Muro di Berlino: oggi servirebbe maggiore equilibrio!

11 11 2009

max_cdtQuesto anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.
Pochi lo ammettono ma la DDR aveva una legislazione ecologista all’avanguardia rispetto ai paesi occidentali e una politica estera volta alla pace e all’amicizia fra i popoli: Berlino Est sosteneva gli esuli cileni che fuggivano da Pinochet dando loro ospitalità, lavoro e formazione. In Cile, ancora oggi, vi sono donne e uomini che vivono grazie all’integrazione della pensione che giunge loro da quanto ricevuto dopo 15 anni di lavoro in DDR. Per non parlare del caffé del Nicaragua, dello zucchero di Cuba e di una rete di scambi economici fondata sul giusto prezzo, ben prima della nascita in Occidente del commercio equo e solidale. Oggi, addirittura, il ministero dell’educazione della Finlandia sta copiando i programmi didattici in uso nella DDR per implementarli nel proprio paese. Senza dimenticare l’educazione sessuale, discussa e presentata in televisione nei primi anni sessanta, e il pieno riconoscimento della sessualità prematrimoniale tra i ragazzi, concetti del tutto inimmaginabili nell’Occidente di quell’epoca. Eppure, al di là del Muro, sembrerebbe fosse tutto grigio e buio come una grande prigione.
A vent’anni dalla fine di quegli avvenimenti, occorrerebbe riflettere con più precisione su quanto accaduto, con maggiore equilibrio, senza demonizzazioni, ma capendo la complessità del contesto storico nel quale si viveva. Valutare lo sviluppo di quei paesi estraniandoli dal quadro di una violentissima guerra fredda che divideva il mondo in buoni e cattivi in qualsiasi ambito, significa continuare una battaglia ideologica (e non una seria ricerca storica) anche a due decenni dalla fine di quell’esperienza, come se continuasse a far paura! Il dato odierno, secondo cui a Berlino il 47% della popolazione ha votato per la LINKE, erede diretta della SED (il partito socialista che reggeva la DDR), e che in tutta la Germania 2 milioni di elettori in più rispetto all’ultima consultazione abbiano sostenuto questa formazione è un dato da non sottovalutare; così come non va banalizzato il fenomeno della “Ostalgie”, che riguarda ormai quasi la metà dei cittadini dei Länder orientali. E ciò, nonostante in questi vent’anni dall’annessione della DDR da parte della Repubblica Federale Tedesca, il governo germanico abbia investito milioni per distruggere ogni riferimento al passato socialista: dall’abbattimento di palazzi storici, alla riforma dei programmi scolastici per uniformare vergognosamente Hitler a Honecker, ecc.
Sia chiaro che come comunisti ticinesi siamo contro tutti i muri, ma non possiamo non ricordare che la costruzione di quello di Berlino, nel 1961, è stato anche il risultato di una necessità per lo Stato operaio di difendersi da attacchi e attentati terroristici promossi da gruppi estremisti (spesso neo-fascisti) e servizi segreti che agivano partendo dall’Ovest contro il nemico della guerra fredda. Una guerra che non fu combattuta, ma che agiva ampiamente nei comportamenti e nel modo di pensare delle persone e dei politici e dove ogni pretesto era buono, dall’una e dall’altra parte, per favorire il manicheismo.
Il socialismo reale della DDR non esiste più e non tornerà più in quelle forme: le epoche cambiano e i metodi della politica pure. Oggi è quanto mai necessario sviluppare un “socialismo del XXI secolo” che non rinunci però alle conquiste positive delle esperienze del ‘900 e che sappia interpretare creativamente, secondo i bisogni attuali della popolazione, gli insegnamenti del marxismo e del leninismo, affinché si sappia offrire un’alternativa al capitalismo in crisi senza cadere negli errori che ci furono in passato.





Conflitto sociale o concertazione?

16 10 2009

fascidellavoroPer i sindacati è necessario «armonizzare la propria azione con le direttive del governo che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della nazione». Insomma va finalmente compreso «il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla  necessità di  stringere sempre più cordiali rapporti tra  i singoli datori di lavoro e i lavoratori». Ciò, in pratica, significa che «nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Sembrano frasi così attuali, così ”normali”, così  “equilibrate”, così ”di buona volontà” che potrebbero essere state dette da uno qualsiasi dei nostri Consiglieri di Stato, da un dirigente sindacale a modo o da un rappresentante del padronato “illuminato”, aperto al dialogo. Anzi, spingiamoci oltre: sono parole compatibili con il sistema svizzero della concertazione, della “pace del lavoro”, dell’eterno compromesso. E invece non è così: le frasi che avete letto, infatti, sono datate 23 dicembre 1923 e, con la loro codificazione nella “Carta del Lavoro” del 1927, rappresentano nientemeno che l’ossatura del sistema economico del regime fascista in Italia! Questa profonda similitudine fra il modo di concepire la contraddizione capitale-lavoro nell’Italia dittatoriale e fascista del Ventennio e nella Svizzera liberal-democratica contemporanea dovrebbe far riflettere molto tutti noi, soprattutto gli apologeti del nostro sistema politico consociativo. Alla base del corporativismo fascista c’è l’abolizione di fatto del concetto di “classe”, il voler credere che fra classi sociali antagoniste (come quella dei lavoratori e quella dei padroni) possano esserci punti di contatto e interessi condivisi. Ma quale può essere l’interesse comune fra un operaio delle Officine che rischiava il posto o un buralista delle ex-PTT buttato in strada a 50 anni, e i rispettivi manager o azionisti? Gli uni lottano per arrivare alla fine del mese svolgendo un lavoro onesto, gli altri si interessano solo dei propri dividendi e del raggiungimento del massimo profitto a scapito, se necessario, anche dell’essere umano.

Il conflitto è insomma un elemento imprescindibile nella società liberale, dove le differenze sociali sono alla base del sistema economico stesso. In una società divisa in classi, infatti, se i lavoratori vogliono conquistare dei diritti devono lottare, creando dei rapporti di forza verso il padronato, cioè sviluppare un sindacalismo combattivo che concepisca il conflitto sociale come motore del progresso!  E’ la storia che ce lo insegna: se non c’era l’occupazione, oggi le Officine di Bellinzona sarebbero state un ricordo, e forse i primi a rendersene conto sono stati coloro che sono stati spazzati via dalla privatizzazione delle ex-regie federali.

Il sindacalismo in una società democratica (e non fascista) non deve essere di accompagnamento alle logiche padronali neo-liberali e non deve occuparsi soltanto degli effetti senza verificare le cause dei problemi riscontrati dai lavoratori. E la causa di tutti gli effetti risiede a monte, in un sistema economico profondamente iniquo e perverso dove quando 1′443′000 persone negli ultimi 3 mesi perdono il loro posto di lavoro nell’UE, nel medesimo tempo le borse rimontano e fanno guadagnare gli azionisti. La causa si chiama liberalismo e questa crisi dobbiamo saperla usare per costruire dal basso dei nuovi rapporti economici e sociali sostenibili, aumentando i diritti ai salariati e nazionalizzando i settori economici strategici: insomma, per dirla con l’amico Chavez, un “socialismo del XXI secolo”.





La RDP di Corea abbandona il comunismo?

2 10 2009

marx_corea

“Kim ha abbandonato il comunismo”. Su tutti i giornali e i media on-line occidentali il 28 settembre scorso si poteva leggere questa notizia: la nuova costituzione della Corea del Nord abbandona ogni riferimento al comunismo perché “raggiungerlo è difficile”, queste le parole di giustificazione pronunciate da un funzionario del governo di Pyongyang. Andiamo a vedere le fonti: LaRegione, l’Unità, Yahoo, Ticinonline, ecc. Lo dicono tutti, da destra a sinistra. Ma si tratta realmente di fonti diverse? No, perché tutte si basano su una fonte primaria unica, l’articolo di Jon Herskovitz e Christine Kim scritto per l’Agenzia di stampa Reuters, che fa parte di un oligopolio di agenzie di informazione. Tutti hanno ripreso la Reuters, a volte facendo un semplice copia-incolla delle frasi. Naturalmente questo si chiama “pluralismo di informazione”! La Reuters a sua volta si basa su testimonianze della Corea del Sud che sostengono che la notizia sia trapelata solo oggi. Niente di più falso: basterebbe fare un giro sul web per leggere il comunicato diramato dalla KCNA, l’agenzia stampa ufficiale nordcoreana che già in aprile ne parlava. In pratica ci raccontano le cose con quasi sei mesi di ritardo e forse dovremmo chiedercene il perché!

In realtà la Corea Popolare non ha rinunciato proprio a niente. Ad esempio anche il Partito Svizzero del Lavoro parla di socialismo e non di comunismo nei suoi statuti. Ogni marxista sa infatti che l’obiettivo di un comunista è la costruzione della società socialista e non direttamente comunista. Il comunismo è infatti uno stadio superiore dello sviluppo socialista, o meglio: sarà l’evolversi di una società socialista avanzata in cui deperirà il conflitto di classe e dunque l’apparato repressivo di una classe su un altro, cioè lo Stato.La nuova costituzione coreana ha semplicemente codificato la politica del Songun, e cioè la priorità della difesa di fronte all’aumento delle provocazioni degli USA e ha di nuovo sottolineato che l’ideologia dello Stato è il Juché teorizzato dal fondatore della Repubblica Kim Il Sung. La Corea continua a perseguire un “socialismo con caratteristiche coreane” e nei suoi documenti politici rimane un paese di ispirazione “socialista”, ribadisce il legame alla sua rivoluzione, le gigantografie di Marx e Lenin restano in bella mostra nella piazza Kim Il Sung di Pyongyang. Solo che al posto di creare un “uomo nuovo comunista” come si diceva nel vecchio testo, ora si parla di forgiare un “uomo nuovo legato al pensiero del Juché”. Il Juché è un adattamento dialettico del marxismo-leninismo alla realtà coreana, in alcune sue parti differisce dal materialismo marxista e per questo non si può definire un’evoluzione diretta del marxismo-leninismo come potrebbe essere visto il maoismo. Da sempre in Corea del Nord la rivoluzione socialista si è basata sullo Juché e non solo sul marxismo-leninismo che continua ad essere studiato nelle università. Il riferimento esplicito al comunismo è stato rimosso dalla Costituzione – ha spiegato Alejandro Cao de Benos, presidente della Korean Friendship Association – perché “non può essere realizzato da una nazione singola e sotto la pressione dell’imperialismo: la cosa più importante da raggiungere con pragmatismo è adesso il socialismo reale!”.

Dare la notizia adesso con tale risalto ha una ragione precisa: ci stiamo avvicinando al 20° anniversario del crollo del Muro di Berlino e far credere che un altro paese “rinuncia” al comunismo è utile per scoraggiare gli “Ost”-algici e per dare un senso di impotenza generale: “il comunismo è impossibile da applicare” giocando anche sulla confusione fra socialismo e comunismo.





La lottizzazione mina la fiducia nelle istituzioni democratiche

29 09 2009

compra_de_votosIl segretario dell’UDC è intervenuto di recente per protestare contro una prassi nell’elezione di un giudice del Tribunale d’appello. L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio presenta 5 candidati, fra questi un’apposita commissione d’esperti ne sceglie 3. Di questi 3, pochi giorni prima dell’elezione, 2 rinunciano (dopo aver ascoltato le disposizioni del proprio Partito), così che per un posto di giudice si presenta solo un candidato, il quale non viene eletto ma nominato tacitamente.

In realtà i rappresentanti del popolo non votano, non si esprimono e non godono di alcuna libertà di scelta: hanno vinto i soliti accordi sotto banco dei soliti grandi partiti istituzionali che si scambiano sedie e favori a dipendenza del momento. L’UDC oggi se ne lamenta, ma non si può certo dire che la sua politica reazionaria possa rappresentare una seria alternativa a questa situazione iniqua.

Questo sistema è una forma di “mafia”, oppure, detto più gentilmente, di “clientelismo”. In Svizzera il termine giusto però è “consociativismo” strettamente legato al concetto di “concordanza” che rende la società stabile (nel senso che stabilizza i soliti noti), ma anche immobilista. E’ una situazione che mina le basi della fiducia popolare verso la democrazia stessa e favorisce il deleterio sentimento dell’anti-politica, del qualunquismo e dell’individualismo che alimenta la “cultura” fascistoide in crescita in tutta Europa. Bisogna quindi finirla con il consociativismo che lega i maggiori partiti e che controlla il Paese, occorre abolire la lottizzazione partitica dei posti pubblici e di potere e rifondare dal basso una democrazia partecipativa e slegata da gruppi di pressione affinché sparisca il divario fra la gente e quella che nella vicina Italia viene ormai definita la “casta” dei politici.

Questo è ciò che l’ultimo congresso del Partito Comunista ha affermato con forza e su tale linea intendiamo trovare la fiducia dei ceti popolari di questo Paese che, privo di progettualità politica, si trova oggi allo sbando (cosa che vediamo chiaramente se pensiamo alla sola politica estera!).





Le dichiarazioni di Bignasca sulla Libia sono irresponsabili!

6 09 2009

castro-khadafiChiedere che la Svizzera dichiari guerra alla Repubblica Araba di Libia Popolare, come proposto dal leghista Boris Bignasca, è una provocazione stupida e anche profondamente irresponsabile, in quanto serve solo a rendere ulteriormente incandescente l’attuale clima dovuto alla crisi diplomatica in corso con il paese africano. Questo clima potrebbe favorire gravi situazioni di razzismo e di violenza, che un politico serio dovrebbe adoperarsi per evitare.

I toni usati dal granconsigliere ticinese, che è pure un ufficiale dell’esercito, sono poi a dir poco vergognosI: “L’ora delle decisioni irrevocabili” lo diceva Mussolini per scatenare le sue guerre coloniali e di sopraffazione, di cui proprio la Libia è stata vittima! Ma la Svizzera per fortuna non è fascista e nella sua cultura non ha il gene dell’invasore militarista: la diplomazia elvetica saprà risolvere il problema con Tripoli con vie pacifiche, ricercando i comuni interessi nel rispetto della sovranità nazionale. Va infatti compreso come le istituzioni libiche si siano sentite offese con l’arresto di un proprio rappresentante, il figlio del fondatore della Repubblica, personaggio molto apprezzato nei paesi emergenti.

I comunisti ticinesi chiedono il dialogo fra i popoli e il rispetto per sistemi politici e sociali diversi. Siamo inoltre certi che la diplomazia elvetica guidata da Micheline Calmy-Rey abbia le capacità per ottenere dei risultati, sapendo difendere la dignità della Svizzera ma comprendendo anche le ragioni di uno Stato, quello retto da Gheddafi, non solo con una cultura molto diversa dalla nostra, ma che ha vissuto per anni invasioni, embarghi e bombardamenti proprio dai paesi occidentali.





Cadere dalla padella alla brace, la crisi va affrontata diversamente!

8 07 2009

crisiCome si poteva prevedere l’Occidente non sa reagire alla crisi economica. Le crisi sono qualcosa di insito nel sistema liberale e anche se questa è particolarmente dura, i governi europei (compreso quello elvetico) dovrebbero essere in grado di gestirla senza venir meno ai diritti civili e alla democrazia, di cui si fanno spesso ipocritamente portavoce in giro per il mondo. Se non lo fanno significa che non hanno capacità di governare. Punto e basta!
L’Occidente, invece, non riesce ad accettare che il proprio sistema di sviluppo sia arrivato a un capolinea e a modificare di conseguenza le proprie regole arrugginite basate su concetti esclusivamente meritocratici ed egoistici. Se lo sapesse fare tenterebbe di uscire dalla crisi favorendo i diritti sociali, dando fiducia ai cittadini, mettendoli nelle condizioni di poter fare una vita tranquilla anche se magari meno consumistica. Appare invece sempre più concreta una “uscita” dalla crisi da destra, reazionaria, con tendenze militariste e repressive, in cui quando necessario si ricorre al nazionalismo esasperato, vedendo nello straniero il capro espiatorio e nei giovani dei violenti dediti all’alcolismo o alla cannabis, quindi da “intruppare” e rendere conformisti.
Il governo della vicina Italia è in tutto ciò assolutamente all’avanguardia: per i giovani sono stati reintrodotti campi estivi di salubrietà fisica di stampo para-militare, il diritto di sciopero sta per essere drasticamente ridimensionato, per controllare le manifestazioni di protesta si useranno dei droni utilizzati normalmente nella guerra in Afghanistan contro i talebani; per gestire i flussi migratori si è approvato un decreto al limite del razzismo dove poveracci che fuggono dalla miseria e dalla guerra (spesso causate dai paesi occidentali!) sono parificati nientemeno che a criminali; per far sentire “sicuri” i cittadini si sono legalizzate le ronde civiche per farsi giustizia da sé (anche se – bontà loro – non potranno essere armate) che tanto ricordano le squadracce nere di Mussolini. E dulcis in fundo il ministro della difesa italiano, Ignazio La Russa (che – è bene ricordarlo – proviene dall’ex-MSI erede del Partito Nazionale Fascista!), intende inviare un altro mezzo migliaio di soldati in Afghanistan su ordine del pacifico Obama.
Dobbiamo però anche imparare a guardare nel nostro orticello: in Svizzera si parla di obbligare i nostri soldati di leva a prestare servizio militare all’estero come carne da macello delle grandi potenze; un commando militare rossocrociato andrà poi in Somalia a difendere i nostri industriali da “pirati” che stanno solo difendendo le risorse della loro terra saccheggiata dalle multinazionali (ma anche questo nessuno lo dice!); a livello economico regaliamo a fondo perso miliardi di franchi a banche private che hanno ormai accumulato debiti paurosi e forse irreversibili; le misure anti-crisi vanno a proporre sgravi fiscali non ai lavoratori o ai piccoli commerci ma alle grandi ditte che nonostante la crisi continuano a fare utili; il diritto del lavoro svizzero resta uno dei più scarni d’Europa; ecc.
Dalla padella del capitalismo in crisi, alla brace di un sistema neo-corporativo con tendenze autoritarie, il quale con politiche “securitarie” crea consenso all’interno e con politiche militari (imperialiste) tenta di portare a casa le materie prime che i paesi poveri non vogliono più regalarci. Insomma, di fronte alla crisi i governi europei mantengono basso il potenziale di conflittualità sociale e di malcontento delle classi subalterne bombardandole con informazioni atte a indirizzare la protesta contro un nemico costruito: all’interno sono i “mantenuti”, cioè immigrati e invalidi; all’esterno sono i paesi che vengono dipinti come attentatori della pace mondiale, come per esempio la Corea del Nord con i suoi missili. (Nessuno però dice che i coreani si stanno solo difendendo dagli USA che da 50 anni, anche con armi atomiche, sono nel sud della penisola coreana).
Un comunista del passato che oggi appare sulle magliette di molti giovani, Ernesto Che Guevara, diceva: “la democrazia liberale è il sistema di governo della borghesia quando non ha paura; il fascismo quando invece ha paura!”. Una frase forte, severa, ma che oggi, pur in un contesto storico diverso, assume un significato profondamente veritiero. A far paura a coloro che tengono il coltello dalla parte del manico in queste nostre società occidentali non sono certamente i Partiti Comunisti – che pure in alcuni paesi come Cechia (14%), Portogallo (10%) e Grecia (8%) restano forti – nemmeno i socialisti (che propongono sempre più politiche identiche alla destra), né le grandi centrali sindacali (spesso trasformate in organizzazioni che offrono servizi, prive però della capacità di stabilire veri rapporti di forza col padronato), ma hanno una paura immensa di questa crisi economica strutturale, un terremoto che non sembra arrestarsi, che sta massacrando il liberalismo occidentale, ma che solo marginalmente riguarda ad esempio paesi come la Cina, che tutti davano, forse a torto, per completamente omologata al capitalismo mondiale.





Congresso del Partito Comunista: elezione del nuovo Segretario

5 06 2009

logo_PartitocomunistaSu invito di alcuni giovani compagni ho deciso di mettermi a disposizione per la carica di segretario politico del Partito comunista di fronte al prossimo Congresso del 7 giugno 2009. La mia candidatura si basa sulla constatazione del fatto che il Partito comunista non sa ancora in questo momento dialogare con la società civile ma solo con una parte del ceto politico della sinistra tradizionale, spesso anche autoreferenziale che non sa rivolgersi ai cittadini.
Il progetto che il Partito comunista deve far suo consiste nello smarcarsi da una logica ed una azione minoritaria e marginale e nel lanciare una propria proposta politica non subalterna ad altri. Altrimenti saremo solo il “pungolo a sinistra” del PS e, quel che è peggio, anche un po’ folkloristico! Avremmo al contrario la possibilità di essere un’alternativa credibile a sinistra, e questo anche valorizzando l’ampio contributo – di azione e di riflessione – che la Gioventù comunista ha prodotto in questi pochi anni di vita.
Il Partito comunista ha una storia importante e il metodo marxista è quanto mai attuale, ma esso deve servirci per ragionare sul presente e sul futuro, non per ripetere schemi del passato, di quel periodo difficile che sono stati gli anni ‘90. Altrimenti resteremo eternamente piccoli, non propositivi e dunque incapaci di incidere nella realtà. La cultura personale e politica di ciascun militante del Partito comunista deve essere un patrimonio importante per la migliore determinazione della linea d’azione del partito.
Mi candido perché da una parte ho la convinzione che sia possibile costruire dentro la società ticinese una alternativa all’attuale costante peggioramento delle condizioni di vita, che ciascuno di noi, lavoratore, studente, pensionato, vive quotidianamente con crescente preoccupazione. E dall’altra perché ho accettato la proposta che viene dalla Gioventù comunista, che chiede un partito giovane, nuovo e rinnovato, un partito capace di costruire insieme a quanti vi si riconoscono e a quanti riconosceranno la qualità delle nostre battaglie una società migliore.





Giudice di pace: un’elezione simbolica contro il potere consociativo

23 04 2009

Con questo articolo non mi pongo l’obiettivo di propagandare l’uno o l’altro fra i candidati giudici di pace del Bellinzonese: mi limito a una riflessione generale.
Era da 45 anni che non si votava per tale carica, lasciando godere il monopolio ai candidati di area liberale. Il Noce ha avuto in ciò, il merito di voler portare alle urne anche questo aspetto della vita pubblica, per evitare che lo strapotere del Partitone continuasse a imperare sulla capitale e sul circolo. La presenza dunque di più candidati è sicuramente un dato positivo. Il solito clima politico concertativo che favorisce solo la partitocrazia (e gli amici degli amici) è stato infatti messo, almeno marginalmente, in dubbio. Insomma: per quanto minimo, si tratta di un altro possibile terremoto politico che tenta di vivacizzare la democrazia bellinzonese.
Trovo un peccato che i socialisti (che dovrebbero essere i primi a fare opposizione reale e concreta su ogni aspetto, compreso quello del controllo istituzionale in mano al PLR) e il Noce non abbiano potuto trovare un accordo per favorire assieme, in un clima di fronte unito, un’alternativa contro i poteri forti.
Ecco che quindi nel sostenere il Noce, il PS o la Lega l’elettore che desidera un cambiamento deve chiedersi quale dei suddetti gruppi rappresenta concretamente, nei fatti e nelle possibilità reali odierne, lo scardinamento totale del sistema di potere consociativo consolidato. Ho i miei dubbi che la Sinistra abbia effettivamente riflettuto su questo dato!
Concludo dicendo che, nonostante quanto detto sopra, il sistema attuale di elezione dei giudici andrebbe superato: sia per una questione di indipendenza della carica, sia perché – nonostante le apparenze pluraliste – non assistiamo a un reale processo partecipativo dal basso della popolazione e forse troppo spesso si riduce la democrazia al mero atto di mettere una scheda nell’urna.





Militari svizzeri all’estero e fascistizzazione della società

17 03 2009

Fucile d'Assalto SvizzeroLa decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati adottata con 9 sì, nessun contrario e 2 astenuti di autorizzare le autorità militari a obbligare i soldati svizzeri sia professionisti sia di milizia a compiere dei periodi di servizio all’estero è grave, tuttavia non stupisce se inserita nel contesto occidentale, di cui parleremo più avanti. Certo, lo sia sa, è solo il parere di una commissione, manca quindi ancora tutto l’iter procedurale parlamentare e, con l’opposizione della Sinistra, dei Nazionalisti e di qualche Borghese illuminato, l’ipotesi in discussione potrebbe ancora essere scongiurata. Tuttavia si tratta di una situazione già di per sé sintomatica del momento che l’Occidente sta attraversando: se si riuscirà a bloccare la riforma di legge adesso, qualora però non cambiassero le condizioni di sviluppo sociale, quanto uscirà dalla finestra dovrà (drammaticamente) per forze di cose rientrare dalla porta.
La decisione del gruppo di senatori va contro l’indicazione della relativa commissione del Consiglio Nazionale ma dà respiro sia al Consiglio Federale (che guarda a Bruxelles e Washington) ai vertici militari (chissà, forse, loro guardano invece a Tel Aviv vista l’amicizia fra l’esercito neutrale svizzero e l’esercito invasore sionista!). Già da tempo l’esercito svizzero, infatti, non ha più per unica missione la difesa dei confini nazionali e della neutralità (missione che in ogni caso presentava vari aspetti discutibili), ma si sta evolvendo, o meglio, sta degenerando in un tipo di esercito in stile NATO, ossia pronto ad essere utilizzato in maniera offensiva sia per gli interessi economici esteri (cioè euro-americani) sia della nostra borghesia che ha occhi solo per nuovi mercati e profitti.
Se ora il tutto è coperto dal “mantenimento della pace”, in realtà queste modifiche di legge hanno un respiro molto più ampio, benché nascosto, ossia ridefinire la politica securitaria dell’Europa. La Svizzera come sappiamo, anche se sulla carta rimane sovrana, recepisce in tutto e per tutto le decisioni peggiori prese a Bruxelles contro i popoli e contro i lavoratori. L’Europa è cosciente, anche se non lo ammette, della crisi strutturale in cui si trova, dovuta all’impossibilità del sistema consumistico neoliberista di competere con le nascenti economie asiatiche e di continuare in eterno lo sfruttamento neocoloniale delle materie prime dei paesi poveri. L’Europa è cosciente altresì dell’aumento delle disparità sociali persino nei paesi in cui solitamente il benessere era meglio distribuito. Per tutto questo i paesi a noi vicini stanno seguendo, ognuno col suo ritmo, una politica che unisce securitarismo portato all’eccesso con una corsa al culto del nazionalismo e del militarismo (i discorsi del Presidente Napolitano in Italia sono sintomatici nella loro aggressività patriottarda). Proprio nella vicina penisola, d’altronde, i fascisti di Alleanza Nazionale oggi al governo vogliono reintrodurre nientemeno che i campi estivi di salubrità fisica per i giovanissimi in cui “addestrarsi militarmente ma soprattutto moralmente, per l’amore della Patria, per il rispetto della gerarchia, per tutti quei sentimenti che vengono dalle Forze armate” (parole del ministro Ignazio La Russa, non di Benito Mussolini!). Sarkozy in Francia non è da meno con le politiche repressive contro ogni dissenso espresso fuori dall’iter meramente istituzionale (cioè controllato e moderato), e l’elenco potrebbe purtroppo continuare a lungo. La Svizzera si adeguerà sacrificando la sua cultura liberal-democratica e garantista, ma lo farà con moderazione, con equilibrio, con un metodo tutto svizzero per cui passo dopo passo non ci accorgeremo di vivere in un paese diverso da quello che conosciamo. Siamo ancora in tempo a cambiare la situazione? Sì scegliendo altre priorità di sviluppo economico e decidendo di salvaguardare gli aspetti sociali e solidali che ancora resistono.





I peggiori liceali sono i nostri… ma davvero?

22 01 2009

libe_04E così il Liceo di Bellinzona risulta essere il penultimo in classifica secondo uno studio che ha coinvolto numerosi studenti svizzeri. Nemmeno gli altri istituti cantonali stanno molto meglio. Tutti si prodigano a sostenere come questa non sia in realtà una classifica della qualità della scuola, ma solo uno strumento per migliorarsi. Possiamo usare tutte le belle espressioni che vogliamo pur di girare intorno alla torta, ma il dato evidente è proprio quello della classifica. Così almeno apparirà ai più.
Questo articolo non vuole essere un atto di accusa alla scuola pubblica ticinese come qualcuno si potrà aspettare. Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) che ho coordinato per anni ha sempre indicato con chiarezza le lacune e la politica miope del DECS in merito alla scuola e all’educazione, ma non certo per le medesime ragioni che spingono i signori del Politecnico e della Confederazione a “testare” gli studenti per poi metterli sul podio come se la scuola potesse essere ridotta a una gara in cui i partecipanti sgomitano l’uno contro l’altro.
I problemi della scuola pubblica ticinese ci sono (e non sono solo finanziari!) e vanno affrontati coinvolgendo chi li vive di persona, ossia insegnanti e studenti in primis. Ma dobbiamo farlo da noi senza lasciarci condizionare dai manager (o dai pedagogisti ad essi subalterni) che difendono un sistema formativo reazionario. Le critiche che piovono dall’alto del cupolone del Politecnico infatti non sono innocenti auspici di miglioramento: esse al contrario contengono messaggi impliciti agli addetti ai lavori. Messaggi che vanno trattati con cautela e spirito critico, pena la fine di quei (pochi) aspetti socialmente positivi rimasti nella scuola pubblica del nostro Cantone.
I grandi saggi dell’educazione nazionale ci dicono che gli studenti ticinesi sono poco preparati nel lavoro individuale. Forse è così, sicuramente si potrà migliorare, ma il messaggio di fondo è un altro: basta con forme di cooperazione e sì a maggiore concorrenza individualistica fra gli allievi! Sepolto e dimenticato don Milani e con buona pace di ogni pedagogia collaborativa basata sulla costruzione collettiva dei saperi. La scuola così non sarà più una comunità educante ma un servizio pubblico mercificabile (e privatizzabile) come tutti gli altri, esattamente come ci insegnano i manager che teorizzano il profitto a scapito del lato umano anche nell’educazione.
L’altro rimprovero, sempre velato e riferito in modo pacato come vuole la tradizione elvetica del politicamente corretto a tutti i costi, è quello dell’integrazione: la scuola pubblica ticinese, dicono, seleziona troppo poco al posto di avvantaggiare solo i “più dotati”! C’è chi è nato per studiare (e assumere ruoli di prestigio e comando nella società) e c’è chi è nato …per zappare (come dicevano una volta). In Svizzera interna funziona così: non solo la scuola media unitaria non è sempre presente tanto è vero che una prima forma di selezione può avvenire già al termine delle scuole elementari, ma esistono anche forme di “numerus clausus” ben prima dell’università così da diminuire quella che un mio insegnante al liceo definiva “l’élite culturale”. Forse che la nostra società abbia timore di una popolazione troppo istruita? Come leggere se non in quest’ottica anche il preventivato taglio ticinese alle borse di studio, fortunatamente bocciato in Granconsiglio dopo lo sciopero degli studenti?
Una terza tirata d’orecchie ci arriva perché i liceali ticinesi sono poco preparati nelle materie scientifiche. Già nel 1997 con l’introduzione della riforma liceale di allora i movimenti studenteschi protestarono sostenendo che si attribuiva troppo valore alle scienze sperimentali e matematiche togliendole alle materie umanistiche. Avevano ragione: lo scorso anno un’altra riforma liceale – la cosiddetta kleine Revision (mai tradotta in italiano nemmeno nel nome!) – non faceva altro che rafforzare ulteriormente questa tendenza. Le materie scientifiche, amorevolmente definite anche “blocco scientifico”, sono effettivamente un blocco: servono ad aumentare la selezione! Se ricominciassi il liceo oggi con le nuove normative probabilmente sarei bocciato a causa delle sole materie scientifiche (che naturalmente ho già scordato). Per carità e amor di patria: mi rendo conto che la Novartis, il Credito Svizzero o chi per essi si aspettino dalla scuola che sforni solo futuri lavoratori qualificati utili ai loro interessi e non certo improduttivi storici medievalisti, sociologi critici o linguisti, tuttavia mi ostino a credere che una società (se poi la vogliamo anche democratica) andrebbe sviluppata su altri concetti e su altri valori. Per fare questo questo, però, ci vuole un governo che abbia un coraggioso progetto politico, civico ed educativo, condiviso e costruito dal basso.
La mentalità delle aziende private, insomma, ha ormai assunto quasi pieno potere anche nelle scelte pedagogiche (soprattutto a livello accademico e nella formazione professionale). In Svizzera interna tutto questo è già molto avanzato e ora lo vogliono “armonizzare” cioè imporlo a tutti i cantoni. La quasi unanimità delle forze politiche e sindacali schierate a favore dei nuovi articoli costituzionali sulla formazione votati nel 2006 e del concordato Harmos (che introducono elementi dell’economia privata nella scuola) indicano chiaramente che esiste un piano preciso di squalifica del ruolo della scuola pubblica. Questi test, a cui viene data tanta eco mediatica, come in passato il famoso test PISA promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono specchietti per le allodole: servono a trasmettere alla gente un senso di sfiducia verso la scuola pubblica per favorire il privato e per far approvare l’idea che l’unico valore è quello di essere compatibili con le volontà del padronato che indica alle scuole cosa insegnare e, quel che è peggio, a chi. E’ lo stesso DECS ad ammettere infatti che è l’origine sociale dei giovani a influenzare, anche drasticamente, i loro risultati nello studio.
Gli studenti hanno dimostrato quest’anno e già in passato di sapersi muovere, ora ci aspettiamo che gli insegnanti inizino ad alzare anche loro la voce ma nella giusta direzione: non verso i banchi (ad esempio dando note basse a chi organizza uno sciopero studentesco!), ma verso il palazzo!