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La lista nera dei bassi salari

bassisalariLe imprese che vengono colte in flagrante “con paghe totalmente inaccettabili moralmente, devono essere denunciate pubblicamente e inserite in una black list di dominio pubblico”. Lo dice il presidente dei Giovani Liberali Radicali, Giovanni Poloni, proponendo una lista nera dei padroni che ai lavoratori versano “salari cinesi” (termine, quest’ultimo, usato anche da ambienti sindacali).

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Relazione politica al XXI Congresso del Partito Comunista del Ticino

Amiche e amici ospiti, compagni dei partiti esteri, del KKE esempio di mobilitazione; del PdCI attraverso cui saluto il compagno Oliviero Diliberto che ho recentemente incontrato al vostro Congresso di Rimini; compagni delle rappresentanze diplomatiche, dei partiti della sinistra ticinese e cari compagni dalla Mesolcina; compagna Tamara Magrini, rappresentante dell’Autorità comunale di Locarno;  compagno Cyrille Baumann del Partito del Lavoro di Berna e della Gioventù Comunista nazionale: grazie a tutti voi per onorarci della vostra presenza.

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Nobel: premiata l’estrema destra cinese!

Il premio Nobel non è quasi mai insignito a una persona per i suoi effettivi meriti di pace o letterari, esso rientra al contrario – come qualsiasi cosa pretesa neutrale – in un subdolo gioco politico ben orchestrato. Il nuovo nemico dell’Occidente è la Repubblica Popolare Cinese che si sta sviluppando enormemente sopraffacendo il dominio aggressivo euro-americano: occorre quindi demonizzarla, affinché i popoli occidentali detestino quello cinese. Liu Xiaobo, il poeta cinese, neo-premiato è una pedina di questo sporco gioco dell’ennesima “guerra di civiltà”.

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E’ forse il Dalai Lama paragonabile al papa dei buddisti?

La quasi venerazione del Dalai Lama che predica pace ed armonia sta toccando livelli deleteri anche a sinistra. A questo proposito la foto qui di fianco è sintomatica: il Dalai Lama è in posa con Bruno Beger, ex-comandante delle SS naziste. Al di là di queste amicizie quantomeno inopportune, qualcuno definisce il Lama, addirittura, il pontefice dei buddisti e come tale dovrebbe godere di rispetto per la sua importanza religiosa. Ma siamo sicuri che le cose stiano così?
Il 6% della popolazione mondiale è buddista. Il Dalai Lama ne rappresenta in realtà una parte iper-minoritaria, circa un sessantesimo: egli infatti non è riconosciuto dai buddisti zen giapponesi, dai buddisti thailandesi e dai buddisti cinesi. Nel Tibet stesso il Dalai Lama però ha un problema di rappresentatività: dei quattro riti presenti, lui appartiene unicamente a quelli dei cosiddetti “berretti gialli” (“gelugpa”). Ecco quindi che questo strano santone non ha poi così tanti adepti religiosi, eppure ha una marea di seguaci politici. Già, perché la sua attività principale è politica non è spirituale come si vuole far credere. E la politica non è mai neutrale e non sempre è basata sugli ideali, ma a volte è retta da affari loschi e interessi geopolitici più grandi di noi.
Ebbene, il profeta nella pace e della nonviolenza, che ha sempre pronto un messaggio contro la Cina ma che si guarda bene dal condannare le malefatte USA, ha scelto da che parte stare. E ha scelto quello della reazione servendo gli interessi dell’imperialismo. Fino al 1980 il Dalai Lama ripeterà che lui non dipende da nessuno. Poi, per un brutto scherzo del destino un documento segreto della CIA viene pubblicato: dal 1959 al 1972 il santone aveva ricevuto qualcosa come 180’000 dollari all’anno come stipendio. A questi si aggiunge la bella cifra di 1,7 milioni di dollari, sempre all’anno, per mantenere in piedi la rete internazionale di solidarietà con il Tibet.
Lo stesso montante è stato versato da una ONG americana, la NED, creata appositamente dal Congresso USA. Ma i soldi da soli non bastano alla causa: suo fratello Gyalo Thondrup, anche lui noto esponente dello spirito santo e della nonviolenza, si occupò di addestrare in Arizona dei fanatici buddisti alla lotta armata di stampo terroristico. Di questi mercenari gli USA si servirono per organizzare rivolte anti-cinesi già negli anni ’50. Stando poi al Modern War Studies dell’Università del Cansas (2002) il Dalai Lama chiedeva che gli USA invadessero il Tibet militarmente in funzione anti-comunista come avvenuto in Corea. Che dire? proprio un sant’uomo!

Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!

LamaUn treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare l’opinione pubblica a vedere nella Cina il futuro nemico dell’Occidente: prima c’erano i sovietici, ora gli integralisti islamici, fra un po’ i cinesi, che oltre a dirsi comunisti sono anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo seri problemi al dominio nordamericano. La Sinistra occidentale, come spesso accade, ormai del tutto disarmata da quel metodo scientifico di analisi che è il marxismo, si lascia prendere da facili emozioni pseudo-umanitarie e si scaglia senza riflettere contro il bastione cinese che non si arrende al mondo unipolare. La storia della “repressione” è però un’altra e va raccontata anche se è impopolare.

Riabilitare i nazi…

La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer, un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà!
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Il santone
E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli occidentali in cerca di una identità “alternativa”: il Dalai Lama, che vive di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista. Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro l’aborto e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la schiavitù, dove non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si facevano dormire con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e teocratica basata sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli ospedali, e dove i figli dei contadini erano registrati come oggetti appartenenti al monaco di turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti per capire che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950, accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione della società feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese degli altri. Le riforme di Mao hanno portato all’innalzamento dell’età media della popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è il tibetano. Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da quando dei democratici – ancorché non comunisti – si mettono a difendere una società autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai Lama fu costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare contro la schiavitù?
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L’invasione fu davvero invasione?
Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però, il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio 2000 sul quotidiano “Il Manifesto” Enrica Collotti Pischel: “Non ha alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet (…); nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell’assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani (…); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. (…) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l’accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. (…) Recentemente la CIA (…) ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione della rivolta tibetana.” Ma allora, la Cina popolare cosa ha fatto di tanto “riprovevole”? Non solo ha portato diritti sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la loro cultura e la loro religione.
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Una strategia imperialista
Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il “dividi et impera” è una strategia tipica dell’imperialismo, utilizzata spesso dagli USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne l’unità della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a maggioranza turca): questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare. Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è diventato un dogma: il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” che nel caso concreto è orchestrato all’estero! Per dei comunisti vale il metodo marxiano di analisi dello stato di cose presenti. Non vedere come certi princìpi, nell’evoluzione della realtà, possano diventare strumenti reazionari, significa abbandonare di colpo ogni base filosofica materialista-dialettica
  • Questo articolo è uscito pure sulla rivista italiana “Gramsci Oggi” 4/08 : scarica il PDF
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