Il pio volontariato caritatevole o la solidarietà internazionalista?

Con la progressiva omologazione ideologica dei partiti di tradizione operaia (ma anche con il venire meno del socialismo esteuropeo) si è assistito all’esplosione del volontariato, una volta istituzione marginale e di interesse quasi esclusivo dei cattolici. Oggi il volontariato è un fenomeno di massa che coinvolge soprattutto il “ceto medio” e che riguarda ampi settori della sinistra “alternativa” non di classe e non interessata a una concreta trasformazione strutturale della società. Vi partecipano migliaia di giovani occidentali perché trovano in esso un mezzo per esprimere il loro altruismo. Propositi encomiabili, ideali generosi, ma che troppo spesso possono finire con l’essere strumentalizzati per giochi internazionali che sfruttano il pietismo un po’ buonista per scopi affatto etici.

I volontari svolgono un lavoro gratuito che fa risparmiare allo Stato diversi soldi. Questo spiega perché è stato, passo dopo passo, istituzionalizzato e perché gode del sostegno dei governi anche se le organizzazioni che vi stanno dietro si definiscono come ONG, cioè “non governative”. Il volontariato tappa le falle del sistema capitalista ed è di fatto una supplenza, a costo quasi zero, dei servizi sociali, previdenziali e civili che lo Stato avrebbe il dovere di erogare alla propria popolazione e a quella di paesi esteri in difficoltà. La “solidarietà” assume quindi un carattere che garantisce lo status quo, un carattere insomma di “carità”, di “elemosina”, e in non pochi casi di esplicito “missionarismo” crociato, vista l’egemonia che le organizzazioni clericali detengono in vari settori di questo ambito. Si tratta insomma, molto spesso, del classico e ipocrita assistenzialismo borghese, individuale, volontario e privato. La “carità” verso i bisognosi, l’aiuto ai poveri e agli affamati del Terzo Mondo ed altre “opere pie” di questo tipo hanno spesso un valore praticamente solo etico, che “pulisce la coscienza” di chi vive nella società dell’opulenza. Ma se non si combattono le cause di tutto ciò in Svizzera e nel mondo, cioè il colonialismo e l’imperialismo nelle sue varie forme (cosa che le “pie” opere missionarie si guardano bene dal fare), il dato politico che ne sortisce è uno solo: purtroppo, non serve a niente!
Prendiamo il caso concreto della tragedia più recente: Haiti è stata oggetto di colonialismo, poi di neo-colonialismo. I poteri forti internazionali dell’imperialismo (con l’aiuto delle sempre “pie” opere missionarie occidentali di cui sopra) hanno spodestato un presidente democraticamente eletto, Aristide. Per quanto quest’ultimo provenisse da un milieu cattolico, la Chiesa non si mosse perché andava punita la sua vicinanza alla teologia della liberazione e per le sue simpatie di sinistra. I poteri forti governativi, ecclesiastici, militari e industriali occidentali hanno così approfondito le differenze fra ricchi e poveri, hanno peggiorato i servizi ed evidentemente tutte queste carenze col terremoto sono esplose nel modo più drammatico possibile. Pensare di affrontare i problemi causati dal colonialismo militare ed economico con il colonialismo missionario e culturale non solo non porta a niente di progressista, ma è pericoloso: sia perché la gente potrebbe legittimamente ribellarsi nei confronti degli occidentali; ma soprattutto perché il popolo haitiano si vedrebbe ancora più legato alla Chiesa che tanto male ha commesso, e quindi dipendere da questi missionari che – escludendo i loro vertici – nel fare del bene in realtà fanno del male perché impediscono nella sostanza una reale emancipazione della popolazione. Per questa ragione più che inviare volontari in loco sotto tutela di organizzazioni poco convincenti, come comunisti favoriamo che il personale internazionalista dei paesi socialisti e anti-imperialisti (Cuba in primis) sia sostenuto anche da parte nostra soprattutto in questi momenti in cui i marines del “pacifista” Obama hanno occupato l’aeroporto di Port-Au-Prince e ostacolono i medici provenienti dall’Avana. Positiva è da considerare pure la possibilità che presto anche l’Associazione di Aiuto Medico al Centro America (AMCA) – con il suo personale specializzato e privo di doppi fini – potrebbe recarsi ad Haiti.

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Pubblicato il 16 febbraio 2010, in Internazionale con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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