Il general Guisan e l’obbligo militare

Ho seguito di recente alcune reclute che hanno chiesto una mano al sindacato degli studenti con cui collaboro al fine di uscire anzitempo dal servizio militare per un’obiezione di ragione o di coscienza. E’ da ormai dieci anni che mi occupo di queste pratiche e finora sempre con successo, benché negli ultimi tempi l’esercito sembra faccia di tutto per farsi odiare e costringere tutti ad assoggettarsi al suo “patriottico” (?) volere.

Tutte le ormai ex-reclute di quest’anno erano disponibili a prestare un servizio civile sostitutivo a favore della collettività (in case anziani, nel settore agricolo, in istituiti pedagogici per ragazzi portatori di handicap, ecc.), eppure a ciascuna di esse i solerti ufficiali hanno tentato in ogni modo di impedirlo, arrivando addirittura alle minacce, nonostante il servizio civile sia previsto dalla Costituzione federale. A questi ufficiali vorrei ricordare l’ordine diramato durante l’ultima guerra mondiale da un loro predecessore, un tale chiamato Henri Guisan. Il generale considerava infatti efficace la difesa del paese solo se il corpo militare era animato dalla “coesione morale, dall’entusiasmo”, in quanto “colui che non ha fede, né entusiasmo per la sua causa, è come una foglia morta”.

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In Svizzera i disoccupati piangono e i militari gongolano

E’ una decisione semplicemente fuori di testa! Il parlamento svizzero nella sua maggioranza di destra (ma spesso aiutata anche da una sinistra all’acqua di rose) dimostra tutta il suo essere lontano dal paese reale, dai problemi veri sentiti dalle persone che lavorano o studiano e che sentono le proprie condizioni di vita precarizzarsi di anno in anno. E in parlamento invece, loro pensano ad aumentare i soldi da destinare ai militari.
Viviamo in un contesto di crisi economica per nulla congiunturale, bensì sistemica: è dal 2008 che ci raccontano che tutto migliorerà, e invece le difficoltà continuano imperterrite. E se prima era colpita solo la finanza, ora sono colpiti un po’ tutti i settori. Abbiamo i disoccupati in aumento (e abbiamo da poco peggiorato l’assicurazione contro la disoccupazione, spostando così i problemi all’assistenza sociale!); abbiamo aziende in difficoltà che impongono ore di lavoro non pagate ai propri dipendenti in barba ai diritti sindacali o alla più banale “responsabilità sociale” tanto ipocritamente sbandierata; abbiamo imprese che, pur continuando a fare profitti, abusano della situazione per lasciare a casa lavoratori magari in là con gli anni o per assumere frontalieri a basso costo, facendo poi credere che la colpa risieda nell’operaio non residente che legittimamente anche lui cerca di migliorare la sua condizione di vita. Lo Stato in tutto questo non interviene, anzi lascia fare per amore del cosiddetto “libero” mercato. Quando interviene lo fa solo per regalare una trentina di miliardi di soldi della popolazione alla multinazionale UBS, la quale comunque, poi, continua a licenziare.
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Pene giuste, non pene esemplari!

Il segretario dell’UDC ticinese durante un dibattito elettorale a cui ho preso parte perorava la causa della reintroduzione della “pena di morte”. Ma – bontà sua! – “solo per i rei confessi”, come se uno confessasse un reato, sapendo di finire sulla forca?! In queste sue proposte l’UDC non stupisce più di tanto: è ormai un partito che di “centro” non ha assolutamente niente e che francamente pure di “democratico” ha ben poco, visto che favorisce nientemeno che le “leggi speciali” (tipiche nei regimi autoritari) valide solo per alcune categorie di persone, ovvero coloro che non hanno il “privilegio” di avere il passaporto svizzero. Facile fare politica dettando l’agenda del Paese e ricattando le altre forze politiche a suon di denari con pubblicità estese piene di faziosità e di strumentalizzazioni.

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Il mio FAss 90 smontato…

Rivedo me stesso in grigioverde, inebetito, quando quel primo tenente di quasi dieci anni fa mi porse solennemente l’arma d’ordinanza. Al momento dell’istruzione me la fecero smontare per esercizio, poi, però io non la rimontai. Il giorno successivo mi spedirono a casa, “licenziato” sta scritto sul libretto di servizio, anzitempo: loro furenti, io tutto il contrario!

Quel FAss 90 che ho rifiutato, ora però mi viene propinato addirittura come un “valore” nazionale cui non si potrebbe rinunciare. Lo suggerisce una campagna propagandistica costata cifre che sicuramente un partito operaio non si potrebbe permettere neppure in sogno, ma l’uguaglianza di chances – lo sappiamo – non appartiene (ancora) al credo democratico del nostro Paese, dove la forma prende troppo spesso il sopravvento sulla sostanza.

Il fucile d’assalto che avevo lasciato smontato in quella camerata della caserma di La Poya oggi diventa nientemeno che pilastro della nazione e io, a questo punto, forse addirittura un potenziale traditore della patria. Eppure l’iniziativa “per la protezione della violenza perpetrata con le armi” che voteremo il 13 febbraio non chiede niente di scandaloso o di estremista. Semplicemente si propone di adottare una scelta tranquilla e razionale: il fucile militare appartiene agli arsenali e non agli sgabuzzini, alle soffitte o, peggio ancora, agli armadi in camera da letto.

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Maggiore libertà ai giovani, niente più scuola reclute!

Il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE) ha lanciato, con il sostegno in Ticino del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e della Gioventù Comunista, un’iniziativa popolare per abolire il servizio militare obbligatorio a cui ancora oggi in Svizzera, caso sempre più raro in Europa, i giovani sono chiamati. Fra i contrari a questa iniziativa vi sono, però, anche personalità della sinistra, i quali – seppur anti-militaristi – temono che, abolendo la leva obbligatoria, l’esercito si trasformi in un’armata di pericolosi mercenari. Un esercito di leva, invece, sarebbe sinonimo di maggior controllo democratico, proprio in quanto “di popolo”. Analisi, questa, che fa acqua solo osservando la storia dei vari golpi e delle varie giunte dittatoriali; e peraltro basterebbe ricordare che – come ricordava lo scrittore Max Frisch – la “milizia” svizzera non ha quasi mai sparato, ma quando ha sparato lo ha fatto contro operai (svizzeri) in sciopero, contro cioè il proprio stesso popolo!

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Il PSS … per un capitalismo migliore

Nel Programma del PSS del lontano 1904 si diceva che la socialdemocrazia lavorava al fine di sostituire “all’ordine economico capitalista, un ordine comunista (!) a base democratica” e che “l’attività della democrazia socialista prende le forme della lotta di classe”. Lascia interdetti non solo la radicalità delle proposte, ma anche il tono combattivo e le categorie di analisi chiaramente marxiane, che il PSS ha ormai col tempo del tutto abbandonato e che oggi è impossibile che riprenda in considerazione. Se nel Programma del 1982, poi, il riferimento anti-capitalista era esplicito, nella bozza attuale l’ipotesi di un futuro superamento del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura diventa quasi un sogno dal sapore folkloristico. Distinguere peraltro l’azione del PSS da quella dei suoi partiti fratelli “social-liberali” è ormai diventato un lavoro da politologi certosini. Pensare che la prospettiva di trasformazione sociale sia contenuta nel concetto di “Democrazia economica” mi pare poi un’arrampicata sugli specchi: aspirare alla democrazia nell’ambito di un’economia liberale è di per sé utopico, se per contro ci accontentiamo però di una mera democrazia formale in cui vi sia un “patto sociale” fra le parti e si resta convinti che lo Stato sia un ente neutrale (con buona pace del povero Marx, che invece ne riconosceva il carattere di classe) allora è tutto ok: siamo nella normalità di un partito socialdemocratico europeo che ha perso di vista anche la più misera delle prospettive riformiste.

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Stanno raccontando balle sull’occupazione studentesca dell’Università di Zurigo!

Il Giornale del Popolo (GdP), quotidiano del Vescovo di Lugano, è in difficoltà e per racimolare qualche lettore in più da tempo sta mutando la sua linea editoriale verso una destra non solo conservatrice ma addirittura reazionaria. In confronto, l’Avvenire, organo della Conferenza episcopale italiana, sembra quasi bolscevico!

In merito alle proteste nelle università il GdP ha concesso ieri uno spazio all’opinione di uno studente (che parla a nome di chi e con quale legittimità, non si sa): Stefano Lappe, sorto agli onori della cronaca lo scorso anno come rappresentante studentesco in quella scuola conosciuta per essere fucina di continuo illuminismo: il Collegio Papio di Ascona. Il signor Lappe oggi studia a Zurigo presso la facoltà di diritto e da novello opinionista ecco cosa ci racconta:

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La lottizzazione mina la fiducia nelle istituzioni democratiche

compra_de_votosIl segretario dell’UDC è intervenuto di recente per protestare contro una prassi nell’elezione di un giudice del Tribunale d’appello. L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio presenta 5 candidati, fra questi un’apposita commissione d’esperti ne sceglie 3. Di questi 3, pochi giorni prima dell’elezione, 2 rinunciano (dopo aver ascoltato le disposizioni del proprio Partito), così che per un posto di giudice si presenta solo un candidato, il quale non viene eletto ma nominato tacitamente.

In realtà i rappresentanti del popolo non votano, non si esprimono e non godono di alcuna libertà di scelta: hanno vinto i soliti accordi sotto banco dei soliti grandi partiti istituzionali che si scambiano sedie e favori a dipendenza del momento. L’UDC oggi se ne lamenta, ma non si può certo dire che la sua politica reazionaria possa rappresentare una seria alternativa a questa situazione iniqua.

Questo sistema è una forma di “mafia”, oppure, detto più gentilmente, di “clientelismo”. In Svizzera il termine giusto però è “consociativismo” strettamente legato al concetto di “concordanza” che rende la società stabile (nel senso che stabilizza i soliti noti), ma anche immobilista. E’ una situazione che mina le basi della fiducia popolare verso la democrazia stessa e favorisce il deleterio sentimento dell’anti-politica, del qualunquismo e dell’individualismo che alimenta la “cultura” fascistoide in crescita in tutta Europa. Bisogna quindi finirla con il consociativismo che lega i maggiori partiti e che controlla il Paese, occorre abolire la lottizzazione partitica dei posti pubblici e di potere e rifondare dal basso una democrazia partecipativa e slegata da gruppi di pressione affinché sparisca il divario fra la gente e quella che nella vicina Italia viene ormai definita la “casta” dei politici.

Questo è ciò che l’ultimo congresso del Partito Comunista ha affermato con forza e su tale linea intendiamo trovare la fiducia dei ceti popolari di questo Paese che, privo di progettualità politica, si trova oggi allo sbando (cosa che vediamo chiaramente se pensiamo alla sola politica estera!).

Militari svizzeri all’estero e fascistizzazione della società

Fucile d'Assalto SvizzeroLa decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati adottata con 9 sì, nessun contrario e 2 astenuti di autorizzare le autorità militari a obbligare i soldati svizzeri sia professionisti sia di milizia a compiere dei periodi di servizio all’estero è grave, tuttavia non stupisce se inserita nel contesto occidentale, di cui parleremo più avanti. Certo, lo sia sa, è solo il parere di una commissione, manca quindi ancora tutto l’iter procedurale parlamentare e, con l’opposizione della Sinistra, dei Nazionalisti e di qualche Borghese illuminato, l’ipotesi in discussione potrebbe ancora essere scongiurata. Tuttavia si tratta di una situazione già di per sé sintomatica del momento che l’Occidente sta attraversando: se si riuscirà a bloccare la riforma di legge adesso, qualora però non cambiassero le condizioni di sviluppo sociale, quanto uscirà dalla finestra dovrà (drammaticamente) per forze di cose rientrare dalla porta.
La decisione del gruppo di senatori va contro l’indicazione della relativa commissione del Consiglio Nazionale ma dà respiro sia al Consiglio Federale (che guarda a Bruxelles e Washington) ai vertici militari (chissà, forse, loro guardano invece a Tel Aviv vista l’amicizia fra l’esercito neutrale svizzero e l’esercito invasore sionista!). Già da tempo l’esercito svizzero, infatti, non ha più per unica missione la difesa dei confini nazionali e della neutralità (missione che in ogni caso presentava vari aspetti discutibili), ma si sta evolvendo, o meglio, sta degenerando in un tipo di esercito in stile NATO, ossia pronto ad essere utilizzato in maniera offensiva sia per gli interessi economici esteri (cioè euro-americani) sia della nostra borghesia che ha occhi solo per nuovi mercati e profitti.
Se ora il tutto è coperto dal “mantenimento della pace”, in realtà queste modifiche di legge hanno un respiro molto più ampio, benché nascosto, ossia ridefinire la politica securitaria dell’Europa. La Svizzera come sappiamo, anche se sulla carta rimane sovrana, recepisce in tutto e per tutto le decisioni peggiori prese a Bruxelles contro i popoli e contro i lavoratori. L’Europa è cosciente, anche se non lo ammette, della crisi strutturale in cui si trova, dovuta all’impossibilità del sistema consumistico neoliberista di competere con le nascenti economie asiatiche e di continuare in eterno lo sfruttamento neocoloniale delle materie prime dei paesi poveri. L’Europa è cosciente altresì dell’aumento delle disparità sociali persino nei paesi in cui solitamente il benessere era meglio distribuito. Per tutto questo i paesi a noi vicini stanno seguendo, ognuno col suo ritmo, una politica che unisce securitarismo portato all’eccesso con una corsa al culto del nazionalismo e del militarismo (i discorsi del Presidente Napolitano in Italia sono sintomatici nella loro aggressività patriottarda). Proprio nella vicina penisola, d’altronde, i fascisti di Alleanza Nazionale oggi al governo vogliono reintrodurre nientemeno che i campi estivi di salubrità fisica per i giovanissimi in cui “addestrarsi militarmente ma soprattutto moralmente, per l’amore della Patria, per il rispetto della gerarchia, per tutti quei sentimenti che vengono dalle Forze armate” (parole del ministro Ignazio La Russa, non di Benito Mussolini!). Sarkozy in Francia non è da meno con le politiche repressive contro ogni dissenso espresso fuori dall’iter meramente istituzionale (cioè controllato e moderato), e l’elenco potrebbe purtroppo continuare a lungo. La Svizzera si adeguerà sacrificando la sua cultura liberal-democratica e garantista, ma lo farà con moderazione, con equilibrio, con un metodo tutto svizzero per cui passo dopo passo non ci accorgeremo di vivere in un paese diverso da quello che conosciamo. Siamo ancora in tempo a cambiare la situazione? Sì scegliendo altre priorità di sviluppo economico e decidendo di salvaguardare gli aspetti sociali e solidali che ancora resistono.

I peggiori liceali sono i nostri… ma davvero?

libe_04E così il Liceo di Bellinzona risulta essere il penultimo in classifica secondo uno studio che ha coinvolto numerosi studenti svizzeri. Nemmeno gli altri istituti cantonali stanno molto meglio. Tutti si prodigano a sostenere come questa non sia in realtà una classifica della qualità della scuola, ma solo uno strumento per migliorarsi. Possiamo usare tutte le belle espressioni che vogliamo pur di girare intorno alla torta, ma il dato evidente è proprio quello della classifica. Così almeno apparirà ai più.
Questo articolo non vuole essere un atto di accusa alla scuola pubblica ticinese come qualcuno si potrà aspettare. Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) che ho coordinato per anni ha sempre indicato con chiarezza le lacune e la politica miope del DECS in merito alla scuola e all’educazione, ma non certo per le medesime ragioni che spingono i signori del Politecnico e della Confederazione a “testare” gli studenti per poi metterli sul podio come se la scuola potesse essere ridotta a una gara in cui i partecipanti sgomitano l’uno contro l’altro.
I problemi della scuola pubblica ticinese ci sono (e non sono solo finanziari!) e vanno affrontati coinvolgendo chi li vive di persona, ossia insegnanti e studenti in primis. Ma dobbiamo farlo da noi senza lasciarci condizionare dai manager (o dai pedagogisti ad essi subalterni) che difendono un sistema formativo reazionario. Le critiche che piovono dall’alto del cupolone del Politecnico infatti non sono innocenti auspici di miglioramento: esse al contrario contengono messaggi impliciti agli addetti ai lavori. Messaggi che vanno trattati con cautela e spirito critico, pena la fine di quei (pochi) aspetti socialmente positivi rimasti nella scuola pubblica del nostro Cantone.
I grandi saggi dell’educazione nazionale ci dicono che gli studenti ticinesi sono poco preparati nel lavoro individuale. Forse è così, sicuramente si potrà migliorare, ma il messaggio di fondo è un altro: basta con forme di cooperazione e sì a maggiore concorrenza individualistica fra gli allievi! Sepolto e dimenticato don Milani e con buona pace di ogni pedagogia collaborativa basata sulla costruzione collettiva dei saperi. La scuola così non sarà più una comunità educante ma un servizio pubblico mercificabile (e privatizzabile) come tutti gli altri, esattamente come ci insegnano i manager che teorizzano il profitto a scapito del lato umano anche nell’educazione.
L’altro rimprovero, sempre velato e riferito in modo pacato come vuole la tradizione elvetica del politicamente corretto a tutti i costi, è quello dell’integrazione: la scuola pubblica ticinese, dicono, seleziona troppo poco al posto di avvantaggiare solo i “più dotati”! C’è chi è nato per studiare (e assumere ruoli di prestigio e comando nella società) e c’è chi è nato …per zappare (come dicevano una volta). In Svizzera interna funziona così: non solo la scuola media unitaria non è sempre presente tanto è vero che una prima forma di selezione può avvenire già al termine delle scuole elementari, ma esistono anche forme di “numerus clausus” ben prima dell’università così da diminuire quella che un mio insegnante al liceo definiva “l’élite culturale”. Forse che la nostra società abbia timore di una popolazione troppo istruita? Come leggere se non in quest’ottica anche il preventivato taglio ticinese alle borse di studio, fortunatamente bocciato in Granconsiglio dopo lo sciopero degli studenti?
Una terza tirata d’orecchie ci arriva perché i liceali ticinesi sono poco preparati nelle materie scientifiche. Già nel 1997 con l’introduzione della riforma liceale di allora i movimenti studenteschi protestarono sostenendo che si attribuiva troppo valore alle scienze sperimentali e matematiche togliendole alle materie umanistiche. Avevano ragione: lo scorso anno un’altra riforma liceale – la cosiddetta kleine Revision (mai tradotta in italiano nemmeno nel nome!) – non faceva altro che rafforzare ulteriormente questa tendenza. Le materie scientifiche, amorevolmente definite anche “blocco scientifico”, sono effettivamente un blocco: servono ad aumentare la selezione! Se ricominciassi il liceo oggi con le nuove normative probabilmente sarei bocciato a causa delle sole materie scientifiche (che naturalmente ho già scordato). Per carità e amor di patria: mi rendo conto che la Novartis, il Credito Svizzero o chi per essi si aspettino dalla scuola che sforni solo futuri lavoratori qualificati utili ai loro interessi e non certo improduttivi storici medievalisti, sociologi critici o linguisti, tuttavia mi ostino a credere che una società (se poi la vogliamo anche democratica) andrebbe sviluppata su altri concetti e su altri valori. Per fare questo questo, però, ci vuole un governo che abbia un coraggioso progetto politico, civico ed educativo, condiviso e costruito dal basso.
La mentalità delle aziende private, insomma, ha ormai assunto quasi pieno potere anche nelle scelte pedagogiche (soprattutto a livello accademico e nella formazione professionale). In Svizzera interna tutto questo è già molto avanzato e ora lo vogliono “armonizzare” cioè imporlo a tutti i cantoni. La quasi unanimità delle forze politiche e sindacali schierate a favore dei nuovi articoli costituzionali sulla formazione votati nel 2006 e del concordato Harmos (che introducono elementi dell’economia privata nella scuola) indicano chiaramente che esiste un piano preciso di squalifica del ruolo della scuola pubblica. Questi test, a cui viene data tanta eco mediatica, come in passato il famoso test PISA promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono specchietti per le allodole: servono a trasmettere alla gente un senso di sfiducia verso la scuola pubblica per favorire il privato e per far approvare l’idea che l’unico valore è quello di essere compatibili con le volontà del padronato che indica alle scuole cosa insegnare e, quel che è peggio, a chi. E’ lo stesso DECS ad ammettere infatti che è l’origine sociale dei giovani a influenzare, anche drasticamente, i loro risultati nello studio.
Gli studenti hanno dimostrato quest’anno e già in passato di sapersi muovere, ora ci aspettiamo che gli insegnanti inizino ad alzare anche loro la voce ma nella giusta direzione: non verso i banchi (ad esempio dando note basse a chi organizza uno sciopero studentesco!), ma verso il palazzo!