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In politichese “spostare” significa “smantellare”: manovre losche sulle Officine FFS

Quando un presidente di un partito importante e di governo come il PLRT parla, non esprime mai suggerimenti innocenti a titolo personale: al contrario le sue parole sono macigni che pesano politicamente. Rocco Cattaneo ha affermato nei giorni scorsi che le Officine FFS di Bellinzona andrebbero spostate altrove. Lo stesso consiglio, qualche giorno dopo, viene lanciato anche dal presidente della Camera di Commercio Franco Ambrosetti. Ma davvero padronato e partiti borghesi ci prendono per fessi? La volontà mai sopita della destra economica e dei manager delle FFS di smantellare il sito industriale bellinzonese torna insomma a farsi sentire dopo la pausa forzata imposta dalla vittoriosa mobilitazione operaia e dell’intera società civile del 2008. Si preparano insomma a tornare all’attacco, questa volta con adeguati trucchi linguistici: non si “chiude” più, si “sposta” solamente, peccato che questo significa quasi sicuramente impedire proprio la realizzazione del centro di competenze sulla logistica per cui è stata anche depositata un’iniziativa popolare con 15’000 firme durante lo sciopero e che è ancora oggi – guarda caso – in fase di studio.

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Una risposta a Donatello Poggi (Lega): la sinistra vuole essere popolare, non populista!

Non c’è dubbio, caro Poggi, la sinistra ha fatto anch’essa degli errori, come tutte le correnti politiche. C’è gente, come i comunisti, che lavora per migliorarla perché crede ancora nei valori di solidarietà, di giustizia, di amicizia fra i popoli e in ultima analisi nell’ideale socialista; e c’è gente invece che cambia casacca in base a chi porta più voti seguendo di pancia la faciloneria del momento, cavalcando le paure della gente, offrendo loro la solita demagogia patriottarda. La sinistra a volte ha scordato di rivendicare, spesso si limita a stare sulla difensiva. La sinistra – che ha un patrimonio culturale umanista – a volte cade nel buonismo, ma francamente lo trovo sempre meglio del becero e volgare sbraitare di certi individui che fomentano la guerra fra poveri e cercano capri espiatori per dividere i popoli e i lavoratori.

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Officine FFS: Una trattativa non priva d’insidie

Lo scorso 23 giugno a Lucerna, in una sala con una temperatura di 37° (come tiene a rilevare il sindacalista Pietro Gianolli), si è tenuto il terzo round della tavola rotonda sul futuro delle Officine FFS Cargo di Bellinzona, ormai diventate un simbolo della lotta operaia del nostro Paese. Un terzo round che è stato anticipato dalle riunioni del gruppo di lavoro che aveva per obiettivo quello di avanzare proposte di rilancio del sito industriale.
Indubbiamente sono stati raggiunti traguardi di una certa importanza, ma la politica intrapresa dalle FFS pone ancora diversi timori.

Parziali vittorie
Finora la trattativa ha permesso di arrivare ad alcune certezze, e cioè che – perlomeno sul corto periodo – la struttura di Bellinzona continuerà la sua attività con un carattere di diritto pubblico, svolgendo la manutenzione di locomotive e carri come finora. I lavoratori sono inoltre riusciti a ottenere che le FFS abbandonassero almeno temporaneamente l’idea di procedere con l’esternalizzazione a privati del servizio carri. Oltre a ciò è previsto un investimento di 11 milioni di franchi per sviluppare il polo tecnologico di Bellinzona, un progetto importante e di cui si parla da tempo, per valorizzare l’intera regione.
Si tratta sicuramente di conquiste importanti, che però vanno pragmaticamente relativizzate: in un conflitto sociale – lo dice pure la dialettica marxista – i rapporti di forza possono infatti variare.

I pericoli non sono finiti…
Di fronte a notizie rallegranti, le affermazioni del direttore delle FFS Meyer, secondo cui “il progetto di riorganizzazione di FFS Cargo è stato applicato al 90%”, lasciano intendere che non esiste una reale intenzione di modificare la propria strategia. Pare, insomma, che quanto avvenuto a Bellinzona, con sciopero, occupazione e manifestazioni di popolo, vada visto quasi alla stregua di un contrattempo. Una situazione che può essere superata da parte padronale prendendo tempo, allungando le trattative e giocando su improvvisi contropiedi.
E’ un rischio che non deve essere sottovalutato, anche alla luce del fatto che la Direzione delle FFS appare estremamente cauta nell’approvare le proposte (peraltro concrete e facilmente realizzabili) inerenti soprattutto il settore della logistica e delle commesse, elaborate dal gruppo di lavoro. Un comportamento ben poco costruttivo che sembra abbia infastidito lo stesso Franz Steinegger.
Si tratta dunque di un rischio che i rappresentanti dei lavoratori dovranno tenere presente attentamente. E ciò anche perché i discorsi in merito alla necessità di “ottimizzare” le Officine attraverso l’aumento dei turni di lavoro, la diminuzione dei giorni di assenza e le riduzioni dei costi dovuti ai salari sono sempre all’ordine del giorno. Così come rimane d’attualià il metodo Keizen, ovvero un modo per “flessibilizzare” del tutto ogni ambito lavorativo, in un contesto che già appare colmo di personale interinale.
L’attenzione da parte sindacale sarà rivolta alle misure di rilancio concrete, ma nel contempo non si può nascondere il fatto, anche un po’ spiazzante, che i dirigenti delle FFS non sembrano avere le idee in chiaro sul futuro dello stabilmento di Bellinzona all’interno del contesto del traffico merci europeo, una situazione imbarazzante come già avevano esposto in un precedente numero del Vorwärts.

Arrivederci
Non vi sarà pausa estiva! Laddove la Direzione delle FFS ha espresso dubbi particolari, il gruppo di lavoro è stato in effetti incaricato di approfondire le proposte di rilancio delle Officine con un piano di concretizzazione. La tavola rotonda sarà poi convocata il prossimo 3 settembre, a meno che si ritenga opportuno rivedersi durante il mese di luglio.

Alle Officine si deve ancora resistere!

Un articolo di Sidney Rotalinti e Massimiliano Ay

Lotta sindacale e offensiva padronale
La vertenza delle Officine di Bellinzona ha travalicato i confini di una “normale” vicenda sindacale, perché sono state toccate le radici di un intero popolo cresciuto intorno alla Gottardbahn. Quanto successo nell’ultimo mese è il risultato di due fattori: una reazione unita dei lavoratori messi di fronte ai tagli e una coscienza di lotta da parte dei leader operai. Anni fa questi ultimi avevano fondato il comitato “Giù le mani dalle officine” e recentemente hanno lasciato il sindacato SEV. Nel distacco esistente fra il sindacato di categoria e militanti operai, UNIA ha colto un’opportunità di azione assumendo un ruolo di primo piano nel contrastare l’offensiva padronale che vorrebbe portare la manutenzione delle locomotive a Yverdon e privatizzare quella dei vagoni. Tale idea nasce nei progetti della taskforce Turnaround (che in inglese vuol dire anche “voltafaccia”). I guai incominciano nel gennaio 2007 quando Andreas Meyer arriva dalla direzione della Deutsche Bahn per prendere in mano la direzione delle FFS. Gli operai e i tecnici di Bellinzona vengono affiancati da “consulenti” pagati dai 2000 ai 7000 franchi al giorno (!). Questi consulenti non servono a far funzionare meglio l’azienda, perché le Officine sono già produttive. I consulenti servono semmai a smembrare le officine. La reazione degli operai è poderosa. Anche perché stavolta – di fatto – il “padrone del vapore” non è un cinico faccendiere privato, ma le FFS. Ma allora, a cosa serve la Svizzera, se un’intera regione viene buttata a mare in nome di interessi contrari al benessere collettivo?

Una cattiva politica dei trasporti
La reazione popolare è possente anche perché – durante lo sciopero – arrivano i dati contabili dell’altro grande trasportatore, la Basel Lötschberg Simplon. La trasversale del Löetschberg è appoggiata da Deutsche Bahn (da cui proviene Meyer) e dalle lobby bernesi che avevano sostenuto Adolf Ogi nell’idea – folle – di realizzare due trasversali alpine a 30 chilometri di distanza l’una dall’altra. La BLS ha addirittura incrementato dell’11% i propri transiti sull’asse del Gottardo: dunque il lavoro c’è, ma lo prendono gli altri! Gli “scienziati” di Turnaround stanno mettendo arbitrariamente sui conti delle Officine di Bellinzona gli errori che hanno fatto quando si sono buttati nella privatizzazione dei traffici europei. I politici svizzeri – con poche eccezioni – hanno trascurato il Gottardo: nel 1984 il Consiglio federale risponde al deputato Sergio Salvioni sostenendo che non vi è alcuna fretta di creare una trasversale alpina sul Gottardo. Intanto la lobby bernese varava i primi crediti per il Lötschberg. Questa assoluta mancanza di una vera politica dei trasporti ha avuto consequenze catastrofiche: l’asse del Gottardo risulta attualmente scoordinato da tutta la progettualità europea in materia di ferrovie.

La società civile e gli operai
Dopo un mese di sciopero il piano di ristrutturazione è stato ritirato. Da un lato è una vittoria, dall’altro occorre ricordare che la battaglia non è affatto finita: adesso si va al tavolo delle trattative. Nella preparazione di questa lotta i sindacati hanno mostrato capacità organizzativa, ma devono adesso avere la saggezza che la situazione richiede: bando alle strumentalizzazioni e alle egemonie! Per quanto importanti le sole capacità sindacali non potranno vincere questo braccio di ferro epocale: durante le trattative si dovrà infatti stare attenti a mantenere ben saldo il formidabile sostegno della società civile. Il confronto duro non è ancora cominciato e i primi segnali sono preoccupanti. Moritz Leuenberger impone un mediatore (Steinegger) in modo unilaterale. Durante l’ultima assemblea (18 aprile) gli operai hanno compreso che la controparte “fa ancora finta di non aver capito” e, attraverso la stampa, rilancia subdolamente la necessità della Turnaround. Le trattative saranno lunghe: due mesi dice Leuenberger. Come se ciò non bastasse Steinegger (figura discutibile poiché coinvolto in vari consigli di amministrazione “critici”) ritarda l’inizio delle discussioni a fine maggio. Due mesi a partire da fine maggio? Arriviamo a luglio-agosto, un momento dell’anno delicato, ideale per le più spietate razionalizzazioni. E’ quindi fondamentale operare per rendere duraturo l’abbraccio fra gli operai e la società civile. In quest’ottica è stata costituita l’Associazione “Officine 2008”. Fra i fondatori il sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni e l’arciprete Pierangelo Regazzi, propugnatore della dottrina sociale della Chiesa, convinti del fatto che occorre sostenere il progetto di un “polo tecnologico” voluto dalle oltre 15 mila firme dell’iniziativa popolare. Una cosa è certa: la prima battaglia è vinta, ma gli avversari non si sono arresi. Anzi!

L’officina ai lavoratori, le ferrovie al popolo!

LocomotivaLa determinazione e il coraggio dei lavoratori esiste e resiste in Viale Officina e in più occasioni è stato ribadito urlando lo slogan “Giù le mani dall’officina”. Da qualche giorno sono anche state stampate delle bandiere che i ticinesi stanno appendendo sui balconi, come si faceva – con la bandiera arcobaleno – ai tempi dell’invasione dell’Irak. La solidarietà popolare è grandiosa: mai come in queste settimane si vede una così grande vicinanza umana con il destino dei lavoratori. Il SISA continua la sua opera di sensibilizzazione nelle scuole animando assemblee, raccogliendo fondi e invitando gli insegnanti a portare le classi in Officina al posto delle normali lezioni. Addirittura gli allievi del Liceo di Bellinzona, riuniti in assemblea, hanno devoluto Fr. 5’000 della cassa per le attività studentesche al fondo di sciopero. Anche dall’estero non mancano testimonianze di sostegno: dopo una delegazione di sindacalisti del Sud Africa arrivati nelle Officine, anche Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), tramite la sezione di Bellinzona del Partito Comunista (PC), ha fatto arrivare alle maestranze una dichiarazione scritta in cui esorta i lavoratori a continuare nella loro giusta lotta.

Una lotta logorante
Ma nell’entusiasmo e nella solidarietà, non possiamo dimenticarci di chi questa lotta la sta facendo direttamente e cioè i 400 lavoratori e le loro famiglie. Benché mantengano alto il morale, i sindacati devono prendere molto seriamente i primi comprensibili segnali di stanchezza. “Vogliamo risposte, continuate a girare in giro alla domanda” ha esclamato un operaio interrompendo il discorso di un segretario di UNIA durante l’assemblea del 25 marzo. Si è trattato di un’assemblea in cui i lavoratori hanno posto moltissime domande ai membri del comitato di sciopero: alcuni hanno chiesto se i colleghi di Friborgo si siano uniti all’agitazione o se invece continuassero a lavorare, altri hanno ammesso che la stanchezza inizia a farsi sentire e che le FFS stanno portando avanti una guerra di logoramento. Non è infatti un mistero che il padronato faccia corsi appositi per gestire un conflitto sociale e per distruggere un’agitazione sindacale: psicologia (coscienza di classe e formazione politica lacunosa) e pressione finanziaria (indennità di sciopero) sono due elementi che non vanno infatti sottovalutati. L’importante però è non accettare uno stato di cose stagnante, ma passare all’offensiva a livello di azioni (non è stata ancora bloccata la linea del Gottardo, gli altri dipendenti FFS non si sono ancora mobilitati, il preavviso di agitazione dell’Unione Sindacale si potrebbe sviluppare in sciopero generale cantonale). Ma ciò non basta: bisogna anche ragionare in senso propositivo.

Superare l’impasse
Per essere propositivi bisogna sapere che il sito di Bellinzona funziona bene: è capace di stare sul mercato e contribuisce finanziariamente al debito che FFS Cargo accumula soprattutto a causa del traffico merci all’estero. I lavoratori dello stabilimento ticinese hanno vissuto sulla loro pelle tante ristrutturazioni capitalistiche e sanno una cosa: la produttività è cresciuta! Il numero di locomotive per operaio è passato infatti da dieci nel 2000 a venti nel 2007; la lavorazione delle ruote dei veicoli dal 2006 al 2007 è cresciuta di 2100 unità; e il numero di vagoni riparati è salito di altre 400 unità. Con queste cifre si può dimostrare che le Officine possono continuare a vivere. A questo punto occorre però superare l’impasse e sono due le strade percorribili: o si mantiene lo status quo, con un ritiro definitivo delle pretese dei vertici di FFS Cargo; oppure si studia l’ipotesi dell’autogestione e quindi dell’esproprio. Qualcosa di simile aveva proposto il deputato del Partito Svizzero del Lavoro Zysiadis in occasione della lotta della Boillat che con Bellinzona presenta delle similitudini. Visto che le FFS hanno ripetutamente affermato che non vogliono più occuparsi della grande manutenzione, esisterebbe infatti la possibilità di valutare la creazione di un polo tecnologico ferroviario regionale. L’idea è quella di creare un unico stabilimento industriale a gestione pubblica con la partecipazione della Confederazione, dei cantoni Ticino e Grigioni, nonché dei comuni, in cui le Officine di Bellinzona rimangano un’unità unica con gli attuali prodotti (locomotive elettriche di linea e carri Cargo) e i lavoratori assunti alle stesse condizioni contrattuali. Questa la proposta del sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni al governo ticinese: c’è chi dice che l’unico modo per attuare ciò, sia di fondare una società cooperativa a gestione operaia e pubblica

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