Il compagno Daniele Maffione, responsabile “antifascismo” per i Giovani Comunisti italiani (organizzazione legata al Partito della Rifondazione Comunista), con un suo recente articolo ha sollevato un polverone in certi ambienti del movimento comunista della penisola. L’articolo contiene, a dire il vero, alcuni elementi poco approfonditi, i quali possono effettivamente creare confusione. Ad esempio anche noi, come comunisti ticinesi e svizzeri, siamo anti-europeisti e non per questo difendiamo teorie economiche fasciste, anche se è evidente il rischio di pensare – sbagliando! – che per uscire dalla globalizzazione imperialista si debba per forza effettuare una sterzata reazionaria e tornare agli stati nazionali. Il culto dello stato nazionale nella fase storica attuale in Occidente (che, non a caso, non è paragonabile all’Oriente) porterebbe solo a dare illusione alla classe operaia (o meglio: alla “aristocrazia operaia”) di una presunta sovranità riconquistata, imbrigliandola in realtà – in modo ancora più totale del solito – fra le mani della borghesia, che non esiterà – nel contesto ormai evidente del confronto interimperialista – di spingerla in una nuova guerra fra poveri. E la patria si gloria di altri “eroi” (…sempre proletari naturalmente) alla memoria…
Aggregazioni comunali e democrazia
Fra i temi che animano attualmente i dibattiti politici vi è quello delle aggregazioni comunali. Dibattiti, questi, affrontati spesso in modo purtroppo poco progettuale: come non ha senso avere sul territorio cantonale delle realtà comunali composte di poche decine di cittadini, così è improponibile l’esempio di Lugano, che si sta ingigantendo quasi a diventare un “semi-cantone”. Ciò che risulta certo, è che il progresso sociale non risiede necessariamente in blocchi di potere politico-economico sempre più ampi, ma – come scriveva Erika Vögeli nel 2009 – “in una meditazione su una convivenza in un regime di autodeterminazione, che corrisponda all’essere umano e alla sua dignità, cosa che viene resa possibile anche dalla democrazia diretta”.
La politica giovanile che non c’è…
Sette fra interpellanze e interrogazioni sulla non-politica giovanile della città. Tanti sono gli atti che ho presentato nella passata legislatura a Bellinzona. Senza contare repliche durante le sedute, riunioni, petizioni e manifestazioni per cercare di smuovere le acque di un Dicastero letteralmente incapace di comprendere la situazione e di avanzare proposte politiche costruttive. Una volta mi è persino stato detto dai responsabili che per i giovani a Bellinzona si fa già molto: ad esempio c’è una nuova …pinacoteca. Con tutto il rispetto per l’arte (e ben felice che la nostra Città offra anche questo) mi viene tuttavia difficile credere che una pinacoteca risponda alle esigenze socio-culturali degli adolescenti bellinzonesi!
La Grecia insegna: l’europeismo non è di sinistra
L’attuale governo greco, come peraltro quello italiano, non è stato eletto da nessuno: è stato imposto dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dai poteri forti di Bruxelles, bypassando non solo il popolo, ma l’indipendenza stessa dello Stato ellenico. Un paese senza sovranità popolare è una nazione in cui – al di là delle quisquiglie di forma – non vi sono in realtà vere istituzioni democratiche. Il commissariamento della Grecia non ha solo portato alla perdita della sovranità, ma ha distrutto – in men che non si dica – quarant’anni di conquiste sociali ottenute spesso a caro prezzo da generazioni di lavoratori che oggi, organizzati dal sindacato di classe PAME e dai comunisti del KKE, cercano di resistere con dignità e combattività a quella che viene definita come una vera e propria dittatura capitalistica.
Cuba è un’altra cosa!
“La rivoluzione cubana non ha vinto”! Ad affermarlo convinta è la compagna Daisy Degiorgi del direttivo cantonale della Gioventù Socialista. Motivo di questo giudizio perentorio? “Non c’è ancora l’uomo nuovo, ci sono ancora disuguaglianze” e addirittura Cuba sarebbe “affamata”! Anche io a Cuba ci sono stato e in un periodo più difficile dell’attuale: non ho visto né fame né eclatanti e intollerabili disuguaglianze, come ne ho invece viste in tante altre parti del mondo. Ma la situazione a quanto pare ora è allo sbando, così almeno la descrive l’articolo della dirigente socialista ticinese: di rivoluzione, infatti, a Cuba non si parlerebbe più e chi ancora ci crede lo fa “più per inerzia che per passione”!
Da che pulpito! …verrebbe da dire. I cubani per fortuna non prenderanno esempio dalla Socialdemocrazia svizzera che invece con passione, dedizione e coraggio sta costruendo l’uomo nuovo: sì, l’uomo truffato dal social-liberalismo elvetico che ha chinato la testa di fronte alle peggiori controriforme in ambito sociale ed economico. La costruzione della società socialista, quella vera (non quella dei sogni) è un processo lungo, contraddittorio e mai lineare. Basterebbe leggere Marx sull’accumulazione primitiva, basterebbe riprendere Lenin, basterebbe conoscere l’azione politica di Fidel e aver studiato le ultime tesi congressuali del Partito Comunista Cubano (PCC), per capirlo, cercando di cogliere le complessità di una transizione socialista. L’articolo in questione, invece, nella sua disarmante superficialità, esalta e generalizza singoli avvenimenti personali per tracciare un quadro della situazione cubana a dir poco disastroso con toni che potremmo ascoltare su un qualsiasi servizio giornalistico degno di tutt’altra parte politica.
Relazione politica al XXI Congresso del Partito Comunista del Ticino
Amiche e amici ospiti, compagni dei partiti esteri, del KKE esempio di mobilitazione; del PdCI attraverso cui saluto il compagno Oliviero Diliberto che ho recentemente incontrato al vostro Congresso di Rimini; compagni delle rappresentanze diplomatiche, dei partiti della sinistra ticinese e cari compagni dalla Mesolcina; compagna Tamara Magrini, rappresentante dell’Autorità comunale di Locarno; compagno Cyrille Baumann del Partito del Lavoro di Berna e della Gioventù Comunista nazionale: grazie a tutti voi per onorarci della vostra presenza.
Carissime compagne, carissimi compagni, vorrei iniziare questa mia relazione introduttiva in modo un po’ anomalo, perché c’è un compagno, si chiama Oscar ed è di Giubiasco, che oggi non ha potuto raggiungerci a questo nostro 21° Congresso: mi ha scritto un sms con uno smile triste in cui mi diceva “i miei genitori dicono che sono troppo piccolo per queste cose”, e allora gli ho promesso che l’avrei salutato da qui, da questo podio. Oscar con i suoi 13 anni è il più giovane compagno che si è avvicinato al nostro movimento giovanile. A quell’età tante cose ancora possono cambiare, certo, ma l’entusiasmo per gli ideali più profondi di uguaglianza e giustizia che appartengono alla nostra tradizione di lotta, sono il motore che ci fanno andare avanti e che in questo periodo di incertezza e di crisi portano tanti giovani a interrogarsi sul futuro di una società profondamente iniqua che sta scelleratamente dimostrando di non aver imparato nulla dalla storia.
Il general Guisan e l’obbligo militare
Ho seguito di recente alcune reclute che hanno chiesto una mano al sindacato degli studenti con cui collaboro al fine di uscire anzitempo dal servizio militare per un’obiezione di ragione o di coscienza. E’ da ormai dieci anni che mi occupo di queste pratiche e finora sempre con successo, benché negli ultimi tempi l’esercito sembra faccia di tutto per farsi odiare e costringere tutti ad assoggettarsi al suo “patriottico” (?) volere.
Tutte le ormai ex-reclute di quest’anno erano disponibili a prestare un servizio civile sostitutivo a favore della collettività (in case anziani, nel settore agricolo, in istituiti pedagogici per ragazzi portatori di handicap, ecc.), eppure a ciascuna di esse i solerti ufficiali hanno tentato in ogni modo di impedirlo, arrivando addirittura alle minacce, nonostante il servizio civile sia previsto dalla Costituzione federale. A questi ufficiali vorrei ricordare l’ordine diramato durante l’ultima guerra mondiale da un loro predecessore, un tale chiamato Henri Guisan. Il generale considerava infatti efficace la difesa del paese solo se il corpo militare era animato dalla “coesione morale, dall’entusiasmo”, in quanto “colui che non ha fede, né entusiasmo per la sua causa, è come una foglia morta”.
In Svizzera i disoccupati piangono e i militari gongolano
E’ una decisione semplicemente fuori di testa! Il parlamento svizzero nella sua maggioranza di destra (ma spesso aiutata anche da una sinistra all’acqua di rose) dimostra tutta il suo essere lontano dal paese reale, dai problemi veri sentiti dalle persone che lavorano o studiano e che sentono le proprie condizioni di vita precarizzarsi di anno in anno. E in parlamento invece, loro pensano ad aumentare i soldi da destinare ai militari.
Viviamo in un contesto di crisi economica per nulla congiunturale, bensì sistemica: è dal 2008 che ci raccontano che tutto migliorerà, e invece le difficoltà continuano imperterrite. E se prima era colpita solo la finanza, ora sono colpiti un po’ tutti i settori. Abbiamo i disoccupati in aumento (e abbiamo da poco peggiorato l’assicurazione contro la disoccupazione, spostando così i problemi all’assistenza sociale!); abbiamo aziende in difficoltà che impongono ore di lavoro non pagate ai propri dipendenti in barba ai diritti sindacali o alla più banale “responsabilità sociale” tanto ipocritamente sbandierata; abbiamo imprese che, pur continuando a fare profitti, abusano della situazione per lasciare a casa lavoratori magari in là con gli anni o per assumere frontalieri a basso costo, facendo poi credere che la colpa risieda nell’operaio non residente che legittimamente anche lui cerca di migliorare la sua condizione di vita. Lo Stato in tutto questo non interviene, anzi lascia fare per amore del cosiddetto “libero” mercato. Quando interviene lo fa solo per regalare una trentina di miliardi di soldi della popolazione alla multinazionale UBS, la quale comunque, poi, continua a licenziare.
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Pene giuste, non pene esemplari!
Il segretario dell’UDC ticinese durante un dibattito elettorale a cui ho preso parte perorava la causa della reintroduzione della “pena di morte”. Ma – bontà sua! – “solo per i rei confessi”, come se uno confessasse un reato, sapendo di finire sulla forca?! In queste sue proposte l’UDC non stupisce più di tanto: è ormai un partito che di “centro” non ha assolutamente niente e che francamente pure di “democratico” ha ben poco, visto che favorisce nientemeno che le “leggi speciali” (tipiche nei regimi autoritari) valide solo per alcune categorie di persone, ovvero coloro che non hanno il “privilegio” di avere il passaporto svizzero. Facile fare politica dettando l’agenda del Paese e ricattando le altre forze politiche a suon di denari con pubblicità estese piene di faziosità e di strumentalizzazioni.
Tentacoli liberisti e ciellini sulla scuola pubblica
Leggo sul sito del candidato liberale al governo Sergio Morisoli come egli sia un sostenitore non solo della “liberalizzazione” nell’ambito del sistema della scuola pubblica ticinese ma pure del rafforzamento della cosiddetta “autonomia” delle sedi scolastiche pubbliche.
Come dice il regista Nanni Moretti in una sua pellicola: “le parole sono importanti”! E queste parole di Morisoli sono macigni da prendere sul serio: si tratta infatti della sintesi quanto mai chiara delle linee guida di Comunione & Liberazione (CL), l’organizzazione confessionale che rappresenta uno dei veri poteri forti del Canton Ticino, una sorta di massoneria di stampo clericale, che ha in mano ampi settori del servizio pubblico, dell’università e delle amministrazioni. Tutto questo lo scriveva già dieci anni fa il giornalista italiano Mario Portanova nel suo articolo “Il canton ciellino” (“Diario”, anno VI, nr. 12 – 23/29 marzo 2001 e che ho avuto il privilegio di aver letto al liceo grazie a un docente che non aveva paura di affrontare certi temi!), dove mostrava i legami che, ad esempio, vigevano fra la detta setta e la Lega dei Ticinesi, l’USI e altre strutture portanti del sistema affaristico e politico ticinese.
