Una risposta a Donatello Poggi (Lega): la sinistra vuole essere popolare, non populista!

Non c’è dubbio, caro Poggi, la sinistra ha fatto anch’essa degli errori, come tutte le correnti politiche. C’è gente, come i comunisti, che lavora per migliorarla perché crede ancora nei valori di solidarietà, di giustizia, di amicizia fra i popoli e in ultima analisi nell’ideale socialista; e c’è gente invece che cambia casacca in base a chi porta più voti seguendo di pancia la faciloneria del momento, cavalcando le paure della gente, offrendo loro la solita demagogia patriottarda. La sinistra a volte ha scordato di rivendicare, spesso si limita a stare sulla difensiva. La sinistra – che ha un patrimonio culturale umanista – a volte cade nel buonismo, ma francamente lo trovo sempre meglio del becero e volgare sbraitare di certi individui che fomentano la guerra fra poveri e cercano capri espiatori per dividere i popoli e i lavoratori.

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Muro di Berlino: oggi servirebbe maggiore equilibrio!

max_cdtQuesto anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.

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Conflitto sociale o concertazione?

fascidellavoroPer i sindacati è necessario «armonizzare la propria azione con le direttive del governo che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della nazione». Insomma va finalmente compreso «il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla  necessità di  stringere sempre più cordiali rapporti tra  i singoli datori di lavoro e i lavoratori». Ciò, in pratica, significa che «nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Sembrano frasi così attuali, così ”normali”, così  “equilibrate”, così ”di buona volontà” che potrebbero essere state dette da uno qualsiasi dei nostri Consiglieri di Stato, da un dirigente sindacale a modo o da un rappresentante del padronato “illuminato”, aperto al dialogo. Anzi, spingiamoci oltre: sono parole compatibili con il sistema svizzero della concertazione, della “pace del lavoro”, dell’eterno compromesso. E invece non è così: le frasi che avete letto, infatti, sono datate 23 dicembre 1923 e, con la loro codificazione nella “Carta del Lavoro” del 1927, rappresentano nientemeno che l’ossatura del sistema economico del regime fascista in Italia! Questa profonda similitudine fra il modo di concepire la contraddizione capitale-lavoro nell’Italia dittatoriale e fascista del Ventennio e nella Svizzera liberal-democratica contemporanea dovrebbe far riflettere molto tutti noi, soprattutto gli apologeti del nostro sistema politico consociativo. Alla base del corporativismo fascista c’è l’abolizione di fatto del concetto di “classe”, il voler credere che fra classi sociali antagoniste (come quella dei lavoratori e quella dei padroni) possano esserci punti di contatto e interessi condivisi. Ma quale può essere l’interesse comune fra un operaio delle Officine che rischiava il posto o un buralista delle ex-PTT buttato in strada a 50 anni, e i rispettivi manager o azionisti? Gli uni lottano per arrivare alla fine del mese svolgendo un lavoro onesto, gli altri si interessano solo dei propri dividendi e del raggiungimento del massimo profitto a scapito, se necessario, anche dell’essere umano.

Il conflitto è insomma un elemento imprescindibile nella società liberale, dove le differenze sociali sono alla base del sistema economico stesso. In una società divisa in classi, infatti, se i lavoratori vogliono conquistare dei diritti devono lottare, creando dei rapporti di forza verso il padronato, cioè sviluppare un sindacalismo combattivo che concepisca il conflitto sociale come motore del progresso!  E’ la storia che ce lo insegna: se non c’era l’occupazione, oggi le Officine di Bellinzona sarebbero state un ricordo, e forse i primi a rendersene conto sono stati coloro che sono stati spazzati via dalla privatizzazione delle ex-regie federali.

Il sindacalismo in una società democratica (e non fascista) non deve essere di accompagnamento alle logiche padronali neo-liberali e non deve occuparsi soltanto degli effetti senza verificare le cause dei problemi riscontrati dai lavoratori. E la causa di tutti gli effetti risiede a monte, in un sistema economico profondamente iniquo e perverso dove quando 1’443’000 persone negli ultimi 3 mesi perdono il loro posto di lavoro nell’UE, nel medesimo tempo le borse rimontano e fanno guadagnare gli azionisti. La causa si chiama liberalismo e questa crisi dobbiamo saperla usare per costruire dal basso dei nuovi rapporti economici e sociali sostenibili, aumentando i diritti ai salariati e nazionalizzando i settori economici strategici: insomma, per dirla con l’amico Chavez, un “socialismo del XXI secolo”.

Alle Officine si deve ancora resistere!

Un articolo di Sidney Rotalinti e Massimiliano Ay

Lotta sindacale e offensiva padronale
La vertenza delle Officine di Bellinzona ha travalicato i confini di una “normale” vicenda sindacale, perché sono state toccate le radici di un intero popolo cresciuto intorno alla Gottardbahn. Quanto successo nell’ultimo mese è il risultato di due fattori: una reazione unita dei lavoratori messi di fronte ai tagli e una coscienza di lotta da parte dei leader operai. Anni fa questi ultimi avevano fondato il comitato “Giù le mani dalle officine” e recentemente hanno lasciato il sindacato SEV. Nel distacco esistente fra il sindacato di categoria e militanti operai, UNIA ha colto un’opportunità di azione assumendo un ruolo di primo piano nel contrastare l’offensiva padronale che vorrebbe portare la manutenzione delle locomotive a Yverdon e privatizzare quella dei vagoni. Tale idea nasce nei progetti della taskforce Turnaround (che in inglese vuol dire anche “voltafaccia”). I guai incominciano nel gennaio 2007 quando Andreas Meyer arriva dalla direzione della Deutsche Bahn per prendere in mano la direzione delle FFS. Gli operai e i tecnici di Bellinzona vengono affiancati da “consulenti” pagati dai 2000 ai 7000 franchi al giorno (!). Questi consulenti non servono a far funzionare meglio l’azienda, perché le Officine sono già produttive. I consulenti servono semmai a smembrare le officine. La reazione degli operai è poderosa. Anche perché stavolta – di fatto – il “padrone del vapore” non è un cinico faccendiere privato, ma le FFS. Ma allora, a cosa serve la Svizzera, se un’intera regione viene buttata a mare in nome di interessi contrari al benessere collettivo?

Una cattiva politica dei trasporti
La reazione popolare è possente anche perché – durante lo sciopero – arrivano i dati contabili dell’altro grande trasportatore, la Basel Lötschberg Simplon. La trasversale del Löetschberg è appoggiata da Deutsche Bahn (da cui proviene Meyer) e dalle lobby bernesi che avevano sostenuto Adolf Ogi nell’idea – folle – di realizzare due trasversali alpine a 30 chilometri di distanza l’una dall’altra. La BLS ha addirittura incrementato dell’11% i propri transiti sull’asse del Gottardo: dunque il lavoro c’è, ma lo prendono gli altri! Gli “scienziati” di Turnaround stanno mettendo arbitrariamente sui conti delle Officine di Bellinzona gli errori che hanno fatto quando si sono buttati nella privatizzazione dei traffici europei. I politici svizzeri – con poche eccezioni – hanno trascurato il Gottardo: nel 1984 il Consiglio federale risponde al deputato Sergio Salvioni sostenendo che non vi è alcuna fretta di creare una trasversale alpina sul Gottardo. Intanto la lobby bernese varava i primi crediti per il Lötschberg. Questa assoluta mancanza di una vera politica dei trasporti ha avuto consequenze catastrofiche: l’asse del Gottardo risulta attualmente scoordinato da tutta la progettualità europea in materia di ferrovie.

La società civile e gli operai
Dopo un mese di sciopero il piano di ristrutturazione è stato ritirato. Da un lato è una vittoria, dall’altro occorre ricordare che la battaglia non è affatto finita: adesso si va al tavolo delle trattative. Nella preparazione di questa lotta i sindacati hanno mostrato capacità organizzativa, ma devono adesso avere la saggezza che la situazione richiede: bando alle strumentalizzazioni e alle egemonie! Per quanto importanti le sole capacità sindacali non potranno vincere questo braccio di ferro epocale: durante le trattative si dovrà infatti stare attenti a mantenere ben saldo il formidabile sostegno della società civile. Il confronto duro non è ancora cominciato e i primi segnali sono preoccupanti. Moritz Leuenberger impone un mediatore (Steinegger) in modo unilaterale. Durante l’ultima assemblea (18 aprile) gli operai hanno compreso che la controparte “fa ancora finta di non aver capito” e, attraverso la stampa, rilancia subdolamente la necessità della Turnaround. Le trattative saranno lunghe: due mesi dice Leuenberger. Come se ciò non bastasse Steinegger (figura discutibile poiché coinvolto in vari consigli di amministrazione “critici”) ritarda l’inizio delle discussioni a fine maggio. Due mesi a partire da fine maggio? Arriviamo a luglio-agosto, un momento dell’anno delicato, ideale per le più spietate razionalizzazioni. E’ quindi fondamentale operare per rendere duraturo l’abbraccio fra gli operai e la società civile. In quest’ottica è stata costituita l’Associazione “Officine 2008”. Fra i fondatori il sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni e l’arciprete Pierangelo Regazzi, propugnatore della dottrina sociale della Chiesa, convinti del fatto che occorre sostenere il progetto di un “polo tecnologico” voluto dalle oltre 15 mila firme dell’iniziativa popolare. Una cosa è certa: la prima battaglia è vinta, ma gli avversari non si sono arresi. Anzi!

La profanazione… della dignità!

Il presidente del PLR di Bellinzona Giorgio Krüsi, stando a “LaRegione” del 4 aprile, definisce il gesto di portare in Officina il vessillo ufficiale della Città una “profanazione” dello stesso, quasi un vilipendio alla bandiera, roba da tradimento del patrio suolo. Io credo, invece, che la bandiera abbia un significato importante: essa è il simbolo di una città che non accetta un sopruso, che ha il coraggio di stare al fianco di una classe operaia data per morta e che invece esiste (e resiste) con quella dignità che sempre l’ha contraddistinta. Quel vessillo sta a indicare che in pittureria sta il cuore di tutti i bellinzonesi responsabili, per i quali i valori e gli ideali hanno ancora un significato, checché ne dicano i cultori del libero mercato e del profitto a tutti i costi. Meglio che il vessillo stia dalla parte di chi lavora onestamente, piuttosto che chiuso a prendere polvere nelle sale del potere.
Krüsi (che forse ha confuso la politica con la caserma) pare indignato anche dal fatto che la “profanazione” del biscione sarebbe associata a “un’azione illegale”. Per il presidente liberale lo sciopero alle Officine è dunque un’azione illegale: le stesse parole che usano i vertici aziendali! A me invece risulta essere un’azione inserita nel solco della difesa del contratto collettivo di lavoro. Don Milani (un prete, non un insurrezionalista) considerava lo sciopero un’arma sacrosanta, pacifica, ma che ai soprusi non porge l’altra guancia! “L’attitudine di una parte delle personalità che oggi si oppongono alle decisioni di FFS Cargo è particolarmente ipocrita. In effetti, questi stessi attori politici sono stati e sono ancora i fautori della logica di privatizzazione e di smantellamento dei servizi pubblici. Sono anche gli oppositori ad ogni proposta progressista in materia di diritto del lavoro, per esempio una regolamentazione contro i licenziamenti abusivi” (comunicato del Partito Svizzero del Lavoro). A buon intenditor, poche parole…

L’officina ai lavoratori, le ferrovie al popolo!

LocomotivaLa determinazione e il coraggio dei lavoratori esiste e resiste in Viale Officina e in più occasioni è stato ribadito urlando lo slogan “Giù le mani dall’officina”. Da qualche giorno sono anche state stampate delle bandiere che i ticinesi stanno appendendo sui balconi, come si faceva – con la bandiera arcobaleno – ai tempi dell’invasione dell’Irak. La solidarietà popolare è grandiosa: mai come in queste settimane si vede una così grande vicinanza umana con il destino dei lavoratori. Il SISA continua la sua opera di sensibilizzazione nelle scuole animando assemblee, raccogliendo fondi e invitando gli insegnanti a portare le classi in Officina al posto delle normali lezioni. Addirittura gli allievi del Liceo di Bellinzona, riuniti in assemblea, hanno devoluto Fr. 5’000 della cassa per le attività studentesche al fondo di sciopero. Anche dall’estero non mancano testimonianze di sostegno: dopo una delegazione di sindacalisti del Sud Africa arrivati nelle Officine, anche Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), tramite la sezione di Bellinzona del Partito Comunista (PC), ha fatto arrivare alle maestranze una dichiarazione scritta in cui esorta i lavoratori a continuare nella loro giusta lotta.

Una lotta logorante
Ma nell’entusiasmo e nella solidarietà, non possiamo dimenticarci di chi questa lotta la sta facendo direttamente e cioè i 400 lavoratori e le loro famiglie. Benché mantengano alto il morale, i sindacati devono prendere molto seriamente i primi comprensibili segnali di stanchezza. “Vogliamo risposte, continuate a girare in giro alla domanda” ha esclamato un operaio interrompendo il discorso di un segretario di UNIA durante l’assemblea del 25 marzo. Si è trattato di un’assemblea in cui i lavoratori hanno posto moltissime domande ai membri del comitato di sciopero: alcuni hanno chiesto se i colleghi di Friborgo si siano uniti all’agitazione o se invece continuassero a lavorare, altri hanno ammesso che la stanchezza inizia a farsi sentire e che le FFS stanno portando avanti una guerra di logoramento. Non è infatti un mistero che il padronato faccia corsi appositi per gestire un conflitto sociale e per distruggere un’agitazione sindacale: psicologia (coscienza di classe e formazione politica lacunosa) e pressione finanziaria (indennità di sciopero) sono due elementi che non vanno infatti sottovalutati. L’importante però è non accettare uno stato di cose stagnante, ma passare all’offensiva a livello di azioni (non è stata ancora bloccata la linea del Gottardo, gli altri dipendenti FFS non si sono ancora mobilitati, il preavviso di agitazione dell’Unione Sindacale si potrebbe sviluppare in sciopero generale cantonale). Ma ciò non basta: bisogna anche ragionare in senso propositivo.

Superare l’impasse
Per essere propositivi bisogna sapere che il sito di Bellinzona funziona bene: è capace di stare sul mercato e contribuisce finanziariamente al debito che FFS Cargo accumula soprattutto a causa del traffico merci all’estero. I lavoratori dello stabilimento ticinese hanno vissuto sulla loro pelle tante ristrutturazioni capitalistiche e sanno una cosa: la produttività è cresciuta! Il numero di locomotive per operaio è passato infatti da dieci nel 2000 a venti nel 2007; la lavorazione delle ruote dei veicoli dal 2006 al 2007 è cresciuta di 2100 unità; e il numero di vagoni riparati è salito di altre 400 unità. Con queste cifre si può dimostrare che le Officine possono continuare a vivere. A questo punto occorre però superare l’impasse e sono due le strade percorribili: o si mantiene lo status quo, con un ritiro definitivo delle pretese dei vertici di FFS Cargo; oppure si studia l’ipotesi dell’autogestione e quindi dell’esproprio. Qualcosa di simile aveva proposto il deputato del Partito Svizzero del Lavoro Zysiadis in occasione della lotta della Boillat che con Bellinzona presenta delle similitudini. Visto che le FFS hanno ripetutamente affermato che non vogliono più occuparsi della grande manutenzione, esisterebbe infatti la possibilità di valutare la creazione di un polo tecnologico ferroviario regionale. L’idea è quella di creare un unico stabilimento industriale a gestione pubblica con la partecipazione della Confederazione, dei cantoni Ticino e Grigioni, nonché dei comuni, in cui le Officine di Bellinzona rimangano un’unità unica con gli attuali prodotti (locomotive elettriche di linea e carri Cargo) e i lavoratori assunti alle stesse condizioni contrattuali. Questa la proposta del sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni al governo ticinese: c’è chi dice che l’unico modo per attuare ciò, sia di fondare una società cooperativa a gestione operaia e pubblica

Contro il razzismo e il fascismo latente

Pecore comuniste contro pecora nazistaCome giustamente scrivono i Giovani Progressisti nel loro volantino, occorre “rispondere con forza alla crescente xenofobia ed al razzismo propagandato dalla politica populista e ignorante di partiti come Lega e UDC. Il razzismo è un problema ben radicato nella nostra società ed è dovuto anche a indubbie problematiche sociali che colpiscono le fasce meno favorite della popolazione: padronato e classi privilegiate giocano anche su questo aspetto per mettere in concorrenza fra loro i lavoratori: una guerra fra poveri che indebolisce quindi la possibilità di reagire a politiche che ancora oggi sono caratterizzate dallo sfruttamento. Certamente il razzismo è sempre esistito, ma negli ultimi tempi i metodi di propaganda dell’estrema destra si stanno affinando, diventano sempre più subdoli e sono ostentati in modo da far passare i loro messaggi di odio e di discriminazione con più facilità, banalizzando questi pensieri. Intendiamo ribadire i valori di solidarietà, fratellanza e uguaglianza che da sempre ci caratterizzano e invitiamo quindi tutte le persone di sensibilità democratica a partecipare alla mobilitazione indetta per Sabato 29 settembre 2007 alle ore 15.00 presso la Stazione FFS di Bellinzona.