Crisi del sistema economico occidentale e salario indiretto

economia2Daniel Lampart dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) in data 9 settembre 2008 dichiara a “La Repubblica” che il tasso di disoccupazione in Svizzera è stato sempre più basso rispetto agli altri paesi europei. E aggiunge: “nel 2007 a fronte di una crescita del PIL del 3,3% l’aumento dei salari è stato dello 0,9%. Nei tre anni precedenti la crescita costante dell’economia è stata accompagnata da una crescita di poco superiore allo zero dei salari”. Al di là del semplice constatare questa realtà si dovrebbero mettere in atto misure per chiedere almeno (e diciamo: almeno!) che l’aumento dei salari fosse il triplo di quello effettivamente registrato, ovvero il 2,7% rispetto alla crescita del PIL del 3,3%. Ma se da un lato si resta colpiti dall’atteggiamento passivo del sindacalismo tradizionale, non possiamo credere che i vertici dell’USS siano mossi da semplice compiacenza con i datori di lavoro contro i lavoratori. Si può ritenere che, probabilmente, nella volontà, non solo svizzera, di contenere i salari ci fosse la consapevolezza che la recessione e la crisi irreversibile del sistema economico occidentale fossero alle porte. Solo in questo modo e cioè contenendo i salari e impedendo una spirale inflazionistica che avrebbe peggiorato la futura recessione (quella che stiamo vivendo attualmente) si potevano garantire sul lungo periodo condizioni non peggiori per i lavoratori.

Va detto anche, però, che non è la quantità di franchi che determina il valore di uno stipendio, ma sono le possibilità economiche che quella cifra garantisce, ovvero come i cittadini possano investire e utilizzare quei soldi per garantirsi il tenore di vita precedente o migliorarlo. Poiché la possibilità di acquistare beni e servizi determinata dal salario è comunque strettamente legata alla ricchezza reale prodotta da un paese, è evidente che in un quadro di declino della produzione e recessione europea, che coinvolge anche la Svizzera, siamo tutti destinati ad essere più poveri. Proprio per cercare di salvare il più possibile i cittadini da situazioni disperate di marginalizzazione, è utile valorizzare al massimo il salario indiretto. Infatti costa meno allo Stato garantire – anche gratuitamente – alcuni servizi (trasporti pubblici, educazione, sanità, casa) piuttosto che dover gestire una situazione sociale nella quale, come in città come Los Angeles o San Francisco oggi, percentuali rilevanti della classe media finiscono a vivere in tendopoli nelle periferie. In questo quadro la richiesta avanzata lo scorso anno dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) per ottenere trasporti pubblici gratuiti è assolutamente in linea con la costruzione di un salario indiretto più forte. Gli stessi tagli ai bilanci della scuola pubblica sono profondamente miopi e, a ragione, studenti e docenti di tutto il continente si stanno mobilitando, dalla Grecia all’Italia, arrivando – come il 15 ottobre scorso – a Bellinzona.
La vera e grave responsabilità del sistema economico, politico e sindacale svizzero è l’essersi adeguato alla logica imposta dai governi del G8 e dalle organizzazioni economiche internazionali che hanno del tutto erroneamente immaginato di poter ancora controllare le materie prime del pianeta (alimentari ed energetiche, che i paesi in via di sviluppo preferiscono vendere alle potenze emergenti come Cina e India piuttosto che a noi Occidentali) e i flussi di mercato attraverso operazioni speculative internazionali. Bisogna avere il coraggio di ammettere che se il ’29 è stata una crisi congiunturale del sistema capitalistico euro-statunitense, questa è una crisi strutturale non facilmente reversibile. In un mondo in cui la responsabilità è un valore, i responsabili di scelte avventate e sbagliate dovrebbero avere la decenza di ritirarsi a vita privata, perché qui si sta giocando con il futuro di milioni di lavoratori e di cittadini.

Alle Officine si deve ancora resistere!

Un articolo di Sidney Rotalinti e Massimiliano Ay

Lotta sindacale e offensiva padronale
La vertenza delle Officine di Bellinzona ha travalicato i confini di una “normale” vicenda sindacale, perché sono state toccate le radici di un intero popolo cresciuto intorno alla Gottardbahn. Quanto successo nell’ultimo mese è il risultato di due fattori: una reazione unita dei lavoratori messi di fronte ai tagli e una coscienza di lotta da parte dei leader operai. Anni fa questi ultimi avevano fondato il comitato “Giù le mani dalle officine” e recentemente hanno lasciato il sindacato SEV. Nel distacco esistente fra il sindacato di categoria e militanti operai, UNIA ha colto un’opportunità di azione assumendo un ruolo di primo piano nel contrastare l’offensiva padronale che vorrebbe portare la manutenzione delle locomotive a Yverdon e privatizzare quella dei vagoni. Tale idea nasce nei progetti della taskforce Turnaround (che in inglese vuol dire anche “voltafaccia”). I guai incominciano nel gennaio 2007 quando Andreas Meyer arriva dalla direzione della Deutsche Bahn per prendere in mano la direzione delle FFS. Gli operai e i tecnici di Bellinzona vengono affiancati da “consulenti” pagati dai 2000 ai 7000 franchi al giorno (!). Questi consulenti non servono a far funzionare meglio l’azienda, perché le Officine sono già produttive. I consulenti servono semmai a smembrare le officine. La reazione degli operai è poderosa. Anche perché stavolta – di fatto – il “padrone del vapore” non è un cinico faccendiere privato, ma le FFS. Ma allora, a cosa serve la Svizzera, se un’intera regione viene buttata a mare in nome di interessi contrari al benessere collettivo?

Una cattiva politica dei trasporti
La reazione popolare è possente anche perché – durante lo sciopero – arrivano i dati contabili dell’altro grande trasportatore, la Basel Lötschberg Simplon. La trasversale del Löetschberg è appoggiata da Deutsche Bahn (da cui proviene Meyer) e dalle lobby bernesi che avevano sostenuto Adolf Ogi nell’idea – folle – di realizzare due trasversali alpine a 30 chilometri di distanza l’una dall’altra. La BLS ha addirittura incrementato dell’11% i propri transiti sull’asse del Gottardo: dunque il lavoro c’è, ma lo prendono gli altri! Gli “scienziati” di Turnaround stanno mettendo arbitrariamente sui conti delle Officine di Bellinzona gli errori che hanno fatto quando si sono buttati nella privatizzazione dei traffici europei. I politici svizzeri – con poche eccezioni – hanno trascurato il Gottardo: nel 1984 il Consiglio federale risponde al deputato Sergio Salvioni sostenendo che non vi è alcuna fretta di creare una trasversale alpina sul Gottardo. Intanto la lobby bernese varava i primi crediti per il Lötschberg. Questa assoluta mancanza di una vera politica dei trasporti ha avuto consequenze catastrofiche: l’asse del Gottardo risulta attualmente scoordinato da tutta la progettualità europea in materia di ferrovie.

La società civile e gli operai
Dopo un mese di sciopero il piano di ristrutturazione è stato ritirato. Da un lato è una vittoria, dall’altro occorre ricordare che la battaglia non è affatto finita: adesso si va al tavolo delle trattative. Nella preparazione di questa lotta i sindacati hanno mostrato capacità organizzativa, ma devono adesso avere la saggezza che la situazione richiede: bando alle strumentalizzazioni e alle egemonie! Per quanto importanti le sole capacità sindacali non potranno vincere questo braccio di ferro epocale: durante le trattative si dovrà infatti stare attenti a mantenere ben saldo il formidabile sostegno della società civile. Il confronto duro non è ancora cominciato e i primi segnali sono preoccupanti. Moritz Leuenberger impone un mediatore (Steinegger) in modo unilaterale. Durante l’ultima assemblea (18 aprile) gli operai hanno compreso che la controparte “fa ancora finta di non aver capito” e, attraverso la stampa, rilancia subdolamente la necessità della Turnaround. Le trattative saranno lunghe: due mesi dice Leuenberger. Come se ciò non bastasse Steinegger (figura discutibile poiché coinvolto in vari consigli di amministrazione “critici”) ritarda l’inizio delle discussioni a fine maggio. Due mesi a partire da fine maggio? Arriviamo a luglio-agosto, un momento dell’anno delicato, ideale per le più spietate razionalizzazioni. E’ quindi fondamentale operare per rendere duraturo l’abbraccio fra gli operai e la società civile. In quest’ottica è stata costituita l’Associazione “Officine 2008”. Fra i fondatori il sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni e l’arciprete Pierangelo Regazzi, propugnatore della dottrina sociale della Chiesa, convinti del fatto che occorre sostenere il progetto di un “polo tecnologico” voluto dalle oltre 15 mila firme dell’iniziativa popolare. Una cosa è certa: la prima battaglia è vinta, ma gli avversari non si sono arresi. Anzi!

La profanazione… della dignità!

Il presidente del PLR di Bellinzona Giorgio Krüsi, stando a “LaRegione” del 4 aprile, definisce il gesto di portare in Officina il vessillo ufficiale della Città una “profanazione” dello stesso, quasi un vilipendio alla bandiera, roba da tradimento del patrio suolo. Io credo, invece, che la bandiera abbia un significato importante: essa è il simbolo di una città che non accetta un sopruso, che ha il coraggio di stare al fianco di una classe operaia data per morta e che invece esiste (e resiste) con quella dignità che sempre l’ha contraddistinta. Quel vessillo sta a indicare che in pittureria sta il cuore di tutti i bellinzonesi responsabili, per i quali i valori e gli ideali hanno ancora un significato, checché ne dicano i cultori del libero mercato e del profitto a tutti i costi. Meglio che il vessillo stia dalla parte di chi lavora onestamente, piuttosto che chiuso a prendere polvere nelle sale del potere.
Krüsi (che forse ha confuso la politica con la caserma) pare indignato anche dal fatto che la “profanazione” del biscione sarebbe associata a “un’azione illegale”. Per il presidente liberale lo sciopero alle Officine è dunque un’azione illegale: le stesse parole che usano i vertici aziendali! A me invece risulta essere un’azione inserita nel solco della difesa del contratto collettivo di lavoro. Don Milani (un prete, non un insurrezionalista) considerava lo sciopero un’arma sacrosanta, pacifica, ma che ai soprusi non porge l’altra guancia! “L’attitudine di una parte delle personalità che oggi si oppongono alle decisioni di FFS Cargo è particolarmente ipocrita. In effetti, questi stessi attori politici sono stati e sono ancora i fautori della logica di privatizzazione e di smantellamento dei servizi pubblici. Sono anche gli oppositori ad ogni proposta progressista in materia di diritto del lavoro, per esempio una regolamentazione contro i licenziamenti abusivi” (comunicato del Partito Svizzero del Lavoro). A buon intenditor, poche parole…

L’officina ai lavoratori, le ferrovie al popolo!

LocomotivaLa determinazione e il coraggio dei lavoratori esiste e resiste in Viale Officina e in più occasioni è stato ribadito urlando lo slogan “Giù le mani dall’officina”. Da qualche giorno sono anche state stampate delle bandiere che i ticinesi stanno appendendo sui balconi, come si faceva – con la bandiera arcobaleno – ai tempi dell’invasione dell’Irak. La solidarietà popolare è grandiosa: mai come in queste settimane si vede una così grande vicinanza umana con il destino dei lavoratori. Il SISA continua la sua opera di sensibilizzazione nelle scuole animando assemblee, raccogliendo fondi e invitando gli insegnanti a portare le classi in Officina al posto delle normali lezioni. Addirittura gli allievi del Liceo di Bellinzona, riuniti in assemblea, hanno devoluto Fr. 5’000 della cassa per le attività studentesche al fondo di sciopero. Anche dall’estero non mancano testimonianze di sostegno: dopo una delegazione di sindacalisti del Sud Africa arrivati nelle Officine, anche Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), tramite la sezione di Bellinzona del Partito Comunista (PC), ha fatto arrivare alle maestranze una dichiarazione scritta in cui esorta i lavoratori a continuare nella loro giusta lotta.

Una lotta logorante
Ma nell’entusiasmo e nella solidarietà, non possiamo dimenticarci di chi questa lotta la sta facendo direttamente e cioè i 400 lavoratori e le loro famiglie. Benché mantengano alto il morale, i sindacati devono prendere molto seriamente i primi comprensibili segnali di stanchezza. “Vogliamo risposte, continuate a girare in giro alla domanda” ha esclamato un operaio interrompendo il discorso di un segretario di UNIA durante l’assemblea del 25 marzo. Si è trattato di un’assemblea in cui i lavoratori hanno posto moltissime domande ai membri del comitato di sciopero: alcuni hanno chiesto se i colleghi di Friborgo si siano uniti all’agitazione o se invece continuassero a lavorare, altri hanno ammesso che la stanchezza inizia a farsi sentire e che le FFS stanno portando avanti una guerra di logoramento. Non è infatti un mistero che il padronato faccia corsi appositi per gestire un conflitto sociale e per distruggere un’agitazione sindacale: psicologia (coscienza di classe e formazione politica lacunosa) e pressione finanziaria (indennità di sciopero) sono due elementi che non vanno infatti sottovalutati. L’importante però è non accettare uno stato di cose stagnante, ma passare all’offensiva a livello di azioni (non è stata ancora bloccata la linea del Gottardo, gli altri dipendenti FFS non si sono ancora mobilitati, il preavviso di agitazione dell’Unione Sindacale si potrebbe sviluppare in sciopero generale cantonale). Ma ciò non basta: bisogna anche ragionare in senso propositivo.

Superare l’impasse
Per essere propositivi bisogna sapere che il sito di Bellinzona funziona bene: è capace di stare sul mercato e contribuisce finanziariamente al debito che FFS Cargo accumula soprattutto a causa del traffico merci all’estero. I lavoratori dello stabilimento ticinese hanno vissuto sulla loro pelle tante ristrutturazioni capitalistiche e sanno una cosa: la produttività è cresciuta! Il numero di locomotive per operaio è passato infatti da dieci nel 2000 a venti nel 2007; la lavorazione delle ruote dei veicoli dal 2006 al 2007 è cresciuta di 2100 unità; e il numero di vagoni riparati è salito di altre 400 unità. Con queste cifre si può dimostrare che le Officine possono continuare a vivere. A questo punto occorre però superare l’impasse e sono due le strade percorribili: o si mantiene lo status quo, con un ritiro definitivo delle pretese dei vertici di FFS Cargo; oppure si studia l’ipotesi dell’autogestione e quindi dell’esproprio. Qualcosa di simile aveva proposto il deputato del Partito Svizzero del Lavoro Zysiadis in occasione della lotta della Boillat che con Bellinzona presenta delle similitudini. Visto che le FFS hanno ripetutamente affermato che non vogliono più occuparsi della grande manutenzione, esisterebbe infatti la possibilità di valutare la creazione di un polo tecnologico ferroviario regionale. L’idea è quella di creare un unico stabilimento industriale a gestione pubblica con la partecipazione della Confederazione, dei cantoni Ticino e Grigioni, nonché dei comuni, in cui le Officine di Bellinzona rimangano un’unità unica con gli attuali prodotti (locomotive elettriche di linea e carri Cargo) e i lavoratori assunti alle stesse condizioni contrattuali. Questa la proposta del sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni al governo ticinese: c’è chi dice che l’unico modo per attuare ciò, sia di fondare una società cooperativa a gestione operaia e pubblica

Sempre più forte la Federazione Sindacale Mondiale

Max all’OILL’internazionale sindacale che era data per morta con la caduta del Muro di Berlino si può dire definitivamente risorta! Con decine e decine di nuove adesioni, la Federazione Sindacale Mondiale (FSM), dopo il XV Congresso tenutosi nel 2005 a Cuba e il Conisglio degli Amici tenutosi pochi giorni fa a Ginevra, è di volta in volta sempre più forte e radicata. Le sue parole d’ordine sono sempre quelle del sindacalismo di lotta e di classe, non subiscono variazioni opportuniste come quelle che hanno unito recentemente i sindacati gialli vaticani e i sindacati socialdemocratici nella Confederazione Sindacale Internazionale (CSI), una struttura di accompagnamento alle logiche neoliberiste ed imperialiste del mondo unipolare. Presenza al Consiglio degli Amici della FSM in occasione dell’assemblea dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro: click!

Licenziare un apprendista? Un’opera di bene!

Sul “Mattino della domenica” del 6 maggio 2007 è uscito un interessante articolo sul problema degli apprendisti lasciati a casa dai loro “datori di lavoro”, quelli che a me piace ancora chiamare “padroni” perché coloro che davvero “danno lavoro” sono i lavoratori, così almeno insegna un certo Marx!
Il giornalista, Lorenzo Quadri, intervista il rappresentante dell’Associazione Disoccupati e il sottoscritto a nome del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), l’unico sindacato che espressamente vuole tutelare gli apprendisti. Prima di cedere la parola al Cantone e al padronato, sente pure il parere di Saverio Lurati del sindacato UNIA e di Nando Ceruso del sindacato cattolico OCST.
Quest’ultimo, da cui ci si aspetterebbe una posizione alquanto moderata, non lesina invece le critiche a padroni che di fatto si disimpegnano dal formare i giovani. E cosa mai riuscirà ad affermare il leader del sindacato più combattivo del pianeta, UNIA, la cui sezione ticinese è forse quella più a sinistra della Svizzera? Ascoltiamo le ultime parole famose di un sindacalista degno di questo nome. Dice il compagno Lurati: “In effetti il fenomeno (della rescissione dei contratti di tirocinio, ndr) c’è sempre stato. Bisogna dire che non sempre è negativo; non lo è nella misura in cui permette di correggere una scelta professionale sbagliata dell’apprendista (…)”.
Io non riesco a concepire, in tutta onestà, come si possano dire frasi di questo genere. Ogni volta resto allibito dal livello in cui cade questo “sindacato” che ho visto nascere a Basilea quasi tre anni fa. Lo scorso anno blocca uno sciopero a Reconveiller autorizzando il licenziamento politico degli operai più attivi; oggi, fra tutte gli altri errori (siano essi di moderazione o di stupido estremismo fine a sé stesso), riesce addirittura a edulcorare un licenziamento in quanto sopperirebbe alle mancanze dell’orientamento professionale.
Nessuna parola sul fatto che non esiste una reale protezione giuridica, che il diritto del lavoro in Svizzera è uno dei più liberali d’Europa (nel senso che i padroni fanno quello che vogliono!), che la figura dell’apprendista si trova in un limbo giuridico tanto che non si sa se vanno considerati lavoratori e quindi beneficiari ad esempio del diritto di sciopero oppure studenti. Nessuna critica nemmeno al fatto che gli ispettori di tirocinio sono latitanti e che l’unica frase che riescono a pronunciare di fronte a un conflitto in azienda è: “ne prendo atto!”. No, per UNIA sembra essere tutto a posto: “è sempre stato così!” (e allora a cosa serve il sindacato?). Addirittura si arriva a teorizzare che il licenziamento possa avere effetti positivi: della serie “aiutiamo i padroni a giustificarsi meglio”!
Vi garantisco che il SISA non la pensa così e a questo punto costruire l’alternativa sindacale a UNIA è – poche ciance! – un dovere, lo dico come ex-delegato di UNIA al suo congresso costitutivo!

Transfair: quando il sindacato sbaglia il bersaglio…

Leggo sui giornali che il sindacato dei ferrovieri SEV ha disertato il tavolo delle trattative con i manager neo-liberisti delle Officine FFS. Ha fatto bene, a differenza del “sindacato” cattolico Transfair, che invece si è piegato nella migliore tradizione della concordanza elvetica.
Transfair Ma chi è Transfair? Ci tengo a rammentare a chi non fosse addentro a queste cose che questo “sindacato”, guidato dalla segretaria Morena Carelle, nell’agosto 2005, proprio quando io mi trovavo all’interno delle officine per un impiego di servizio civile, aveva attaccato gli operai dicendo che erano assenteisti, dando ragione alle critiche dei leader aziendali che si erano inventati delle scuse per aumentare le pressioni sulle maestranze. Il sindacato che attacca gli operai? Sì, certo, è normale, siamo in Svizzera!
A nome del sindacato che coordinavo già allora, il SISA, avevo preso una dura posizione contro Carelle e che mi piace riportare qui perché oggi la ripubblicherei tale e quale: “Io non so come operi la sindacalista in questione, se seduta nel suo accogliente ufficio a stilare comunicati stampa idioti e a fare le moine ai dirigenti aziendali che senza rispetto e con fare da balivi osano criticare gli operai ticinesi perché troppo assenteisti nei periodi della raccolta delle castagne o durante la stagione di caccia, oppure se è attivamente fra la base per capirne problemi ed aspirazioni; la inviterei comunque ad entrare – come ho fatto io – nei capannoni delle Officine fra olio, ferraglia e sudore e lì sentenziare, di fronte ai lavoratori, che sono dei lazzaroni! Vorrei proprio vedere la reazione di gente esasperata da continue ristrutturazioni, da minacce di chiusura degli stabilimenti, di riduzione di posti di lavoro, di mobbing psicologico per incrementare la redditività della sede.”

W il 1° Maggio – Anche gli studenti in piazza!

Ogni classe sociale ha le sue feste preferite. I nobili istituirono le loro feste, in cui proclamavano il loro diritto di spogliare i contadini. I borghesi hanno le loro, in cui giustificano il diritto di sfruttare gli operai. Anche i preti hanno le loro feste, ed esaltano in esse gli ordinamenti esistenti, per cui i lavoratori muoiono nella miseria e gli altri guazzano nel lusso. Anche gli ultimi, i senza voce, devono avere la loro festa e in essa devono proclamare lavoro, istruzione, solidarietà, eguaglianza.

Perché il 1° Maggio?
La nascita del 1° Maggio, come Giornata internazionale dei Lavoratori, è legata alla lotta per l’introduzione per legge della giornata lavorativa di otto ore. Siamo nella seconda metà dell’800. Allora il padronato imponeva, anche ai bambini, di lavorare per un misero salario fino a 16 ore al giorno pena il licenziamento. Oggi in ancora molti paesi del mondo questa è una realtà, ma anche in Svizzera la lotta per ottenere migliori condizioni di lavoro è stata durissima e lunga, e oggi vediamo – a causa anche della passività della popolazione che si lascia indottrinare sul fatto che da noi tutti stanno bene – questi diritti sparire poco alla volta, anche perché da parte dei vari governi non esiste più la paura che anche altrove si possa fare “come in Russia”! Proprio per rivendicare le otto ore, si organizzò il 1° Maggio del 1886 a Chicago una grande manifestazione. La repressione governativa e padronale fu brutale e selvaggia. Intervennero la polizia e l’esercito. Sulla folla dei manifestanti si abbatté una pioggia di proiettili e venne fatta esplodere una bomba in mezzo al corteo. Morti e feriti si contarono a decine. Centinaia furono gli arrestati. Fra questi gli organizzatori e i leader del movimento, processati sommariamente e condannati all’impiccagione. Molti decenni più tardi sarà Ernesto “Che” Guevara a dire: “la democrazia liberale è la forma di governo della borghesia quando non ha paura; il fascismo quando invece ha paura!”.
Nel 1889 l’Internazionale istituì la Giornata internazionale dei lavoratori, in ricordo dell’eccidio degli operai di Chicago. Cosicché il 1° Maggio del 1890 si tennero grandi manifestazioni nelle più importanti città degli USA e dell’Europa sfidando in parecchie circostanze le cariche e gli arresti della polizia, serrate padronali e licenziamenti. Per la prima volta nella storia, nello stesso momento, in tutti i Paesi dell’occidente, la classe operaia organizzata manifestava per la propria emancipazione.

Cosa c’entrano gli studenti?
In Ticino quasi cinque anni fa è nato un progetto molto particolare: un gruppo di studenti perlopiù liceali che decise di difendersi dai continui attacchi non solo alla scuola, al diritto allo studio; ma pure dai continui peggioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro dei giovani anche in un paese ricco come il nostro. Nasceva dal basso, senza soldi e senza appoggi politici un Sindacato di nuovo tipo, militante, che univa apprendisti, studenti universitari, studenti liceali, e giovani che già lavoravano: il SISA. Un progetto che infastidiva i sindacati ufficiali che avevano dimenticato i giovani e che faceva paura al governo che ancora oggi si ostina a far finta che non esistiamo dipingendoci come fanatici. Il SISA è il movimento organizzato giovanile che più di tutti ha segnato le lotte degli ultimi anni con scioperi, manifestazioni, assemblee e pure qualche azione selvaggia. Il SISA ha voluto unire le lotte dei giovani al lavoro, con quelle dei giovani agli studi senza creare divisioni e questo perché gli studenti oggi sono già lavoratori: quanti sono coloro che per mantenersi agli studi devono avere un lavoro serale o nel fine settimana? Le statistiche sono chiare e di anno in anno peggiorano. E in generale gli studenti sono comunque i lavoratori di domani: è importante quindi che essi siano inseriti in un contesto di solidarietà e di compresione delle difficoltà e delle rivendicazioni di chi già oggi conosce il lavoro salariato e magari anche precario, interinale, su chiamata, senza futuro, a rischio licenziamento senza giusta causa. Eh già, perché il diritto del lavoro in Svizzera è uno dei peggiori d’Europa e l’Ufficio Internazionale del Lavoro ha già condannato il nostro governo per atteggiamenti anti-sindacali… messi in questo sullo stesso piano con dittature di paesi del terzo mondo! Gli studenti hanno quindi il dovere di combattere a fianco di apprendisti, lavoratori, disoccupati, precari, ecc. per l’emancipazione sociale e per una reale democrazia non formale ma partecipativa.

E concretamente, quest’anno?

Essere al 1° maggio di Lugano nello spezzone del SISA significa anche concretamente ribadire la propria insoddisfazione verso l’enneisma prova dell’arroganza governativa che ha tentato di imporre una riforma liceale selettiva e basata sull’ideologia neo-liberista che vede la scuola non come comunità culturale ma come fabbrica di futura manodopera possibilmente docile e apatica.

Gli apprendisti sì, gli studenti no!

Articolo di Massimiliano Ay e Leonardo Schmid, candidati al Granconsiglio per il Partito del Lavoro / Giovani Progressisti

Il sindacato UNIA ha lanciato un’iniziativa per offrire agli apprendisti l’abbonamento “Arcobaleno” gratuito. Questo perché il Cantone per risparmiare sta concentrando per professioni i vari centri di formazione per apprendisti. Ecco quindi che ad esempio un apprendista montatore elettricista di Locarno si trova costretto a frequentare la scuola professionale a Biasca, perché lì si è deciso di riunire tutti coloro che seguono quel dato tirocinio.
Abbiamo preso atto di questa proposta di UNIA e ci chiediamo se non sia una mossa pre-elettorale di qualche segretario sindacale del PS o del MPS. Già, perché il Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) unitamente ai Giovani Progressisti e al Partito del Lavoro già nel 2005 (ben lontani dalle elezioni) aveva denunciato il fatto che con il progetto del DECS di concentrare le scuole professionali si creavano situazioni difficili circa la mobilità dei giovani, e il deputato del PdL Fausto Gerri Beretta Piccoli aveva pure presentato un’interrogazione in Granconsiglio. Allora, però, da UNIA e dai partiti ad essa legati, solo un assordante silenzio: si vede che allora non c’era bisogno del voto degli apprendisti maggiorenni!
L’iniziativa di UNIA va certo sostenuta, ci mancherebbe, è pur sempre un miglioramento per gli apprendisti, però la cosa va analizzata bene: si tratta di una proposta moderata. La moderazione della proposta di UNIA sta non solo nel non voler lottare per mantenere le professioni nelle diverse sedi, ma pure nel fatto che UNIA riconosce solo agli apprendisti il problema degli spostamenti. Il Sindacato degli Apprendisti SISA, invece, dal canto suo chiede da diverso tempo – attraverso una petizione (presente sul sito http://www.sisa-info.ch) – di rendere gratuiti tutti i mezzi pubblici per i giovani in formazione in generale, che siano studenti privi di reddito o che siano apprendisti sottopagati! Non è una proposta estremista: a Ginevra si voterà se offrire a tutti i cittadini i mezzi pubblici a gratis, in fin dei conti li si finanzia già con le imposte!
Il SISA, così come i Giovani Progressisti e il PdL, lotta affinché tutti possano accedere al tirocinio della professione desiderata. Da quando nella formazione professionale è avvenuta la riforma (era il 2005) il numero, ad esempio, degli apprendisti falegnami nel Mendrisiotto è drasticamente sceso: sarà un caso che ora devono andare a scuola fino a Biasca?

Resoconto di Vinko Bilusic e Massimiliano Ay apparso sulla loro esperienza sull’isola di Cuba socialista in occasione del XV Congresso Sindacale Mondiale agli inizi del mese di dicembre 2005.

Max e Vinko a Cuba“Grazie compagno”. Dire questo a un poliziotto che ti aiuta fa uno strano effetto. Solitamente siamo abituati a tenerci alla larga da loro, ma a Cuba è diverso: poliziotti, militari, funzionari e popolazione sono tutti compagni e amici. Il loro calore umano è percettibile ovunque. Come primo impatto è stato davvero forte: non ci aspettavamo tale collaborazione dalle autorità. Abbiamo invece scoperto che il popolo cubano è molto più disponibile di quanto si creda nei paesi occidentali. Ci dispiace che i grandi mass-media trasmettano soltanto scene di guerra e terrorismo (quasi vogliano giustificare l’imperialismo americano) e invece non vogliano mai trasmettere informazioni proveniente da Cuba (o perché no dalla Corea del Nord), dove per fortuna di eventi belli ne avvengono ancora.

La Federazione Sindacale Mondiale

La Federazione Sindacale Mondiale (FSM) – World Federation of Trade Union (WFTU) viene fondata nel 1945 su iniziativa dell’Unione Sovietica (e dello stesso Stalin), la quale vedeva in essa la possibilità di unire il movimento operaio internazionale per la causa del miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice sul corto periodo, e per il cambiamento della società in senso socialista sul lungo periodo. Finita la seconda guerra mondiale gli USA si prendono i meriti, a dire il vero relativi, di “liberatori” dell’Europa, rubandolo ai sovietici che più di tutti hanno pagato per sconfiggere il nazifascismo. Con la ecessità di tenere sotto controllo l’Europa occidentale il governo di Washington dà vita al piano Marshall. Per fare in maniera tale che questo progetto fosse portato a termine senza intoppi si cerca l’alleanza dei sindacati: gli USA decidono così di favorire la nascita di una nuova Internazionale sindacale che si allontani dalla FSM, dominata dai rivoluzionari: nasce la confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL) – International Confederation of Free Trade Union (ICFTU): è il 1949. Tanto liberi in realtà questi sindacati non erano, perché finanziati coi soldi americani per tenere a bada le masse operaie e per
consolidare il sistema capitalista dandogli una arvenza “sociale”. La CISL con il tempo si è rinforzata, assumendo posizioni social-liberali a scapito della FSM, nella quale sono rimasti quei sindacati che ancora
oggi con coraggio e coerenza credono nella lotta di classe. Negli anni ’70 il sindacato comunista italiano CGIL abbandona la FSM e si allea ai socialdemocratici e nel 1995 anche il sindacato francese CGT legato al
forte Partito Comunista Francese si adagia su posizioni di un tragico riformismo di destra e aderisce alla CISL. In Svizzera nessun sindacato fa parte della FSM: da UNIA alla VPOD sono tutti membri dell’Unione Sindacale Svizzera, che aderisce alla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e a sua volta è affiliata alla CISL. Gli unici svizzeri accreditati quali osservatori al 15° Congresso della FSM sono stati infatti il SISA ticinese e il SUD ginevrino.

Il Congresso della FSM

Max a CubaL’assemblea plenaria del 15° Congresso Sindacale Mondiale si è aperto al Palazzo delle convenzioni dell’Avana vicino all’hotel Palco con un coro locale che ha intonato prima una versione vocale de “El pueblo unido” e ha terminato con la tradizionale Internazionale”, cantata da tutti i presenti in piedi e con il pugno chiuso. La parola è in seguito passata rispettivamente ai vertici della FSM: vestito in verde olivo, in ricordo dello sbarco del Granma, Pedro Ross, della Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC), ha salutato i delegati, passando poi la parola al dirigente sindacale siriano che fra le altre cose ha avvertito i presenti che dopo l’Irak potrebbe essere la volta della Siria (governata da un’alleanza baathista e comunista) e venir invasa: negli scorsi giorni ve ne sono state le avvisaglie dopo che dei marines a stelle e strisce sono entrati in territorio siriano innescando un conflitto a fuoco con le guardie locali (notizia che è passatapraticamente inosservata sui nostri mass-media).
Il giorno seguente la plenaria è continuata con interventi liberi: apprezzato è stato il discorso tenuto dal coordinatore del SISA che ha spiegato la necessità di unire le lotte operaie e studentesche per una società più equa e dando maggiore risalto alle aspirazioni della base. Successivamente si sono svolti due work-shop tematici: il primo sul ruolo dei sindacati nei confronti della globalizzazione neoliberista e il secondo sulla lotta per la pace e contro l’imperialismo. La delegazione studentesca del SISA ha scelto il primo incontro e ha ascoltato gli appassionati appelli alla resistenza classista in particolare da parte del sindacato petroliero messicano e da un giovanissimo studente di un’accademia militare latinoamericana affinché globalizzazione non sia sinonimo di imperialismo, come purtroppo è il caso attualmente. Durante il work-shop è intervenuto anche l’amico Pierpaolo Leonardi, della CUB, il quarto sindacato nazionale italiano, che come noi è di base e collabora con il SISA nella Rete Sindacale Europea: il discorso di Leonardi è stato fondamentale per evitare che i compagni asiatici e africani coltivino false speranze: non è vero che l’Europa è la faccia buona della globalizzazione rispetto agli USA, in realtà è un tutt’uno fatto di sfruttamento delle risorse dei paesi più
poveri e di attacco ai diritti sociali dei lavoratori occidentali.Il terzo giorno si sono svolte le sessioni di lavoro sulle questioni regionali, in cui i sindacalisti presenti si sono divisi per continente e hanno esplicitato le proprie posizioni per trovare sinergie su temi concreti. Il 4 dicembre mentre si riuniva il Consiglio generale della FSM per eleggere il nuovo ufficio presidenziale, gli ospiti e gli osservatori venivano invitati a visitare la Piazza della Rivoluzione con il monumento imponente dedicato al patriota José Martì e il ministero dell’interno con la gigantesca immagine di Che Guevara in ferro sulla facciata dell’edificio. Dopodichè si è passati alla Scuola Latinoamericana di Scienze Mediche, dove studenti da tutto il continente vanno a studiare medicina gratuitamente, completamente sussidiati dal governo cubano, che aiuta in questo modo quei giovani che non avrebbero la possibilità di studiare per la distruttiva selezione sociale che caratterizza (anche in Svizzera) il sistema formativo di tipo borghese.
Tornando a parlare dell’assise sindacale, il 15° Congresso ha pure deliberato su una ventina di risoluzioni, alcune contro le aggressioni militari, un’altra per liberazione immediata dei 5 eroi cubani
ingiustamente incarcerati dagli yankee, altre per l’unità della classe operaia, ecc.
Per quanto ci concerne abbiamo avuto modo di conoscere varie organizzazioni sindacali da tutti i paesi del mondo, stabilendo relazioni sia politiche sia umane che ci auguriamo poter rendere
effettive al di là di questi quattro giorni. Momenti di interessante dibattito politico si sono intrecciati con attimi di vera emozione, come quando il SISA è stato insignito del distintivo della Confederazione dei Lavoratori dell’Ecuador, consegnatoci da una compagna che ha sottolineato che il nostro discorso di vitalità e di speranza merita la solidarietà degli anziani. Un incontro anch’esso molto affettuoso è stato suggellato da una pacca sulla spalla di un nostro militante al presidente del sindacato dei docenti della Corea del Nord, paese sconosciuto, diffamato e potenziale obiettivo di invasione militare americana. Momenti più seri ma non meno carichi di amicizia e reciproco rispetto sono avvenuti con la folta delegazione indiana e un compagno del Bangladesh ha voluto a tutti i costi che lo mettessimo in contatto con il Partito del lavoro ticinese. Il SISA ha pure consegnato le proprie credenziali a un membro del neonato
Sindacato alternativo spagnolo, incontrato tramite il fraterno amico Ramon Cardona, segretario generale aggiunto della FSM, che ci aveva incontrato un anno fa nel nostro ufficio a Bellinzona e che durante tutta la durata del Congresso ha dimostrato grande disponibilità e affabilità. Oltre a questi vanno pure citati il dissidente della CGT francese Joseph Lop, il responsabile del Blocco Sindacale di Sinistra dell’Unione Sindacale Austriaca, l’interprete personale per l’italiano di Fidel Castro, un esponente del sindacato nicaraguese vicino al Fronte sandinista, e dei compagni del combattivo PAME greco, e tantissimi altri.

Bilancio soggettivo del Congresso

La Federazione Sindacale Mondiale è un luogo aperto di fratellanza. E’ questo il sentimento generale che si respira nell’ambiente congressuale. Ciononostante esistono vari aspetti che per degli Europei e per dei militanti come noi non sono sempre comprensibili. Qualcuno – forse solo per ignoranza politica, forse per settarismo dogmatico – ritiene che un sindacato di base e alternativo come il SISA dovrebbe
boicottare momenti “burocratici” come questi, che hanno un passato legato al blocco socialista. Ma come è vero che lo stalinismo propriamente detto è finito nel 1956 e che il Muro è caduto nel 1989 deve esserci, in sindacalisti a cui sta veramente a cuore l’emancipazione degli ultimi (e non i soliti estremistucoli-parolai), la capacità di lavorare all’interno di quelle strutture che non hanno
abbandonato – pur con sensibilità e metodi sicuramente diversi – la combattività e soprattutto l’analisi classista dei fenomeni sociali. In
questo senso non si può lavorare nella CISL perché dipendente dalle lobby economiche, non si può lavorare nella CMT perché dipendente dalla
Chiesa, non si può lavorare nell’AIT perché il settarismo anarcoide è contro l’unità! Il discorso del SISA al Congresso chiedeva di favorire
l’azione diretta dei lavoratori e quindi di evitare il burocratismo e il verticismo del sindacalismo rimasto a una concezione un po’ sovietica dell’organizzazione. E’ stato applaudito anche dai cinesi e dai coreani che effettivamente sono lontanissimi da queste idee. Non
bisogna mai dimenticare però due cose fondamentali: anzitutto ogni popolo ha la sua cultura e le tradizioni (che si ripercuotono anche nel modo di lavorare in un partito o in un sindacato) che non si possono
cambiare imponendo il nostro metodo; in secondo luogo in paesi dove vige un sistema socialista o comunque centralizzato e più o meno
statalista il ruolo del sindacato è profondamente diverso rispetto a quello che si concepisce in una società ad economia di mercato in un regime di cosiddetta democrazia liberale. Ma se da parte nostra c’è la volontà di lavorare nella FSM, è anche
perché i documenti congressuali ci hanno dimostrato che la volontà di “aprire” la federazione ai movimenti e alle associazioni plurali esiste e va aiutato. A piccoli passi forse, ma un processo rivoluzionario (ma
davvero ben fatto e serio) è sempre molto concreto, molto pragmatico.

Quale futuro fra SISA e FSM?

Il SISA studierà una propria linea da adottare per stabilire eventuali future collaborazioni con la FSM. Sul corto periodo si è però già deciso di aprire un dialogo con l’ufficio della FSM presso le Nazioni Unite (ONU) a Ginevra e di richiedere formalmente l’apertura di una
scuola sindacale per formare i futuri militanti, aspetto che evidentemente come sindacato studentesco ci interessa in maniera particolare.

Il contatto con il popolo cubano: povertà o ricchezza?

La società socialista rimane una società in cui esistono le classi sociali: la “dittatura del proletariato” secondo Marx serve proprio a livellare la società sull’uguaglianza sostanziale e quindi procedere
verso il comunismo. La cosa che più dispiace non è quindi quello di vedere la società cubana non ancora del tutto pronta al comunismo: questo è un processo lungo e tortuoso. Il problema è semmai quello di
vedere determinati passi indietro compiuti nell’ultimo decennio con la dollirificazione e la creazione di una economia a due velocità. Che nel periodo speciale sorto con la sparizione improvvisa del Comecon
fosse necessario l’apertura moderata al mercato è comprensibile (lo ha fatto anche Lenin e Tito a suo tempo), ma che ancora oggi si sia ancorati a un modello che sta lentamente minando le basi
dell’uguaglianza lascia perplessi. La presenza di gente che si prostituisce e che tenta in ogni modo di arrivare ai soldi dei turisti NON per bisogno (e questo è importante sottolinearlo) ma per raggiungere livelli di vita più agiata è anche comprensibile (dato che
il sistema socialista non permette forme di arricchimento sproporzionale in breve tempo come quello capitalista, il che ci sembra anche giusto, poiché è vero che non ci si arricchisce materialmente, ma
sicuramente, attraverso il processo socialista, ci si arricchisce umanamente e socialmente), ma queste piccole basi di consumismo sono un danno per la Rivoluzione perché il denaro diventa Dio e l’eventuale
passaggio al capitalismo non verrebbe neppure visto come tragico. E’ possibile che in centro città fra i quartieri popolari si costruiscano hotel di lusso o ristoranti dai prezzi molto europei che un cittadino
cubano medio non potrà mai permettersi? Se era necessario nel periodo speciale scendere a questi compromessi non era possibile forse
limitarli a determinate zone della città? Inseriti in un contesto sociale nettamente meno ricco potrebbe infatti creare situazioni di invidia e di perdita dei valori fondamentali del socialismo fra la
popolazione. E’ pure preoccupante che esistano tuttora, anche se qui si sta migliorando, lavoratori pagati in pesos e altri che ricevono
salario in valuta, ciò che crea un potere d’acquisto diverso. In un momento di incertezza sarebbe disposta la gente a resistere agli Americani o cederebbe spinta dalla propaganda capitalista e consumista a cambiare il sistema (per poi fare la fine dei russi che impiangono nientemeno che Stalin)? Sarebbero pronti a resistere perché ora hanno scuola e sanità gratuita? Sono domande legittime, critiche, che abbiamo posto in modo molto diretto ai cubani, perché a Cuba si può parlare di tutto e la presunta “dittatura” non la si vede neanche di striscio. La cosa che nonostante tutte le perplessità di cui sopra fa ben sperare è che a livello di autorità si è ben consci di questi rischi ma pure
dell’alto livello dell’educazione (pure etica) del popolo che dovrebbe essere in grado di evitare che le tentazioni consumistiche possano prendere il sopravvento. Inoltre c’è molta speranza che un giorno
abbastanza vicino si riesca a eliminare la doppia economia attuale, fonte di molti problemi, ma necessaria per mantenere in piedi le conquiste sociali della Rivoluzione anche durante la gravissima crisi
economica del dopo ’89. Va detto che poco prima che partissimo, Fidel ha annunciato che l’economia cubana è ancora cresciuta (circa del 9%, e non è poco se pensiamo che l’economia svizzera cresce, quando va bene, del 1.5%) e ciò permetterà di aumentare i salari, i sussidi sociali e le rendite pensionistiche. Si torna a casa con un’immagine di Cuba meno
stereotipata, e con chiari ed evidenti tutti i problemi del paese che non sono nascosti e vengono ammessi senza problemi, ma con la sicurezza che quell’esperienza non è morta, al contrario ha ancora oggi molti aspetti che meritano di essere conosciuti e apprezzati, e altri che andrebbero cambiati (ma la Rivoluzione cubana non è mai stata
immobilista, anzi ha sempre saputo far buon uso delle critiche costruttive dei compagni). Si torna a casa con la fiducia che il popolo cubano, nonostante tutto, è forte e dovrebbe riuscire a resistere: per
questo la nostra solidarietà per quella Rivoluzione deve essere ancora più forte, ancora più impegnata. A volte quando cammini per l’Avana vedi cose che ti rallegrano; in altri casi ti prende l’angoscia per
situazioni poco comprensibili, ma Cuba è un paese reale che tenta (e quasi sempre ce la fa) di applicare l’ideale più umano che esista, non è un manuale di teoria marxista. Per questo le nostre critiche che,
certamente, devono esistere, non devono essere però quelle dei soliti comunisti da salotto che sempre cadono nel purismo ideologico e settario di unici detentori della verità rivoluzionaria. L’esperienza vissuta all’Avana ci ha permesso di toccare con mano la realtà del popolo cubano. Abbiamo constatato che molti dei luoghi comuni che vigono nelle menti degli occidentali non sono, di fatto, reali: ci siamo resi conto che il popolo cubano può essere invece un
ottimo modello anche per noi, che tanto abbiamo perso dal lato umano e sociale. Possiamo poi smentire con fermezza ciò che si dice sulle istituzioni cubane: innanzitutto non esiste nessun tipo di censura
mediatica; d’altra parte non si riscontra nemmeno nessuna pressione “dittatoriale”. Ciò che i capitalisti odierni vogliono farci credere, e cioè che uno stato socialista come Cuba ha tendenze repressive,
impositive o quant’altro, è del tutto fuori luogo se confrontato con la realtà cubana. Abbiamo scoperto (come già enunciato) che il sistema socialista dell’Isola permette a tutto il suo popolo un’istruzione gratuita: ciò significa che la popolazione vive nella più totale
libertà di pensiero e – grazie all’istruzione adeguata – è arricchita di “strumenti” indispensabili per compiere le proprie scelte. Bisogna capire che i problemi finanziari ai quali è confrontata Cuba non sono
dovuti al suo modello economico, bensì sono gli USA a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo economico dell’isola: infatti è a causa dell’embargo degli yankee che Cuba ha difficoltà a progredire.
Non dobbiamo quindi correre a capofitto a denunciare un modello socialista senza conoscerne i retroscena. Tante volte invece sarebbe il caso di concederci una bella vacanza in paesi come quello caraibico,
evitando forse di alloggiare in hotel a 5 stelle con confort occidentali e andando invece ad alloggiare in una casa cubana, per comprendere meglio la realtà di questo interessantissimo popolo. Girando per le strade dell’Avana abbiamo notato che i bambini si
ritrovano per strada, giocano, ridono, corrono, si divertono, fanno scuola, sono felici. Scene quotidiane che oggi non vediamo più in paesi industrializzati come il nostro. Sarà la cultura cubana, sarà il fatto
che i cubani non hanno i confort che invece gli occidentali hanno… noi crediamo piuttosto che sia la coscienza del popolo a rendere possibile
tutto questo. Coscienza che gli occidentali hanno man mano perso, a causa delle leggi di mercato e del consumismo spietato. Il contatto col popolo ci ha fondamentalmente insegnato quanto i cubani credano nel socialismo e nel processo rivoluzionario (processo rallentato – ed è giusto dirlo – a causa della arroganza occidentale) che lentamente li sta portando ad un benessere sempre maggiore. Credere in questo popolo è già un passo per aiutarlo.Per concludere possiamo dire d’aver vissuto una sostanziosa mole di
situazione ed esperienze. Da queste abbiamo tratto sicuramente un insegnamento valido: il socialismo è la sola via che ci permetterà di risolvere i problemi non solo europei, ma anche del mondo!