L’antifascismo non va banalizzato!

Il compagno Daniele Maffione, responsabile “antifascismo” per i Giovani Comunisti italiani (organizzazione legata al Partito della Rifondazione Comunista), con un suo recente articolo ha sollevato un polverone in certi ambienti del movimento comunista della penisola. L’articolo contiene, a dire il vero, alcuni elementi poco approfonditi, i quali possono effettivamente creare confusione. Ad esempio anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, siamo anti-europeisti e non per questo difendiamo teorie economiche fasciste, anche se è evidente il rischio di pensare – sbagliando! – che per uscire dalla globalizzazione imperialista si debba per forza effettuare una sterzata reazionaria e tornare agli stati nazionali. Il culto dello stato nazionale nella fase storica attuale in Occidente (che, non a caso, non è paragonabile all’Oriente) porterebbe solo a dare illusione alla classe operaia (o meglio: alla “aristocrazia operaia”) di una presunta sovranità riconquistata, imbrigliandola in realtà – in modo ancora più totale del solito – fra le mani della borghesia, che non esiterà – nel contesto ormai evidente del confronto interimperialista – di spingerla in una nuova guerra fra poveri. E la patria si gloria di altri “eroi”  (…sempre proletari naturalmente) alla memoria…

Leggi l’articolo completo

Una risposta a Donatello Poggi (Lega): la sinistra vuole essere popolare, non populista!

Non c’è dubbio, caro Poggi, la sinistra ha fatto anch’essa degli errori, come tutte le correnti politiche. C’è gente, come i comunisti, che lavora per migliorarla perché crede ancora nei valori di solidarietà, di giustizia, di amicizia fra i popoli e in ultima analisi nell’ideale socialista; e c’è gente invece che cambia casacca in base a chi porta più voti seguendo di pancia la faciloneria del momento, cavalcando le paure della gente, offrendo loro la solita demagogia patriottarda. La sinistra a volte ha scordato di rivendicare, spesso si limita a stare sulla difensiva. La sinistra – che ha un patrimonio culturale umanista – a volte cade nel buonismo, ma francamente lo trovo sempre meglio del becero e volgare sbraitare di certi individui che fomentano la guerra fra poveri e cercano capri espiatori per dividere i popoli e i lavoratori.

Leggi l’articolo completo

Nobel: premiata l’estrema destra cinese!

Il premio Nobel non è quasi mai insignito a una persona per i suoi effettivi meriti di pace o letterari, esso rientra al contrario – come qualsiasi cosa pretesa neutrale – in un subdolo gioco politico ben orchestrato. Il nuovo nemico dell’Occidente è la Repubblica Popolare Cinese che si sta sviluppando enormemente sopraffacendo il dominio aggressivo euro-americano: occorre quindi demonizzarla, affinché i popoli occidentali detestino quello cinese. Liu Xiaobo, il poeta cinese, neo-premiato è una pedina di questo sporco gioco dell’ennesima “guerra di civiltà”.

Leggi l’articolo completo

L’incontro (democratico) fra socialisti e radicali

La fondazione dell’associazione “Incontro Democratico” fra alcuni membri del PS e dell’ala radicale del PLR, al di là delle riflessioni intellettuali potenzialmente interessanti a cui sicuramente potrà dare adito, indica – leggendo fra le righe – che gli equilibri nel centro-sinistra stanno mutando.

L’associazione si pone l’obiettivo di contrastare l’imbarbarimento del dibattito politico, quasi un esercizio di stile – con un vago cenno di buonismo – che rifiuta il conflitto come base di crescita dei diritti, per favorire invece la concertazione, il consociativismo, l’eterno compromesso. La socialdemocrazia, insomma, al posto di spostarsi verso le istanze operaie e di base,  trovando assieme agli altri partiti progressisti una risposta combattiva per uscire da sinistra dalla pesante crisi economica attuale, ha deciso un’altra priorità, quella di trovare sinergie con la borghesia “illuminata” per discutere su …come discutere!

Leggi l’articolo completo

Il pio volontariato caritatevole o la solidarietà internazionalista?

Con la progressiva omologazione ideologica dei partiti di tradizione operaia (ma anche con il venire meno del socialismo esteuropeo) si è assistito all’esplosione del volontariato, una volta istituzione marginale e di interesse quasi esclusivo dei cattolici. Oggi il volontariato è un fenomeno di massa che coinvolge soprattutto il “ceto medio” e che riguarda ampi settori della sinistra “alternativa” non di classe e non interessata a una concreta trasformazione strutturale della società. Vi partecipano migliaia di giovani occidentali perché trovano in esso un mezzo per esprimere il loro altruismo. Propositi encomiabili, ideali generosi, ma che troppo spesso possono finire con l’essere strumentalizzati per giochi internazionali che sfruttano il pietismo un po’ buonista per scopi affatto etici.

Leggi l’articolo completo

Muro di Berlino: oggi servirebbe maggiore equilibrio!

max_cdtQuesto anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.

Leggi l’articolo completo

Conflitto sociale o concertazione?

fascidellavoroPer i sindacati è necessario «armonizzare la propria azione con le direttive del governo che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della nazione». Insomma va finalmente compreso «il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla  necessità di  stringere sempre più cordiali rapporti tra  i singoli datori di lavoro e i lavoratori». Ciò, in pratica, significa che «nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Sembrano frasi così attuali, così ”normali”, così  “equilibrate”, così ”di buona volontà” che potrebbero essere state dette da uno qualsiasi dei nostri Consiglieri di Stato, da un dirigente sindacale a modo o da un rappresentante del padronato “illuminato”, aperto al dialogo. Anzi, spingiamoci oltre: sono parole compatibili con il sistema svizzero della concertazione, della “pace del lavoro”, dell’eterno compromesso. E invece non è così: le frasi che avete letto, infatti, sono datate 23 dicembre 1923 e, con la loro codificazione nella “Carta del Lavoro” del 1927, rappresentano nientemeno che l’ossatura del sistema economico del regime fascista in Italia! Questa profonda similitudine fra il modo di concepire la contraddizione capitale-lavoro nell’Italia dittatoriale e fascista del Ventennio e nella Svizzera liberal-democratica contemporanea dovrebbe far riflettere molto tutti noi, soprattutto gli apologeti del nostro sistema politico consociativo. Alla base del corporativismo fascista c’è l’abolizione di fatto del concetto di “classe”, il voler credere che fra classi sociali antagoniste (come quella dei lavoratori e quella dei padroni) possano esserci punti di contatto e interessi condivisi. Ma quale può essere l’interesse comune fra un operaio delle Officine che rischiava il posto o un buralista delle ex-PTT buttato in strada a 50 anni, e i rispettivi manager o azionisti? Gli uni lottano per arrivare alla fine del mese svolgendo un lavoro onesto, gli altri si interessano solo dei propri dividendi e del raggiungimento del massimo profitto a scapito, se necessario, anche dell’essere umano.

Il conflitto è insomma un elemento imprescindibile nella società liberale, dove le differenze sociali sono alla base del sistema economico stesso. In una società divisa in classi, infatti, se i lavoratori vogliono conquistare dei diritti devono lottare, creando dei rapporti di forza verso il padronato, cioè sviluppare un sindacalismo combattivo che concepisca il conflitto sociale come motore del progresso!  E’ la storia che ce lo insegna: se non c’era l’occupazione, oggi le Officine di Bellinzona sarebbero state un ricordo, e forse i primi a rendersene conto sono stati coloro che sono stati spazzati via dalla privatizzazione delle ex-regie federali.

Il sindacalismo in una società democratica (e non fascista) non deve essere di accompagnamento alle logiche padronali neo-liberali e non deve occuparsi soltanto degli effetti senza verificare le cause dei problemi riscontrati dai lavoratori. E la causa di tutti gli effetti risiede a monte, in un sistema economico profondamente iniquo e perverso dove quando 1’443’000 persone negli ultimi 3 mesi perdono il loro posto di lavoro nell’UE, nel medesimo tempo le borse rimontano e fanno guadagnare gli azionisti. La causa si chiama liberalismo e questa crisi dobbiamo saperla usare per costruire dal basso dei nuovi rapporti economici e sociali sostenibili, aumentando i diritti ai salariati e nazionalizzando i settori economici strategici: insomma, per dirla con l’amico Chavez, un “socialismo del XXI secolo”.

Cadere dalla padella alla brace, la crisi va affrontata diversamente!

crisiCome si poteva prevedere l’Occidente non sa reagire alla crisi economica. Le crisi sono qualcosa di insito nel sistema liberale e anche se questa è particolarmente dura, i governi europei (compreso quello elvetico) dovrebbero essere in grado di gestirla senza venir meno ai diritti civili e alla democrazia, di cui si fanno spesso ipocritamente portavoce in giro per il mondo. Se non lo fanno significa che non hanno capacità di governare. Punto e basta!
L’Occidente, invece, non riesce ad accettare che il proprio sistema di sviluppo sia arrivato a un capolinea e a modificare di conseguenza le proprie regole arrugginite basate su concetti esclusivamente meritocratici ed egoistici. Se lo sapesse fare tenterebbe di uscire dalla crisi favorendo i diritti sociali, dando fiducia ai cittadini, mettendoli nelle condizioni di poter fare una vita tranquilla anche se magari meno consumistica. Appare invece sempre più concreta una “uscita” dalla crisi da destra, reazionaria, con tendenze militariste e repressive, in cui quando necessario si ricorre al nazionalismo esasperato, vedendo nello straniero il capro espiatorio e nei giovani dei violenti dediti all’alcolismo o alla cannabis, quindi da “intruppare” e rendere conformisti.
Il governo della vicina Italia è in tutto ciò assolutamente all’avanguardia: per i giovani sono stati reintrodotti campi estivi di salubrietà fisica di stampo para-militare, il diritto di sciopero sta per essere drasticamente ridimensionato, per controllare le manifestazioni di protesta si useranno dei droni utilizzati normalmente nella guerra in Afghanistan contro i talebani; per gestire i flussi migratori si è approvato un decreto al limite del razzismo dove poveracci che fuggono dalla miseria e dalla guerra (spesso causate dai paesi occidentali!) sono parificati nientemeno che a criminali; per far sentire “sicuri” i cittadini si sono legalizzate le ronde civiche per farsi giustizia da sé (anche se – bontà loro – non potranno essere armate) che tanto ricordano le squadracce nere di Mussolini. E dulcis in fundo il ministro della difesa italiano, Ignazio La Russa (che – è bene ricordarlo – proviene dall’ex-MSI erede del Partito Nazionale Fascista!), intende inviare un altro mezzo migliaio di soldati in Afghanistan su ordine del pacifico Obama.
Dobbiamo però anche imparare a guardare nel nostro orticello: in Svizzera si parla di obbligare i nostri soldati di leva a prestare servizio militare all’estero come carne da macello delle grandi potenze; un commando militare rossocrociato andrà poi in Somalia a difendere i nostri industriali da “pirati” che stanno solo difendendo le risorse della loro terra saccheggiata dalle multinazionali (ma anche questo nessuno lo dice!); a livello economico regaliamo a fondo perso miliardi di franchi a banche private che hanno ormai accumulato debiti paurosi e forse irreversibili; le misure anti-crisi vanno a proporre sgravi fiscali non ai lavoratori o ai piccoli commerci ma alle grandi ditte che nonostante la crisi continuano a fare utili; il diritto del lavoro svizzero resta uno dei più scarni d’Europa; ecc.
Dalla padella del capitalismo in crisi, alla brace di un sistema neo-corporativo con tendenze autoritarie, il quale con politiche “securitarie” crea consenso all’interno e con politiche militari (imperialiste) tenta di portare a casa le materie prime che i paesi poveri non vogliono più regalarci. Insomma, di fronte alla crisi i governi europei mantengono basso il potenziale di conflittualità sociale e di malcontento delle classi subalterne bombardandole con informazioni atte a indirizzare la protesta contro un nemico costruito: all’interno sono i “mantenuti”, cioè immigrati e invalidi; all’esterno sono i paesi che vengono dipinti come attentatori della pace mondiale, come per esempio la Corea del Nord con i suoi missili. (Nessuno però dice che i coreani si stanno solo difendendo dagli USA che da 50 anni, anche con armi atomiche, sono nel sud della penisola coreana).
Un comunista del passato che oggi appare sulle magliette di molti giovani, Ernesto Che Guevara, diceva: “la democrazia liberale è il sistema di governo della borghesia quando non ha paura; il fascismo quando invece ha paura!”. Una frase forte, severa, ma che oggi, pur in un contesto storico diverso, assume un significato profondamente veritiero. A far paura a coloro che tengono il coltello dalla parte del manico in queste nostre società occidentali non sono certamente i Partiti Comunisti – che pure in alcuni paesi come Cechia (14%), Portogallo (10%) e Grecia (8%) restano forti – nemmeno i socialisti (che propongono sempre più politiche identiche alla destra), né le grandi centrali sindacali (spesso trasformate in organizzazioni che offrono servizi, prive però della capacità di stabilire veri rapporti di forza col padronato), ma hanno una paura immensa di questa crisi economica strutturale, un terremoto che non sembra arrestarsi, che sta massacrando il liberalismo occidentale, ma che solo marginalmente riguarda ad esempio paesi come la Cina, che tutti davano, forse a torto, per completamente omologata al capitalismo mondiale.

Quando “anti-capitalismo” fa rima con “socialdemocrazia”

Potrebbe essere ormai cosa fatta. La tanto vituperata lettera “C” di “comunista” potrebbe venir spazzata via dalle sigle dei due più importanti partiti francesi della sinistra che si vorrebbe combattiva. Mentre per il Partito Comunista Francese (PCF) la cosa non impressiona più di tanto, visto il processo di auto-liquidazione che segue ormai da anni (la cosiddetta “mutation”), lascia invece di stucco – ma solo di primo acchito – che un discorso simile appaia ora anche nella Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR), la sezione francese del Segretariato Unificato della IV Internazionale che, con quel tipico atteggiamento trotzkista, ha passato gli anni ad accusare il resto della sinistra di non essere sufficientemente pura e rivoluzionaria.

C’erano una volta i rivoluzionari

In realtà i vertici del trotzkismo francese non sono al loro primo tentativo: da anni personaggi simbolo della LCR come Krivine e Besancenot spingono affinché il partito modifichi la propria denominazione, abolendo il termine “comunista” e consolidando nei fatti l’aspetto piccolo-borghese che ne caratterizza l’ideologia gauchiste. I “riformatori” non sono però finora riusciti a raggiungere il quorum previsto dello statuto, obbligandoli ad accontentarsi di togliere ogni riferimento alla “dittatura del proletariato” dal programma politico, imitando così – con ben 30 anni di ritardo! – il gesto del PCF (antefatto, peraltro, di un progressivo suicidio ideologico che ha inaugurato il processo di autodistruzione di quell’immenso partito). La strategia attuale della LCR è quella di costituire un nuovo soggetto politico chiamato “Nuovo Partito Anticapitalista”. Marx spiega che, attraverso la lotta di classe, le società si evolvono modificando il loro modo di produzione. Volendo fare dell’ironia, “anti-capitalista” potrebbe quindi anche significare reazionario, nel senso che predilige il feudalesimo, predecessore del metodo di produzione capitalistico. Insomma, un po’ ambiguo come termine! In ogni caso, tornando seri, un partito anti-capitalista non è automaticamente un partito comunista in quanto si pone il superamento di un sistema socio-economico senza però stabilire l’obiettivo in base al quale forgiare la prassi (con buona pace di Lenin).

Gli accalappia-comunisti…

A differenza però del PCF, il cui scivolamento socialdemocratico è ormai in una fase avanzata, la LCR mantiene una retorica di estrema sinistra, così da convincere qualche compagno di base, deluso dalla direzione riformista del PCF, a raggiungere le proprie fila. Per favorire questa congiuntura, Besancenot ha riscoperto una strana passione per… Cuba. Evidentemente spera di far dimenticare ai comunisti che la LCR per decenni ha parlato di “regime castrista degenerato”. A tale aspetto si aggiunge il fatto che la LCR non ha mosso un dito per i comunisti che stanno subendo angherie di ogni sorta nei paesi dell’Est (Ungheria, Cechia, ecc.) e in passato, fu proprio la LCR a sostenere il cattolico-liberista Lech Walesa contro la Polonia socialista degli anni ’80, e fu proprio questo partito a difendere “i combattenti afgani della libertà” (i talebani!!!) armati dalla CIA per abbattere le forze laiche sostenute dall’Armata Rossa. Niente di strano: il ruolo del trotzkismo è sempre stato chiaro per chi conosce la storia del movimento operaio, della serie: quando l’estrema sinistra favorisce la destra…

La contraddizione europea

Lasciamo stare la storia e osserviamo la posizione assunta dalla LCR su un tema attuale come l’Unione Europea. Essa rifiuta nei fatti, come la maggioranza del PCF d’altronde, di svolgere un’analisi di classe della situazione e continua a lanciare la parola d’ordine di “un’altra Europa”, quando il carattere imperialista dell’UE difficilmente lascia margini per ragionare su uno sviluppo diverso, democratico e popolare, del progetto di integrazione europea. In questo la LCR rimane ferma al palo del dogma trotzkista dei cosiddetti “Stati Uniti d’Europa”, dimenticando che “sotto regime capitalista – affermava Lenin – gli Stati Uniti d’Europa sono impossibili o reazionari”. Nonostante la fraseologia rivoluzionaria, la LCR si atteggia dunque nei fatti quale ala sinistra del PS, ossia di quella che il filosofo marxista francese George Gastaud definisce la “social-eurocrazia”.

Le lezioni che giungono dall’Iran

UN-FOOD-SUMMIT-FAODa tempo si assiste a una campagna mediatica e politica contro Mahmud Ahmadinejad, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Pur non ritenendo l’Iran un modello di società e non considerando la teocrazia una forma di governo compatibile coi valori a me più cari, non posso non tacere di fronte alle menzogne che Washington e i suoi lacchè europei stanno diffondendo all’opinione pubblica, demonizzando l’Iran, la sua Rivoluzione e il suo presidente; di fatto preparando psicologicamente le masse a una possibile nuova guerra, una nuova crociata. E come sempre sono i “democratici” europei e statunitensi a continuare la propria politica aggressiva (o come si sarebbe detto una volta: imperialista). Non era l’Iraq prima, e non è l’Iran e neanche la Corea Popolare oggi a minacciarci. Come fare quindi per giustificare una guerra? Creando un nemico e dipingerlo come un mostro di fronte a un popolo che riceve informazione omologata da un oligopolio di network.

Anti-semitismo o anti-sionismo?
Ahmadinejad sarebbe così un anti-semita, quasi un potenziale Hitler! Si dimentica però come il termine “semita” non sia un’esclusiva ebraica: esso infatti indica un complesso etnico che va dalla catena del Tauro all’altopiano iranico, alla costa atlantica del Nord Africa, al mar Rosso e all’Oceano indiano. Iraniani ed ebrei sono dunque iran_rabbinientrambi popoli semitici! Nessun telegiornale occidentale ha mostrato le immagini del leader persiano quasi abbracciato da un gruppo di rabbini recatisi dagli USA a Teheran per congratularsi per la politica anti-sionista (evidentemente non anti-semita) del suo governo.
Ahmadinejad sarebbe poi anche un guerrafondaio che vorrebbe distruggere lo Stato d’Israele. Eppure così non è: il dirigente musulmano ritiene di non dover riconoscere Israele nei suoi confini attuali, conseguenza dell’espansionismo di Tel Aviv. Il Capo dello Stato iraniano sottolinea poi che sarà il sionismo stesso a disintegrarsi, per le mille contraddizioni che ne compongono l’ideologia razzista. E non ha forse ragione, il presidente dell’Iran, di fronte alle accuse di chi ha fatto dei diritti umani un’arma unilaterale da usare contro i paesi che non accettano di piegarsi al diktat dello zio Sam, ad affermare: “Perché, se in un’altra parte del mondo, basta che qualcuno viene arrestato e i mass-media di alcuni paesi alzano un polverone e fanno campagna contro? Mentre ogni giorno vengono uccisi centinaia di persone in Palestina e non si vede nessuna sensibilità dalla parte di quegli stessi paesi”? Continua Ahmadinejad: “la nostra presa di posizione contro il regime sionista è a favore di tutti i popoli. (…) I crimini commessi in terra di Palestina sono un disonore per l’umanità. (…) Deve finire l’uccisione delle donne e dei bambini e il far crollare le case sulla testa della gente. (…) C’è qualcuno che è d’accordo con l’assedio perenne e l’isolamento economico della gente, con il non far arrivare i medicinali e il cibo ai civili tra i quali le donne e i bambini? C’è qualcuno che appoggia l’occupazione illegittima delle terre altrui? Qual è il regime che compie tutto questo? Qual è il regime che ha reso senza terra 5 milioni di palestinesi? Chi è che uccide donne e bambini palestinesi? Non è forse il regime sionista? Quale tra i vicini del regime sionista può sentirsi sicuro? Sono 60 anni che la nostra regione vive in un’atmosfera di minaccia”.

Contro la fame e la povertà nel mondo
Un’altra lezione di politica ai leader occidentali il presidente iraniano l’ha data nel recente vertice della FAO a Roma, pochi mesi prima dello scoppio della crisi economica. Ahmadinejad è partito da una constatazione: “mentre il 25% delle persone povere al mondo spende il 75% del proprio reddito in cibo, il bilanciamento tra produzione e consumo di prodotti alimentari sta diventando preoccupante”. Dopodiché ha sferrato un colpo durissimo al capitalismo: “l’estensione dei principi del mercato al principale bisogno umano per l’esistenza, il cibo, è allarmante. In poco tempo, il prezzo di alcuni prodotti agricoli è più che raddoppiato mentre il potere d’acquisto dei poveri è diminuito. Senza dubbio, la continuazione di questa situazione aumenterà la diffusione della povertà e dei morti che essa provoca, causerà dei veloci cambiamenti politico-sociali in molte regioni e sbilancerà l’equilibrio nel mondo, senza nessuna prospettiva di uscita da questa situazione”. Di chi è allora la responsabilità di quanto sta avvenendo? La risposta del leader iraniano è chiara: “una tale preoccupante situazione è il risultato naturale (naturale!!! Ndr) dello sviluppo economico mondiale e dei meccanismi propri del mercato (meccanismi propri del mercato!!! Ndr)”. E’ insomma il mercato stesso a portare la crisi, dunque politiche turbo-liberiste non possono che aggravarne il corso. E per fortuna che nessuno può accusare il capo del governo iraniano di comunismo!
“Oggi – continua Ahmadinejad,  dimostrando senso della realtà – i politici di alcune potenze mondiali sono costretti a svalutare i dollari per diminuire le conseguenza delle loro attività passate ma anche per imporre le loro volontà sul mercato mondiale. (…) Per coprire le continue spese per guerre ed occupazioni, compensati da forti e immorali consumi, e per rimpinguare le tasche del capitalismo mondiale e svuotare quelle delle altre nazioni, c’è stata una vasta iniezione di dollari senza garanzie e oggi tutto questo si è riflesso nella svalutazione del dollaro; un fenomeno che ha messo in pericolo tutte le relazioni economiche mondiali”.
Perché i capitalisti occidentali – si chiede il presidente iraniano – “da una parte impongono alle altre nazioni di abbassare le tariffe delle importazioni agricole in nome del libero scambio e dall’altra danno sovvenzioni ai loro agricoltori eliminando di fatto un gran numero di piccoli agricoltori negli altri paesi. Perché alcune potenze usano e intendono il cibo come un oggetto per fare profitti, usando finanziamenti illegali per mantenere milioni di persone schiacciate nella povertà? Perché alcune potenze – per acquisire il dominio del mondo – passano tutte le frontiere dell’umanità e dei valori morali? Perché certa gente si comporta così? La domanda che ci si pone è: qual è la soluzione? Con i meccanismi esistenti, si potrà controllare la loro infinita avidità e il loro appetito inarrestabile?”. La soluzione è quella di impedire il continuo affermarsi dell’egemonia di stampo imperialista e neo-colonialista e quella di una reale analisi di classe della situazione internazionale. Questo Ahmadinejad non lo dice fino in fondo, ma neanche me lo aspetto: per non essere marxista ha già detto tanto!
Tolti i riferimenti religiosi tipici per un esponente iraniano, che apre ogni suo discorso con un ringraziamento al Padreterno, il suo messaggio rimane comunque un monito che pochi della classe politica occidentale sarebbero in grado di sostenere. Dice infatti Ahmadinejad: “In questa situazione, l’importanza della diffusione (…) dei valori umani ed etici, e la scelta di dirigenti giusti e probi è maggiore di prima (…). La competizione per il potere e la ricchezza deve trasformarsi in quella per servire la gente e per l’amore”.
Interessanti anche le proposte avanzate dallo statista per risolvere la crisi alimentare: non solo costituire un organo indipendente eletto da tutti i paesi per regolare il mercato, ma destinare una parte delle spese militari (!) di tutti i paesi al miglioramento della produzione. Non solo più equità nella distribuzione e nella produzione, ma l’adesione delle grandi potenze alle convenzioni per preservare l’ambiente e combattere l’inquinamento atmosferico, così da prevenire la desertificazione. Altra richiesta di Ahmadinejad è che “le potenze oppressive siano obbligate ad orientarsi verso la pace e l’amicizia al posto delle guerre e delle occupazioni e devolvere le spese militari per migliorare la situazione dell’agricoltura nel mondo e aiutare le genti povere dei propri e degli altri paesi”. L’esponente del governo di Teheran chiede poi il divieto del traffico di energia e di “creare un sistema efficace per produrre e distribuire diversi tipi di energia”. E mentre i vertici dell’imperialismo rimanevano offesi e sconvolti dalla presenza dell’indesiderato capo di stato, lui si è rivolto a loro con: “La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi.”