, anzi, favoriscono il suo smantellamento piegandosi ai dictat neoliberisti europei, dovrebbero cominciare a riflettere. Con buona pace di quel docente che in TV un anno fa affermava: “la scuola ticinese è ottima e costa poco”… una risata lo seppellirà!

Pubblicato il 22 giugno 2005, in Movimento studentesco con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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