Quando il sindacalismo era vicino ai lavoratori…

Giuseppe Di Vittorio, guida degli oppressi, importantissima figura del movimento operaio italiano e internazionale. Un grande comunista dal cuore libertario. Recensione del libro di Antonio Carioti, “Di Vittorio“, Il Mulino 2004.

Giuseppe Di Vittorio amava definirsi come il “figlio del bisogno e della lotta”. Un’espressione, questa, messa in circolazione – sembra – dallo statista sovietico Josif Vissarionovic. Lo stesso che vide nel sindacalista italiano, una “guida degli oppressi”; una guida che, partita come bracciante autodidatta, protagonista delle lotte agrarie in Puglia, diverrà uno dei massimi leader operai non solo in Italia, ma nel mondo interno, assumendo per lunghi anni la presidenza della Federazione Sindacale Mondiale.

In un contesto come quello delle aspre lotte dei braccianti pugliesi era ben difficile che posizioni gradualiste avessero la meglio, favorendo al contrario il consolidamento del sindacalismo dell’azione diretta. Da adolescente, a Cerignola, in questo ambiente di grave conflitto sociale, Giuseppe Di Vittorio si getta a capofitto in politica, unendosi al sindacalismo rivoluzionario e rifiutando di aderire ad un modello sindacale concertativo, rappresentato allora dalla Confederazione Generale del Lavoro (Cgl).

Il giovane Di Vittorio inizia quindi una fase libertaria e anarchica della sua esistenza, senza però abbandonare quel pragmatismo rivoluzionario che sempre lo ha accompagnato. Egli vede le distinzioni partitiche come “artificiosi fattori di divisione delle masse” e conseguentemente inizierà la sua lotta per un sindacalismo indipendente, lontano dalla concezione leninista del sindacato operaio come “cinghia di trasmissione” del partito comunista. D’altronde a Di Vittorio la concezione bolscevica in generale, e cioè l’avanguardia come centrale direttiva di un proletariato senza coscienza di classe è praticamente estranea.

Un sindacato, insomma, che per l’agitatore cerignolese è libero e combattivo. Un’idea che, seppur con evidenti tratti spontaneisti, saprà mantenere quel minimo di stabilità organizzativa che permetterà anche di ottenere risultati concreti per il benessere dei diseredati locali. E’ per Di Vittorio fondamentale, infatti, che si superi l’estremismo finalizzato a sé medesimo tipico di una certa frangia anarcoide, sintomo di immaturità politica e di incapacità propositiva. Non ci sarà di conseguenza in Giuseppe Di Vittorio un’esaltazione superficiale dello sciopero generale insurrezionale o di atti ribellistici violenti e gratuiti; al contrario egli favorirà nella sua attività l’obiettivo di “strappare miglioramenti concreti per i contadini poveri con tutte le armi disponibili, compresa la scheda elettorale aborrita dagli anarcosindacalisti”.

Nel 1912 è uno dei protagonisti della costituzione della Unione Sindacale Italiana (Usi), confederazione sindacale anarchica e rivoluzionaria contrapposta alla moderata Cgl, peraltro ben poco radicata fra la base dei lavoratori e dei contadini del Sud. Nonostante questo Di Vittorio si batte a fondo affinché non avvengano scissioni all’interno delle singole Camere del Lavoro locali e ognuna scelga a maggioranza a quale confederazione nazionale (Cgl o Usi) affiliarsi.

Parlando di Giuseppe Di Vittorio non è forse illegittimo parlare di “riformismo”, a patto che questo termine sia inteso in modo assolutamente diverso dal concetto attualmente diffuso. Di Vittorio è un rivoluzionario con la ferma intenzione di superare il capitalismo, quello cioè che considera un sistema iniquo, ma non rifiuta a priori dogmaticamente le armi della lotta istituzionale e del lavoro interno al sistema. Non da ultimo iscrivendosi al Partito Comunista d’Italia e diventano dirigente del più grande partito fedele a Mosca.

Di Vittorio era lontano dal dogmatismo anarco-sindacalista anche in altre questioni: come i migliori riformisti rifiutava di considerare l’operaio o il contadino come una “risorsa di potere”, cioè elementi da strumentalizzare a fini politico-elettoralistici, al contrario egli lotterà per raggiungere migliori condizioni di vita e di lavoro nel sistema economico vigente, evitando di vedere nel sindacalismo una velleitaria “ginnastica rivoluzionaria propedeutica allo scontro finale con le autorità costituite”. Insomma, un insegnamento, questo, che andrebbe spiegato ancora oggi a certi trotzkisti francesi che si oppongono alla tassa Tobin perché “migliorerebbe il capitalismo e compito dei rivoluzionari non è migliorare il capitalismo!”.

A Di Vittorio, noto per rappresentare la parte più sovversiva del movimento (con tendenze anticlericali, antimilitariste e antipotere) viene tuttavia riconosciuta una grande capacità di trattare coi padroni e i proprietari terrieri, così come di convincere i crumiri a non danneggiare la lotta degli altri colleghi. “Quando parlava della misera materiale, della fatica fisica, delle umiliazioni subite ad opera dei padroni, dell’amarezza di sentirsi ignoranti, del dolore di non poter garantire ai propri figli dignitose condizioni di vita, il segretario della Cgil non faceva della retorica pauperistica, ma descriveva sofferenze che lui stesso aveva patito. I suoi discorsi andavano dunque dritti al cuore dell’uditorio, che ne avvertiva distintamente la cristallina sincerità”.

Alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale il leader dell’Usi, De Ambris, per evitare un possibile trionfo del militarismo germanico mette in dubbio la linea pacifista dell’organizzazione. All’interno del comitato centrale del sindacato libertario italiano prevale la linea tradizionale di non appoggiare un’eventuale entrata in guerra del Paese. Anche Di Vittorio sostiene questa idea, per cambiarla successivamente: giudica negativamente il neutralismo della socialdemocrazia e pur temendo il rischio di cadere nel militarismo, opta per una scelta insurrezionale e diverrà interventista, ritrovando quello spirito patriottico rivoluzionario che aveva da giovane. La svolta interventista risulterà essere un errore e sarà lui stesso a pagarne le conseguenze all’interno del fronte anarco-sindacalista del dopoguerra.

Sempre all’interno dell’Usi Di Vittorio non sopporta la linea anarchica estremista di Borghi e sostiene la corrente comunista. Nel 1919 la gran parte dei delegati del Partito Socialista vota per aderire al Comintern (la III Internazionale fondata da Lenin), per Di Vittorio si profila la possibilità di creare la tanto desiderata unità proletaria: favorisce così l’adesione dell’Usi nel Profintern, cioè l’Internazioanle dei Sindacati Rossi (legata a Mosca), e questo perché già allora riconosce quanto negativo sia la rincorsa ad un “astratto rigore rivoluzionario”, insomma una volta di più Di Vittorio mostra il suo volto pragmatico contro il purismo ideologico.

Al IV Congresso della’organizzazione a cui lui aveva dato tanto, la linea anarchica vince. Di fronte all’uditorio Di Vittorio, riconoscendo la situazione disperata in cui sta andando l’Italia (il fascismo liberticida e anti-sindacale), dichiara: “la purezza dei principi non vale al mondo quanto vale la forza”. L’agitatore cerignolese decide così di staccare dall’Usi tutte le organizzazioni a lui fedeli. Il futuro gli darà ragione.

Nel 1924 in occasione del V Congresso del Comintern Di Vittorio andrà per la prima volta a Mosca. Nello stesso periodo conosce Antonio Gramsci fondatore e teorico del comunismo italiano. Di fronte alla statura culturale e intellettuale dei comunisti, Di Vittorio riconosce la povertà dottrinale della sua passata esperienza e commenta che il sindacalismo rivoluzionario non si è mai curato di elevare il livello della coscienza e della cultura dei suoi militanti.

La figura del sindacalista pugliese continua la sua strada a favore dell’unità delle forze anti-fasciste che poi porteranno alla costituzione della Cgil nel 1944, in cui il termine “Italiana” costituisce un elemento nuovo e unificatore rispetto alla precedente Cgl e che saprà unire per un certo periodo anche gli operai cattolici.

Nei periodi successivi in Di Vittorio affiorano i primi dubbi sull’esperienza sovietica e in generale mal sopporta la cinghia di trasmissione che si è venuta inevitabilmente a instaurare fra la Cgil e il Partito Comunista Italiano (Pci). Ritornano quindi nel leader comunista elementi della sua formazione anarchica: non solo critica i suoi colleghi sindacalisti sovietici troppo legati al potere statale, ma si distanzia pure dalle azioni repressive dei comunisti in Polonia (così come in Ungheria) contro una rivolta di lavoratori fomentata da forze straniere. Ma pur mantenendo un forte senso critico, Di Vittorio è cosciente dell’importanza di possedere un riferimento e mai rinnegherà – pur criticandolo – la sua fedeltà al movimento comunista mondiale, fedeltà comunque sempre subordinata al legame con la base dei lavoratori che mai tradirà, dando prova spesse volte di una operaiolatria in alcuni casi manichea. Giuseppe Di Vittorio rimase sempre un convinto anarchico, sapendo però coniugare questo ideale con la necessità di diventare un grande comunista!

Questa recensione è stata pubblicata sul quadrimestrale “l‘AltrascuolA” (dicembre 2005) edito dal sindacato italiano Unicobas.

Pubblicato il 1 giugno 2005 su Movimento operaio. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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