L’antifascismo non va banalizzato!

Il compagno Daniele Maffione, responsabile “antifascismo” per i Giovani Comunisti italiani (organizzazione legata al Partito della Rifondazione Comunista), con un suo recente articolo ha sollevato un polverone in certi ambienti del movimento comunista della penisola. L’articolo contiene, a dire il vero, alcuni elementi poco approfonditi, i quali possono effettivamente creare confusione. Ad esempio anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, siamo anti-europeisti e non per questo difendiamo teorie economiche fasciste, anche se è evidente il rischio di pensare – sbagliando! – che per uscire dalla globalizzazione imperialista si debba per forza effettuare una sterzata reazionaria e tornare agli stati nazionali. Il culto dello stato nazionale nella fase storica attuale in Occidente (che, non a caso, non è paragonabile all’Oriente) porterebbe solo a dare illusione alla classe operaia (o meglio: alla “aristocrazia operaia”) di una presunta sovranità riconquistata, imbrigliandola in realtà – in modo ancora più totale del solito – fra le mani della borghesia, che non esiterà – nel contesto ormai evidente del confronto interimperialista – di spingerla in una nuova guerra fra poveri. E la patria si gloria di altri “eroi”  (…sempre proletari naturalmente) alla memoria…

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La Grecia insegna: l’europeismo non è di sinistra

L’attuale governo greco, come peraltro quello italiano, non è stato eletto da nessuno: è stato imposto dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dai poteri forti di Bruxelles, bypassando non solo il popolo, ma l’indipendenza stessa dello Stato ellenico. Un paese senza sovranità popolare è una nazione in cui – al di là delle quisquiglie di forma – non vi sono in realtà vere istituzioni democratiche. Il commissariamento della Grecia non ha solo portato alla perdita della sovranità, ma ha distrutto – in men che non si dica – quarant’anni di conquiste sociali ottenute spesso a caro prezzo da generazioni di lavoratori che oggi, organizzati dal sindacato di classe PAME e dai comunisti del KKE, cercano di resistere con dignità e combattività a quella che viene definita come una vera e propria dittatura capitalistica.

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Cuba è un’altra cosa!

“La rivoluzione cubana non ha vinto”! Ad affermarlo convinta è la compagna Daisy Degiorgi del direttivo cantonale della Gioventù Socialista. Motivo di questo giudizio perentorio? “Non c’è ancora l’uomo nuovo, ci sono ancora disuguaglianze” e addirittura Cuba sarebbe “affamata”! Anche io a Cuba ci sono stato e in un periodo più difficile dell’attuale: non ho visto né fame né eclatanti e intollerabili disuguaglianze, come ne ho invece viste in tante altre parti del mondo. Ma la situazione a quanto pare ora è allo sbando, così almeno la descrive l’articolo della dirigente socialista ticinese: di rivoluzione, infatti, a Cuba non si parlerebbe più e chi ancora ci crede lo fa “più per inerzia che per passione”!

Da che pulpito! …verrebbe da dire. I cubani per fortuna non prenderanno esempio dalla Socialdemocrazia svizzera che invece con passione, dedizione e coraggio sta costruendo l’uomo nuovo: sì, l’uomo truffato dal social-liberalismo elvetico che ha chinato la testa di fronte alle peggiori controriforme in ambito sociale ed economico. La costruzione della società socialista, quella vera (non quella dei sogni) è un processo lungo, contraddittorio e mai lineare. Basterebbe leggere Marx sull’accumulazione primitiva, basterebbe riprendere Lenin, basterebbe conoscere l’azione politica di Fidel e aver studiato le ultime tesi congressuali del Partito Comunista Cubano (PCC), per capirlo, cercando di cogliere le complessità di una transizione socialista. L’articolo in questione, invece, nella sua disarmante superficialità, esalta e generalizza singoli avvenimenti personali per tracciare un quadro della situazione cubana a dir poco disastroso con toni che potremmo ascoltare su un qualsiasi servizio giornalistico degno di tutt’altra parte politica.

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La legittimazione democratica dei comunisti

Ernesto Galli della Loggia – citato nell’articolo “Le tante anomalie politiche dell’Italia di oggi (e di ieri)” firmato da Giuseppe Laperchia (CdT, 16 ottobre 2010) – scrive, riferendosi alla vicina penisola: è “patologico che in una democrazia il partito d’opposizione fosse un partito di fatto fuori dalla legittimazione democratica come era il PCI”. E’ un’affermazione grave e falsa!

Il Partito Comunista Italiano (PCI) di Gramsci e Togliatti fu infatti più che un’avanguardia, una realtà di massa e di popolo (démos), implicata in modo organico non solo nella lotta partigiana contro la dittatura, ma pure nell’elaborazione della Costituzione democratica (che ancora oggi è alquanto avanzata nel raffronto internazionale).

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Nobel: premiata l’estrema destra cinese!

Il premio Nobel non è quasi mai insignito a una persona per i suoi effettivi meriti di pace o letterari, esso rientra al contrario – come qualsiasi cosa pretesa neutrale – in un subdolo gioco politico ben orchestrato. Il nuovo nemico dell’Occidente è la Repubblica Popolare Cinese che si sta sviluppando enormemente sopraffacendo il dominio aggressivo euro-americano: occorre quindi demonizzarla, affinché i popoli occidentali detestino quello cinese. Liu Xiaobo, il poeta cinese, neo-premiato è una pedina di questo sporco gioco dell’ennesima “guerra di civiltà”.

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Il pio volontariato caritatevole o la solidarietà internazionalista?

Con la progressiva omologazione ideologica dei partiti di tradizione operaia (ma anche con il venire meno del socialismo esteuropeo) si è assistito all’esplosione del volontariato, una volta istituzione marginale e di interesse quasi esclusivo dei cattolici. Oggi il volontariato è un fenomeno di massa che coinvolge soprattutto il “ceto medio” e che riguarda ampi settori della sinistra “alternativa” non di classe e non interessata a una concreta trasformazione strutturale della società. Vi partecipano migliaia di giovani occidentali perché trovano in esso un mezzo per esprimere il loro altruismo. Propositi encomiabili, ideali generosi, ma che troppo spesso possono finire con l’essere strumentalizzati per giochi internazionali che sfruttano il pietismo un po’ buonista per scopi affatto etici.

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Muro di Berlino: oggi servirebbe maggiore equilibrio!

max_cdtQuesto anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.

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La RDP di Corea abbandona il comunismo?

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“Kim ha abbandonato il comunismo”. Su tutti i giornali e i media on-line occidentali il 28 settembre scorso si poteva leggere questa notizia: la nuova costituzione della Corea del Nord abbandona ogni riferimento al comunismo perché “raggiungerlo è difficile”, queste le parole di giustificazione pronunciate da un funzionario del governo di Pyongyang. Andiamo a vedere le fonti: LaRegione, l’Unità, Yahoo, Ticinonline, ecc. Lo dicono tutti, da destra a sinistra. Ma si tratta realmente di fonti diverse? No, perché tutte si basano su una fonte primaria unica, l’articolo di Jon Herskovitz e Christine Kim scritto per l’Agenzia di stampa Reuters, che fa parte di un oligopolio di agenzie di informazione. Tutti hanno ripreso la Reuters, a volte facendo un semplice copia-incolla delle frasi. Naturalmente questo si chiama “pluralismo di informazione”! La Reuters a sua volta si basa su testimonianze della Corea del Sud che sostengono che la notizia sia trapelata solo oggi. Niente di più falso: basterebbe fare un giro sul web per leggere il comunicato diramato dalla KCNA, l’agenzia stampa ufficiale nordcoreana che già in aprile ne parlava. In pratica ci raccontano le cose con quasi sei mesi di ritardo e forse dovremmo chiedercene il perché!

In realtà la Corea Popolare non ha rinunciato proprio a niente. Ad esempio anche il Partito Svizzero del Lavoro parla di socialismo e non di comunismo nei suoi statuti. Ogni marxista sa infatti che l’obiettivo di un comunista è la costruzione della società socialista e non direttamente comunista. Il comunismo è infatti uno stadio superiore dello sviluppo socialista, o meglio: sarà l’evolversi di una società socialista avanzata in cui deperirà il conflitto di classe e dunque l’apparato repressivo di una classe su un altro, cioè lo Stato.La nuova costituzione coreana ha semplicemente codificato la politica del Songun, e cioè la priorità della difesa di fronte all’aumento delle provocazioni degli USA e ha di nuovo sottolineato che l’ideologia dello Stato è il Juché teorizzato dal fondatore della Repubblica Kim Il Sung. La Corea continua a perseguire un “socialismo con caratteristiche coreane” e nei suoi documenti politici rimane un paese di ispirazione “socialista”, ribadisce il legame alla sua rivoluzione, le gigantografie di Marx e Lenin restano in bella mostra nella piazza Kim Il Sung di Pyongyang. Solo che al posto di creare un “uomo nuovo comunista” come si diceva nel vecchio testo, ora si parla di forgiare un “uomo nuovo legato al pensiero del Juché”. Il Juché è un adattamento dialettico del marxismo-leninismo alla realtà coreana, in alcune sue parti differisce dal materialismo marxista e per questo non si può definire un’evoluzione diretta del marxismo-leninismo come potrebbe essere visto il maoismo. Da sempre in Corea del Nord la rivoluzione socialista si è basata sullo Juché e non solo sul marxismo-leninismo che continua ad essere studiato nelle università. Il riferimento esplicito al comunismo è stato rimosso dalla Costituzione – ha spiegato Alejandro Cao de Benos, presidente della Korean Friendship Association – perché “non può essere realizzato da una nazione singola e sotto la pressione dell’imperialismo: la cosa più importante da raggiungere con pragmatismo è adesso il socialismo reale!”.

Dare la notizia adesso con tale risalto ha una ragione precisa: ci stiamo avvicinando al 20° anniversario del crollo del Muro di Berlino e far credere che un altro paese “rinuncia” al comunismo è utile per scoraggiare gli “Ost”-algici e per dare un senso di impotenza generale: “il comunismo è impossibile da applicare” giocando anche sulla confusione fra socialismo e comunismo.

Le dichiarazioni di Bignasca sulla Libia sono irresponsabili!

castro-khadafiChiedere che la Svizzera dichiari guerra alla Repubblica Araba di Libia Popolare, come proposto dal leghista Boris Bignasca, è una provocazione stupida e anche profondamente irresponsabile, in quanto serve solo a rendere ulteriormente incandescente l’attuale clima dovuto alla crisi diplomatica in corso con il paese africano. Questo clima potrebbe favorire gravi situazioni di razzismo e di violenza, che un politico serio dovrebbe adoperarsi per evitare.

I toni usati dal granconsigliere ticinese, che è pure un ufficiale dell’esercito, sono poi a dir poco vergognosI: “L’ora delle decisioni irrevocabili” lo diceva Mussolini per scatenare le sue guerre coloniali e di sopraffazione, di cui proprio la Libia è stata vittima! Ma la Svizzera per fortuna non è fascista e nella sua cultura non ha il gene dell’invasore militarista: la diplomazia elvetica saprà risolvere il problema con Tripoli con vie pacifiche, ricercando i comuni interessi nel rispetto della sovranità nazionale. Va infatti compreso come le istituzioni libiche si siano sentite offese con l’arresto di un proprio rappresentante, il figlio del fondatore della Repubblica, personaggio molto apprezzato nei paesi emergenti.

I comunisti ticinesi chiedono il dialogo fra i popoli e il rispetto per sistemi politici e sociali diversi. Siamo inoltre certi che la diplomazia elvetica guidata da Micheline Calmy-Rey abbia le capacità per ottenere dei risultati, sapendo difendere la dignità della Svizzera ma comprendendo anche le ragioni di uno Stato, quello retto da Gheddafi, non solo con una cultura molto diversa dalla nostra, ma che ha vissuto per anni invasioni, embarghi e bombardamenti proprio dai paesi occidentali.

Cadere dalla padella alla brace, la crisi va affrontata diversamente!

crisiCome si poteva prevedere l’Occidente non sa reagire alla crisi economica. Le crisi sono qualcosa di insito nel sistema liberale e anche se questa è particolarmente dura, i governi europei (compreso quello elvetico) dovrebbero essere in grado di gestirla senza venir meno ai diritti civili e alla democrazia, di cui si fanno spesso ipocritamente portavoce in giro per il mondo. Se non lo fanno significa che non hanno capacità di governare. Punto e basta!
L’Occidente, invece, non riesce ad accettare che il proprio sistema di sviluppo sia arrivato a un capolinea e a modificare di conseguenza le proprie regole arrugginite basate su concetti esclusivamente meritocratici ed egoistici. Se lo sapesse fare tenterebbe di uscire dalla crisi favorendo i diritti sociali, dando fiducia ai cittadini, mettendoli nelle condizioni di poter fare una vita tranquilla anche se magari meno consumistica. Appare invece sempre più concreta una “uscita” dalla crisi da destra, reazionaria, con tendenze militariste e repressive, in cui quando necessario si ricorre al nazionalismo esasperato, vedendo nello straniero il capro espiatorio e nei giovani dei violenti dediti all’alcolismo o alla cannabis, quindi da “intruppare” e rendere conformisti.
Il governo della vicina Italia è in tutto ciò assolutamente all’avanguardia: per i giovani sono stati reintrodotti campi estivi di salubrietà fisica di stampo para-militare, il diritto di sciopero sta per essere drasticamente ridimensionato, per controllare le manifestazioni di protesta si useranno dei droni utilizzati normalmente nella guerra in Afghanistan contro i talebani; per gestire i flussi migratori si è approvato un decreto al limite del razzismo dove poveracci che fuggono dalla miseria e dalla guerra (spesso causate dai paesi occidentali!) sono parificati nientemeno che a criminali; per far sentire “sicuri” i cittadini si sono legalizzate le ronde civiche per farsi giustizia da sé (anche se – bontà loro – non potranno essere armate) che tanto ricordano le squadracce nere di Mussolini. E dulcis in fundo il ministro della difesa italiano, Ignazio La Russa (che – è bene ricordarlo – proviene dall’ex-MSI erede del Partito Nazionale Fascista!), intende inviare un altro mezzo migliaio di soldati in Afghanistan su ordine del pacifico Obama.
Dobbiamo però anche imparare a guardare nel nostro orticello: in Svizzera si parla di obbligare i nostri soldati di leva a prestare servizio militare all’estero come carne da macello delle grandi potenze; un commando militare rossocrociato andrà poi in Somalia a difendere i nostri industriali da “pirati” che stanno solo difendendo le risorse della loro terra saccheggiata dalle multinazionali (ma anche questo nessuno lo dice!); a livello economico regaliamo a fondo perso miliardi di franchi a banche private che hanno ormai accumulato debiti paurosi e forse irreversibili; le misure anti-crisi vanno a proporre sgravi fiscali non ai lavoratori o ai piccoli commerci ma alle grandi ditte che nonostante la crisi continuano a fare utili; il diritto del lavoro svizzero resta uno dei più scarni d’Europa; ecc.
Dalla padella del capitalismo in crisi, alla brace di un sistema neo-corporativo con tendenze autoritarie, il quale con politiche “securitarie” crea consenso all’interno e con politiche militari (imperialiste) tenta di portare a casa le materie prime che i paesi poveri non vogliono più regalarci. Insomma, di fronte alla crisi i governi europei mantengono basso il potenziale di conflittualità sociale e di malcontento delle classi subalterne bombardandole con informazioni atte a indirizzare la protesta contro un nemico costruito: all’interno sono i “mantenuti”, cioè immigrati e invalidi; all’esterno sono i paesi che vengono dipinti come attentatori della pace mondiale, come per esempio la Corea del Nord con i suoi missili. (Nessuno però dice che i coreani si stanno solo difendendo dagli USA che da 50 anni, anche con armi atomiche, sono nel sud della penisola coreana).
Un comunista del passato che oggi appare sulle magliette di molti giovani, Ernesto Che Guevara, diceva: “la democrazia liberale è il sistema di governo della borghesia quando non ha paura; il fascismo quando invece ha paura!”. Una frase forte, severa, ma che oggi, pur in un contesto storico diverso, assume un significato profondamente veritiero. A far paura a coloro che tengono il coltello dalla parte del manico in queste nostre società occidentali non sono certamente i Partiti Comunisti – che pure in alcuni paesi come Cechia (14%), Portogallo (10%) e Grecia (8%) restano forti – nemmeno i socialisti (che propongono sempre più politiche identiche alla destra), né le grandi centrali sindacali (spesso trasformate in organizzazioni che offrono servizi, prive però della capacità di stabilire veri rapporti di forza col padronato), ma hanno una paura immensa di questa crisi economica strutturale, un terremoto che non sembra arrestarsi, che sta massacrando il liberalismo occidentale, ma che solo marginalmente riguarda ad esempio paesi come la Cina, che tutti davano, forse a torto, per completamente omologata al capitalismo mondiale.